Sotto le vele del Judo

Cerco di fare una piramide, raggiunto un obiettivo, vado più su…


Si è presentato cauto, serio, giustamente sospettoso e al contempo curioso di capire chi avesse davanti, quasi abbottonato. Poi lentamente si è sciolto, aspettando l’intervento di ognuno di noi, alcuni dei quali non conosceva, e solo allora ha capito di essere tra amici, che cercavano di carpire da lui suggerimenti ed esperienze che potessero essere utili al loro agire. Così, dopo aver aspettato e capito se valesse la pena, se fosse tempo utile quello che passava con noi, utile a noi e a lui, perché è uomo del fare, Gianni Maddaloni ci ha regalato se stesso.

Sono contento che mi abbiate invitato, perché sono sempre aperto al confronto, mi piace capire e arricchire le mie esperienze perché quando uno è nato per dare e per fare, lo dice il judo, insieme si migliora

Così ci racconta della sua attività in tempo di Covid, tempo in cui più che mai è necessaria l’azione, nell’aiutare la gente della sua Scampia e i ragazzi che vogliono praticare, perché “quando togli il judo ai ragazzi, gli togli la vita”.

La sua giornata, e quella di sua moglie e dei volontari del servizio civile che li aiutano, comincia alle 8 del mattino con la preparazione del cibo che, con l’aiuto della Caritas locale, viene distribuito alle persone delle Vele. Poi si va in palestra, dalle 10 alle 12, con gli agonisti. E poi di nuovo alle 16:30 ci si trova per organizzare il lavoro del giorno dopo e dalle 17:30 alle 20:30 di nuovo sul tatami. Tutti i giorni tranne uno di recupero.

E’ questa la vita di Gianni Maddaloni oggi, sempre più dedita al sociale, ai detenuti, ai bambini del quartiere e agli anziani, e sempre più vuole esserlo nel futuro, sacrificando l’attività agonistica, affidandola ad altri tecnici che collaborano con lui.

Cerco di fare una piramide, raggiunto un obiettivo, vado più su. Lo scopo è fare del bene, a questi bambini che trattiamo come dei figli, e anche se le delusioni ci sono, continuiamo a fare. Sto a 528 detenuti presi in affido dai servizi sociali dal 2008. Lo faccio perché ho esperienza di periferia, esperienza di vita vissuta

Certo Gianni sogna ancora le Olimpiadi, c’è già arrivato tre volte, a Sidney, Pechino e Londra, ma poi oggi c’è la questione del cibo e quindi il suo sogno si è allargato, verso la realizzazione di una Cittadella dello Sport, dove poter dar lavoro ai ragazzi della zona e opportunità ai bambini e ai ragazzi e di un Banco Alimentare fisso, che possa distribuire cibo tutti i giorni ai bisognosi di Scampia, oggi più che mai .

Io ho una patologia, che è di pensare agli altri prima di pensare a me, e credo che tanti maestri di judo ce l’abbiano, non solo io” “C’è gente che usa il judo, noi ci facciamo usare dal judo. Il judo parla di questo

A Scampia il 10% dei giovani che frequentano la palestra sono figli di detenuti e ragazzi con situazioni problematiche e spesso tra loro esce il campione, il motivato, il talentuoso, proprio perché vedono nel judo un’opportunità di riscatto e vi si dedicano anima e corpo. Iniziano da piccoli, prima giocando, poi dagli 8 ai 10 anni iniziando il lavoro tecnico, lo studio della posizione, di renraku, gaeshi, kumi kata. Dai 13 ai 16 anni su 20, 25 cinture marroni si distinguono 7/8 campioni che arrivano alle finali. Questi risultati si ottengono principalmente attraverso l’educazione a vivere in gruppo e attraverso l’azione attenta del maestro che, come un genitore, sa dosare severità e gentilezza ottenendo stima, rispetto e concentrazione.

La stessa stima e lo stesso rispetto che Gianni si è guadagnato e ha dimostrato nei confronti degli altri tecnici, durante le gare.

