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....era chiaro che il judo fosse qualcosa di più.

La Svizzera è un’esperienza naturalistica importante, gli occhi del visitatore si riempiono delle meraviglie di una montagna incredibile (49 vette che superano i 4.000 m di altezza), sentieri per migliaia di chilometri, pascoli verdi e scoscesi, valli bellissime, cascate e corsi d’acqua, una presenza di costruzioni che si sposano perfettamente con la natura circostante. La posizione del paesino (400 anime) è stupenda, si trova ad una quota di 1650 m, raggiungibile solo in funivia o in cremagliera, è di fronte alla catena dello Jungfrau tra due 4000, il Monch e l’Eiger, la cui parete nord è tragicamente nota nel mondo alpinistico. Ed è in questa splendida cornice che si celebra lo stage di Murren, normalmente la seconda settimana di Luglio, a Murren, appunto, in Svizzera nel comune di Lauterbrunnen. Chi ha avuto la fortuna di partecipare a questo stage sicuramente, all’arrivo, avrà incontrato una signora magra con due treccine da ragazzina, che, salita su un panchetto, salutava gli ospiti dando indicazioni del programma dello stage in almeno tre lingue. Lei è Silvia Soave, l’organizzatrice. Come si inizia a far judo? Così un po’ per caso, di norma. Un’amica di Silvia faceva judo e lei chiese se poteva accompagnarla e vedere la lezione. L’insegnante fu intelligente, la coinvolse e Silvia fece la sua prima lezione in jeans e maglietta. Era il 1969 e il judo aveva avuto una notevole espansione anche se i club non si trovavano ovunque. Il pioniere fu un farmacista di nome dott. Hanho Rhy, coreano di origine, che per primo iniziò ad insegnare nel 1946. Allora era solo ju jutsu, col passare degli anni poi si differenziò anche come judo. Silvia trascorse alcuni mesi a Londra dove continuò a studiare il judo, e quando ritornò a casa incontrò il maestro che ancora oggi ricorda con piacere e con rispetto. Ecco potremmo dire che sì l’occasione è importante, il primo impatto deve essere positivo ma poi quello che agisce come forza trainante è la qualità dell’insegnante. Antonio Lazzarin, italiano della zona di Verbania, si era trasferito a Locarno per lavoro, quando lo videro far judo gli chiesero di insegnare presso il club di Muralto. Era una figura autorevole ma amichevole al tempo stesso, il suo judo era di ricerca della tecnica e di studio dei particolari. Di questo ha bisogno il judo per diffondersi, di una classe di buoni insegnanti. Qualità dello studio e ricerca tecnica fanno la qualità del tecnico, la personalità e disponibilità umana del tecnico lo trasformano in maestro. Da lì a poco iniziò anche la carriera agonistica di Silvia, in un paese che si stava sempre più organizzando lo sport e che faceva l’occhiolino ai paesi confinanti per vedere cosa di buono c’era da conoscere. Incominciarono così le prime uscite, in Olanda a Papendaal conobbero Tokyo Hirano, poi in Belgio Mahito Ogho, Wolfgang Hofmann e a Losanna arrivò un giapponese incaricato del Kodokan, Kazuhiro Mikami, classe ‘39 oggi 9° dan. Sul finire degli anni ‘70 il Judokwai/Judoclub di Losanna volle avere anch’esso un maestro giapponese e così tramite Mikami e Frédéric Kyburz (sempai di Katanishi a Tenri), giunse in Svizzera il maestro Hiroshi Katanishi che insieme a Hironori Shinomiya allenò la prima squadra femminile di cui faceva parte anche Silvia. La prima volta che vedemmo Hiroshi fu ai campionati svizzeri per stranieri dove sbaragliò tutti quanti. Fummo subito colpiti dalla finezza della sua tecnica, anche se io ero già più abituata, dice Silvia, perché anche il maestro Lazzarin era molto tecnico. Dice “…. con questi maestri così tecnici era chiaro che