Riflessioni allo specchio

Abbiamo invitato Giuseppe Di Cesare al consueto salotto del mercoledì perché è un amico, innanzitutto, e perché sentivamo che avrebbe potuto aggiungere un tassello alle domande che negli ultimi tempi ci stiamo ponendo. Siamo partiti dall’empatia, facendo riferimento alla collaborazione di Giuseppe con Giacomo Rizzolati, padre dei neuroni specchio. “(…..) La scoperta dei neuroni specchio indica che il sistema motorio è l’impalcatura su cui è costruita la nostra comprensione delle azioni degli altri. Si noti che quando parlo di sistema motorio includo anche i sistemi emozionali, motori già nell’etimologia della parola. Ne consegue che anche la comprensione vera delle emozioni altrui risulta essere empatica, e che pure queste emozioni son from inside.” (Rizzolati G., In te mi specchio, 2016 ed. Bur) Le zone del cervello che si attivano nelle relazioni empatiche, che hanno a che fare col sentire ciò che l’altro sente, sono sia motorie che emotive. Nel judo, ad esempio, si sente l’altro in modo motorio, l’informazione dell’altro giunge attraverso il contatto. Si riesce a percepire l’altro anche dalla sua postura, da come si muove, da come fa il saluto. I neuroni specchio si attivano anche guardando l’altro muoversi e combattere e innescano in noi delle risposte che creano connessioni proprio come se stessimo muovendoci con lui, o come lui. Per questo è importante, ad esempio durante una competizione, osservare l’avversario prima di affrontarlo, perché è come se ci stessimo allenando fisicamente al confronto. La ripetizione del gesto rende più forti le connessioni neurali e più veloce il meccanismo con cui il cervello richiama queste azioni quando servono. Durante il combattimento richiamiamo quelle azioni che abbiamo ripetuto con una velocità di esecuzione che è proporzionata al tempo e al numero di volte in cui le abbiamo esercitate. Se durante l’azione si comincia a pensare (alla paura della sconfitta, alla morte, al desiderio di vittoria..), il cervello non richiama più le azioni motorie in automatico e con la stessa velocità a causa di una sorta di “sovraccarico mentale” che impedisce al flusso di informazioni motorie di intervenire in modo automatico. Per le neuroscienze mente e corpo sono una cosa sola, non esiste distinzione, essendo la mente il centro che regola il sistema motorio ed emotivo e il cervello l’organo da cui dipendono le funzioni vitali. Rizzolati spiega la differenza tra dualismo mente-corpo, che per la scienza non esiste, e dualismo anima-corpo che ha a che fare col misticismo, dando un’interpretazione originale e provocatoria del pensiero di Cartesio: “(…..) Una delle ragioni per cui i miei insegnanti ci facevano studiare certi testi di filosofia è che (…) sia gli scienziati sia i filosofi si sono interrogati su cos’è questo oggetto particolare, o meglio quest’organo da cui dipendono le nostre funzioni vitali……(...)per quanto riguarda le neuroscienze, la figura più importante è quella di Cartesio (….). Cartesio è stato il primo che , nel discorso sul metodo, si è interrogato tanto sulla mente quanto sul corpo. (…) il dualismo cartesiano non solo ha permesso, ma è stato essenziale per lo sviluppo della scienza dell’uomo, liberandola dalle scorie vitalistiche. Cartesio ha compiuto un’azione rivoluzionaria per i suoi tempi, per quell’epoca era inaudito pensare a un’anima della quale ci si poteva disinteressare e, distinto da essa, a un corpo da studiare come se fosse una macchina…(…..). Ai suoi occhi il corpo è una struttura meccanica che si può osservare impiegando le stesse tecniche con cui si studia la natura. Noi oggi, talvolta non ci rendiamo conto di questa impostazione e le assegniamo un significato diverso. (….) Da un lato egli accolse, con grande interesse, gli sviluppi della scienza moderna; dall’altro però non potè evitare che la teologia potesse esercitare i suoi diritti sul mondo. (…) Di qui il famoso “dualismo”, la cui giustificazione è riconducibile al fatto che se non si fossero separate le sostanze (materia e spirito, corpo e anima) entrambe ne sarebbero uscite confuse e irrimediabilmente danneggiate.” (Rizzolati G., In te mi specchio, 2016 ed. Bur) Per poter combattere bene devi essere anche intelligente, poiché lo sport richiede un’azione muscolare, ma soprattutto mentale. Il saper fare è alla base della nostra intelligenza motoria. Se ci allontaniamo da ciò che sappiamo fare in nostro cervello non risponde più agli stimoli. E’ per questo ad esempio che nei bambini autistici alcuni studi hanno evidenziato che i neuroni a specchio sembrano avere un basso funzionamento. Un bambino autistico riesce a vedere un’azione motoria, ma non riesce a capirne l’intenzione (se la persona è aggressiva, arrabbiata, divertita). Si è pensato che possa essere dovuto ad una mappatura del loro sistema di connessioni nervose diverso da persone non autistiche, sarebbe necessario avvicinarsi al loro schema motorio per capire il loro stile di comunicazione. Questa cosa si può osservare nei bambini emiplegici i quali apprendono di più dall’esempio di altri bambini con gli stessi problemi perché li percepiscono più vicini al loro sistema motorio. In generale si riesce ad apprendere ciò che più si avvicina al nostro schema mentale. Per questo è importante arrivare all’insegnamento delle tecniche partendo dai fondamentali, da movimenti semplici che gli schemi motori degli allievi riescano a riconoscere come affini. Il nostro cervello infatti, possiede delle strutture neuronali innate, una sorta di vocabolario di atti motori (afferrare, spingere…) che attraverso l’esperienza creano collegamenti, vere e proprie catene di atti motori più complessi. Se mostro un’azione complessa ad un bambino che ancora non ha sviluppato le connessioni motorie utili ed essenziali ad agirla, non sarà in grado di ripeterla nella maniera corretta; il suo corpo non sarà in grado di capirla. E’ utile quindi spezzare un’azione complessa in azioni più semplici aggiungendo nuovi anelli alla catena in modo progressivo. L’empatia è fondamentale per l’apprendimento perché più si comprende l’altro più si può crescere con l’altro e apprendere dall’altro. La mancanza di empatia si può facilmente riscontrare quando in un sistema si instilla la paura dell’altro o la diffidenza. Siano di esempio i comportamenti razzisti (l’altro è diverso da me) o, viceversa, chi sceglie di non mangiare carne perché, in un certo senso, è in empatia con gli altri animali.

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