Io ho amici pugliesi, siciliani, lombardi e la politica vorrebbe dividerci, ma noi siamo uniti, perché sono tantissimi anni che viviamo quell’emozione che ci dà il judo. La gara è un attimo, ma sulla materassina io mi sento bene, perché il tatami è energia. E dobbiamo rimanere uniti

Per noi prendere ippon significa imparare a vincere, voler imparare a vincere, l’ippon è un’occasione di crescita

L’obiettivo sportivo per Gianni è secondario allo sviluppo dell’essere umano; il primo obiettivo è infatti di dare dei valori ai ragazzi come sono stati dati a noi dai nostri maestri. I bambini in palestra sono come dei figli putativi affidati da madri e padri che lavorano o che non possono essere presenti.

Il judo è un’arte, si può vivere di judo, ma bisogna formare i ragazzi ai principi del judo, non solo tecnici, ma anche morali

Principi che Gianni ha ricevuto dai suoi genitori, che per primi, grazie alla loro fermezza, lo hanno tenuto lontano dalla strada; dal suo maestro, Enrico Bubani, che lo ha accolto a 18 anni come un padre, dopo due anni da quando aveva perso il suo, e all’Università di Napoli in cui ha avuto la fortuna di lavorare e che lo ha immerso in una cultura diversa da quella in cui era cresciuto. L’esperienza gli ha insegnato e dall’esperienza continua a trarre ispirazione prendendo esempio dai migliori. Ha sempre cercato idee ed esempi, frequentando molte palestre, prendendo appunti, riprendendo con la telecamera e analizzando i filmati. E ancora oggi grazie ai media, guarda video e ruba idee.

Come si fa a non rubare? Ricordo il maestro Barioli, i suoi occhi, la sua postura, metodico, preciso, corretto. E dove vedevo che stava lui andavo. Dove stavano i Vismara andavo io perché loro combattevano bene a terra, mi affascina il loro ne waza.”

E queste idee rubate lo hanno portato alle Olimpiadi, nel 2000, e la vittoria del figlio Pino gli ha regalato la possibilità di aprire una grande palestra, che lui ha voluto sotto le Vele. Perché lì c’era bisogno e questo il judo gli ha insegnato soprattutto: andare dove c’è bisogno.

Io sono come tu mi vedi, di 10 miei amici d’infanzia di Scampia, 8 sono metà al cimitero e metà al 41 bis. Io so come loro la pensano, so cosa li fa grandi e cosa li fa piccoli. Li devi accarezzare, devi prendere i figli e soprattutto la complicità delle donne, perché loro sono quelle che possono ingannare il marito, ma non il figlio. Li conosco perché ci sono stato non dentro, ma di fianco, vicino, e non li lascio. Perché credo che più della metà di loro, con le opportunità, possano cambiare”.

Il sogno di Gianni è di dare opportunità di lavoro ai suoi ragazzi. Da trent’anni tante fabbriche hanno chiuso e il lavoro è venuto meno lasciando terreno fertile alla Camorra, che Gianni definisce “l’espressione del sistema, quello reale” . Dare opportunità attraverso la Cittadella dello sport e aumentando le scuole ad indirizzo sportivo, formando tecnici ed insegnanti che possano trovare nello sport uno sbocco lavorativo.

Bisogna mettere insieme le buone persone, quando ci si trova con un gruppo, prima si è in 5, poi in 10, poi in 20 e non bisogna stravolgere il mondo, ma fare quello che si sa fare e farlo bene e così cambiano le cose! Ci mettiamo insieme e facciamo del bene e possiamo arrivare ovunque, ma bisogna fare più che parlare. Meglio essere un grande Re in un piccolo regno, che un grande stronzo davanti a Cristo”.

Questo è l’augurio e la speranza del maestro Gianni Maddaloni e non possiamo che accoglierla e farla nostra augurando a lui e a tutti noi di vedere realizzati questi sogni!

Grazie Gianni e a presto, sul tatami!

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