Un atleta in Giappone

C – Ciao Ares, siamo qui per un'intervista informale relativa alla tua esperienza giapponese. Cominciamo dalla parte che forse ti è più vicina: la pratica sportiva. Come è? Come hai vissuto la pratica sportiva in Giappone? (Ricordo che Ares è nazionale juniores di ginnastica). A – Per il lavoro di mio padre, sono andato in Giappone con la famiglia. Al mattino frequentavo la scuola e il pomeriggio andavo a fare gli allenamenti, come fossi stato in Italia. All’inizio mi sono iscritto in un club che poi ha chiuso per vari motivi, quindi sono passato a un centro nazionale, con uno degli allenatori della nazionale giapponese. Eravamo 5/6 e ci allenavamo quasi tutti i giorni. Mi resi conto che dovevo imparare la lingua, sia per migliorare il mio allenamento e anche per dialogare con i miei compagni di pratica. Per un periodo, ci siamo trasferiti in Canada, poi siamo tornati in Giappone. Il nuovo club, nel quale mi sono iscritto, aveva una palestra dedicata agli sportivi della mia età: una ventina di ragazzi, studenti del liceo, ma anche più piccoli. Qui mi sono integrato meglio, anche nella metodologia dell’insegnamento perché avevo molti riferimenti. Osservando i miei compagni sono riuscito ad assimilare un po' della loro tecnica, la quale è diversa, molte cose sono diverse da come le conosciamo noi. Così ho migliorato la mia ginnastica in modo esponenziale. Posso dire che nelle gare che ho fatto, da piccolo, in Italia il mio risultato si è sempre fermato a circa metà della classifica, non ero proprio un bravo ginnasta. Poi, dopo le esperienze fatte in Giappone mi sono reso conto di avere un potenziale che forse gli altri miei compagni italiani non sono riusciti a sviluppare. C – Scusa, dici questa cosa perché il sistema di allenamento è diverso? Senza entrare troppo nel tecnico, perché forse ci sarebbe bisogno di una spiegazione un po' più complessa, ci sono sistemi di allenamento diversi dall’Europa? Per quanto riguarda l’attività agonistica, parte molto presto come in Europa? Sono percorsi come da noi o ci sono dei tempi di maturazione diversi? A – Anche in Giappone le gare si suddividono per età: dai piccolini, poi passi alle fasce successive etc. Decisamente è diversissimo quando passi da una gara liceale a quella universitaria. Queste ultime sono molto seguite. L’atleta giapponese lavora tecnicamente fino all’università per poi riuscire a competere in gare universitarie, infatti è in questo contesto che loro maturano di più. La mia esperienza mi ha portato a vedere piccoli ginnasti giapponesi e inglesi, e si nota subito che in Inghilterra sono molto più bravi dei nipponici, però quelli giapponesi arrivano all'università e sono un numero maggiore ad avere un punteggio che in Inghilterra fanno solo dieci atleti. C – Quindi ci confermi una diversa impronta e metodologia. A – Prima della pandemia è venuto a Tokyo un allenatore della nazionale tedesca di ginnastica con lo scopo di studiare i ragazzini giapponesi; era stato in Inghilterra con lo stesso obiettivo. Ha notato subito che i bambini giapponesi non erano bravi, ripetevano solo le basi, mentre i ragazzini in Inghilterra riuscivano già ad eseguire esercizi più complessi. Poi vedi che una volta cresciuti i giapponesi sono migliori: mettono massa fisica, si sviluppano e riescono a fare quello che vogliono in termini di esercizi perché hanno una base che in altri paesi non approfondiscono. C – Secondo la tua esperienza questo tipo di impostazione è applicata a tutto il mondo sportivo e non che hai potuto conoscere in Giappone, ad esempio la scuola piuttosto che altre realtà? A – Secondo me sì, perché è proprio la loro mentalità. Per ottenere un obiettivo devi applicarti e studiare la base, saperla perfettamente per poi riuscire a fare una determinata cosa. Alcuni giorni fa, mia mamma mi ha detto: “ Vedi, in Italia un sacco di cantanti iniziano la carriera prima di saper proprio cantare. Al contrario, in Giappone, quando conosci dei cantanti è perché sanno già cantare, hanno studiato musica fin da piccoli, sono diventati musicisti. Non vedrai mai un giapponese improvvisarsi cantante”. C – Perfetto, grazie. Parliamo della vita quotidiana. Come era la tua vita in Giappone, o meglio, non è tanto quello che facevi al mattino, pomeriggio o sera, ma proprio quello che ti trasmettevano o quello che era il modo di essere di questi ragazzi della tua età. Se riusciamo a fare un confronto. A – In Italia vai a scuola, poi hai del tempo libero, nella seconda metà della giornata ti alleni e torni a casa; diversamente in Giappone ho notato e vissuto all’interno della palestra un diverso spirito di squadra. Quando torno in Italia vedo che tutti fanno il loro lavoro, ma sono un po' più individualisti. In Giappone nel weekend si esce insieme, si mangia insieme, c’è questo spirito, questo concetto di squadra che poi si trasmette anche in palestra. L’allenatore non dà sempre le indicazioni per migliorare, ci lascia creare le nostre esperienze e se qualcuno è più bravo lo invita a correggere gli altri per fare meglio. C – Quindi siete allievi e insegnanti oserei dire. Mentre la vita quotidiana? Nel nostro immaginario i giapponesi sono tecnologici, precisi, ordinati, ubbidienti ( nel senso positivo della parola), nella tua esperienza hai riscontrato queste tipologie? O