il judo fosse qualcosa di più che vincere o fare in modo di vincere…”. Silvia Soave per molti anni organizzò lo stage estivo con Tokio Hirano. Ricorda che lui raccontava di fare sempre, prima di andare a dormire, mille tandoku renshu (allenamento con l’ombra), che di notte sognava le tecniche e che bisognava pensare costantemente al judo (forse oggi lo chiameremmo una specie di allenamento mentale). A questo proposito ricordo di avere letto un’intervista a Ishikawa Sensei, il quale diceva che per un’ora di allenamento fisico suggeriva un’ora di allenamento mentale ripensando alle tecniche, le combinazioni e alle situazioni del randori. Sul metodo di Hirano è interessante parlare degli esercizi che faceva fare. Prima di tutto lavorare senza l’uso della forza, poi ripetere moltissime volte prima con un braccio poi con l’altro, poi il lavoro delle anche, delle gambe, infine tutto insieme. Non insegnava a rompere l’equilibrio allontanandosi e avvicinandosi sul piano sagittale ma sul piano trasversale cioè saltando dal basso verso l’alto per poi sparire sotto il compagno. Hirano, come tutta quella generazione apparteneva ad un periodo pionieristico fatto di un judo anche molto simbolico. Hirano condusse lo stage per circa 10 anni, poi Silvia prese in mano l’organizzazione dello stage con Hiroshi Katanishi che continua già da una decina di anni. Siamo alla fine della serata , un po’ stanchi e assonnati, ma Silvia ci fa una sorpresa: nella stanza arriva il suo compagno e suonando la fisarmonica ci dedica un paio di canzoni. E’ bellissimo sentirlo suonare e ci dice che da lì a poco sarebbe andato a Castelfidardo in provincia di Ancona per comprarsi una nuova fisarmonica italiana. Ci congediamo e ringraziamo Silvia, e anche il suo compagno, dandoci appuntamento al prossimo stage, quando si potrà….à bientot Silvia! Tokio Hirano (1922/1993) nacque nella prefettura di Kobe e iniziò a studiare judo a 12 anni con Fukushima sensei a Kyoto che lo indirizzò poi per gli studi universitari a Takushoku dove studiò con Ushijima sensei (altro mito della storia del judo, nato nel 1904 vinse due dei primi tre Campionati del Giappone di tutte le categorie, soprannominato il demone Ushijima, fu fondatore della International Judo Association. Di lui tutti avevano una paura folle per la durezza del suo metodo, il suo motto era “attacca finché il tuo cuore non smette di battere”. Ushijima sensei, 9°dan ebbe due allievi famosi, Hirano e Kimura. Nel ‘44 Ushijima, cercò di assassinare il generale H. Tojo, primo ministro giapponese e fanatico dell’entrata in guerra del Giappone). Dai maestri si può evincere che Hirano ebbe una formazione di stampo Kosen. Giunse in Europa nel ‘52 girando e insegnando un po’ ovunque; è famosissimo il lungo filmato girato presso il castello di Well con opa (nonno) Shutte (olandese di nascita, dentista di professione, iniziò judo con grande entusiasmo a 46 anni, diventò un grande specialista di newaza e assieme a Legget e Jasarin fu uno dei padri del Judo Tradizionale Europeo). Tokyo Hirano fu una leggenda del judo per due motivi: la sua enorme bravura e per il suo metodo di insegnamento. Nel ‘52 venne in Europa e rimase per sei anni. Per promuovere il judo Hirano sfidava pubblicamente tutte le cinture nere della città in cui andava. Nella città di Mannheim (Germania) sfidò 54 avversari dal primo al terzo dan e fece ippon a tutti in 34’, ma arrivò anche a batterne 73 in poco più tempo. Tale conteggio fu tenuto e nei sei anni di permanenza ebbe oltre 4.300 vittorie (Judoinfo). Durante la storia del judo, in Giappone, il modo per ottenere una promozione di grado dal Kodokan era quello di partecipare al Kohaku Shiai che si