sono luoghi comuni? A - Sì, normalmente il giapponese è ordinato, preciso, al lavoro non sgarra… Devo dire che ho frequentato studenti di 16/17 anni, sono andato nelle loro case un paio di volte e non sono ordinatissimi; ho vissuto con una famiglia, durante la chiusura di Tokyo, per un mese e mezzo, c’erano scatoloni ovunque, c’erano le tute per fare allenamento in un angolino, vestiti appesi per tutta la casa… Secondo me non si fanno distrarre dalla disorganizzazione che c’è nei loro alloggi, in compenso durante gli allenamenti sono molto ordinati e precisi. C – E come è andato il periodo di lock down, vissuto in una casa giapponese, loro ospite per circa un mese e mezzo? A – La chiusura giapponese non è stata totale, infatti da Tokyo mi sono trasferito in un’altra prefettura per poter continuare ad allenarmi. Non è stato difficile vivere in casa loro, grazie anche al fatto che conosco la lingua e chi mi ospitava era un amico di palestra. Sono sempre stati molto gentili, particolarmente attenti a propormi cibi della loro tradizione, ma con particolare attenzione alle mie esigenze di sportivo. E’ stata un’ avventura molto interessante. C – Hai dei rimpianti, o ricordi qualcosa di particolare della tua vita giapponese? A – Ho vissuto normalmente: scuola, sport. Durante la chiusura mi sono trasferito al mare in casa di questo amico, ma tutto sommato niente di eccezionale. Normale. Il rimpianto è sicuramente quello di non aver potuto visitare il Giappone a nord come a sud, per vedere meglio le loro differenze. Ci tornerei a vivere, molto volentieri. C – Parliamo delle Olimpiadi, cosa hai visto e capito della preparazione fatta per questo evento mondiale? A – In Giappone lo sport è praticato da quasi tutta la popolazione, soprattutto scolastica. Praticamente è quasi un obbligo fare sport. La preparazione andava a gonfie vele, dalle mascotte sui mezzi pubblici, alla realizzazione di impianti nuovi per le varie discipline. La sospensione è stato uno shock, sicuramente. Molte iniziative sulle costruzioni sono state fatte con particolare attenzione al risparmio energetico, hanno rifatto vecchi impianti, sistemati per le nuove esigenze moderne, con rispetto all’ambiente. Hanno usato moltissimo i mezzi pubblici per pubblicizzare l’evento, non mi sono accorto di una particolare pubblicità relativa al fondatore del judo, ma questa è la mia esperienza. C – Una domanda anche alla mamma Saula, ex campionessa di pesistica Olimpica. Sei rimasta in Giappone in totale 4 anni, hai potuto praticare la tua disciplina? S – Si, ho potuto insegnare in palestre, ho contribuito anche a preparare una loro atleta per il livello internazionale. Come già detto da Ares si pratica molto lo sport a livello liceale e universitario, che è la base dell’organizzazione. Hanno impianti comunali fantastici, con attrezzi e spazi per tutti gli sport, con salette pubbliche per la pesistica olimpica, saletta piccola con l’accesso a due persone per volta le quali si allenavano liberamente, tra l’altro con attrezzature di primo livello. Ho notato che in pratica tutti hanno la base per fare allenamento da soli e, informandomi, ho scoperto che tutti imparano le basi della preparazione atletica alle medie superiori, licei. Si possono, quindi, allenare liberamente in questi impianti liberi, con accesso a pagamento. Si incontrano anche tantissimi anziani, chiaramente nelle ore mattutine, e tutti molto preparati . In Giappone, gli sportivi che utilizzano questi impianti, quando terminano l’allenamento, puliscono gli attrezzi per la persona successiva. Praticamente quello che ora è richiesto da noi in Italia, a causa del coronavirus, lì esiste già da tempo perché è insito nella loro educazione. C – Torniamo ad Ares. Domandona! Se un domani tuo figlio volesse fare ginnastica preferiresti un allenamento alla giapponese o all’occidentale? A – Personalmente sceglierei un metodo a metà, tra il fare esperienza da soli come preferiscono lì e insegnare molto come si fa in Italia. Il giusto mix a mio parere sarebbe l’ideale. Aggiungo che per apprezzare i loro metodi devi entrare nella loro fiducia, comunicare con loro, pensare come loro. Se cerchi di importi ti lasciano fare ma ti “abbandonano” non insistono per insegnarti in senso ampio, devi conquistare la loro fiducia. A quel punto cambiano tante cose. C – Hai vissuto in Italia, poi Giappone, Canada, di nuovo in Giappone, ritorno in Italia, Giappone ancora, tutti questi cambiamenti, questi modi di pensare e di essere, ti hanno reso la vita difficile? E quali fra questi ritieni più adatto a te? A – Fra tutti questi cambiamenti, devo dire che lo stile giapponese è quello che più mi si addice, penso che non cambierò più il mio stile di vita, mi è entrato troppo dentro. Quando sono tornato per fare i primi due anni di liceo a Busto ho fatto molta fatica a reintegrarmi, nonostante i vecchi amici e la ginnastica. A mio parere un Giapponese che viene a vivere in Italia fa molta fatica ad ambientarsi proprio per le loro abitudini perché sono metodici, poco espansivi. Forse è più facile per un italiano imparare a vivere come loro che il contrario. Ringrazio Ares Federici (ginnasta della Nazionale Azzurra, classe 2002) e sua mamma Saula Nascimben per la piacevole chiacchierata. C.

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