teneva due volte l’anno e segnando 5 ippon si poteva ricevere una promozione di un dan nella giornata. Hirano, ancora ragazzo, segnò 22 ippon solo di osotogari e conquistò abbondantemente il primo dan. A 19 anni era 5° dan. Durante l’Università studiò con Ushijima sensei. Si racconta che Hirano un giorno andò ad allenarsi presso il dojo della polizia metropolitana di Tokyo e in tre ore di randori, lui era una settantina di kg, segnò 500 ippon con 60 cinture nere. Mahito Ohgo studiò negli anni ‘60 presso la Tenri University e lì conobbe Wolfgang Hoffman (argento a Tokyo ‘64) che nel ‘63 lo portò in Germania dove contribuì moltissimo al miglioramento didattico tedesco insegnando in molti club tedeschi ma anche girando in Svezia, Danimarca, Svezia, Olanda, Svizzera e Austria. Fu anche docente presso la German Sport University di Colonia e diffuse in Europa la metodologia del tandoku renshu. Alla fine degli anni ‘70, il fondatore della Tokai University, Shigeyoshi Matsumae, judoka di alto rango, ammiratore di Kano Jigoro e industriale molto influente lo riportò a Tokyo dove Ohgo divenne suo consigliere personale con un focus sull’Europa. Fu segretario di Matsumae fino alla fine dell’attività che allora era di Presidente dell’IJF (1987). Hiroshi Katanishi nasce a Kobe nel ‘52 e frequenta la Tenri University con il famoso maestro Yasuichi Matsumoto ma esce dalle competizioni molto presto per un problema ad un polso così grave da rischiare l’amputazione dell’arto. Dal ‘70 al ‘74 allena la nazionale francese e nel ‘76 viene chiamato ad insegnare al Judokwai/Judoclub di Losanna. Lavora per la federazione svizzera e dal ‘79 al ‘85 e ne allena la nazionale femminile. E’ attualmente 8° dan e uno dei tecnici più stimati e famosi al mondo; ha avuto moltissimi allievi e molti campioni come l’attuale presidente della federazione svizzera Sergei Aschwanden o Oliver Schmutz. Collabora con i massimi tecnici d’Europa: Jane Bridge, Patrick Roux, Go Tsunoda, Frederic Demontfaucon e Frederic Dambach.

Educare lo sguardo

Magra, longilinea, un sorriso dolce in un viso spigoloso come per avvertirti: “non mi stuzzicare altrimenti trovi quel che cerchi”. In un’intervista trovata sulla rete, il giornalista le chiede chi siano stati i suoi insegnanti tecnici e i suoi d.t. in nazionale, Emanuela risponde subito che in quegli anni ha avuto un ottimo rapporto con la dott.ssa Muroni e il prof. Barigelli, il preparatore fisico, che le ha salvato le ginocchia mentre i tecnici e i d.t. le erano sostanzialmente indifferenti…..secondo lei occupavano quei posti immeritatamente. Eccola Emanuela Pierantozzi, coraggiosa, schietta, diretta quasi in modo imbarazzante, non si nasconde dietro dichiarazioni edulcorate, non applica quel "politically correct" che ormai ci impedisce di fare analisi, di vedere la realtà. Emanuela è una che punta i piedi a terra e si regge da sola; è determinazione pura, forza di carattere, come in quei combattimenti di judo vinti in giro per il mondo. E’ la prima atleta della nazionale che sentiamo fare analisi pesanti ma vere e che non ha paura di essere smentita. “L’ambiente della nazionale era pesante, non per le compagne o i compagni, ma per una dirigenza autoreferente che non si dedicava agli atleti ma che era più interessata alla politica e alla gestione del potere più che alla crescita di questi. Se non avessi vinto così tanto, mi sa che mi avrebbero cacciato, ero scomoda.” Stare tanto tempo lontano da casa rende fragili e spesso i poteri più forti ne approfittano, Emanuela ha coraggiosamente denunciato alcune cose, ma l’ambiente sportivo è omertoso e se gli atleti vogliono gareggiare devono imparare a tacere di fronte a molte ingiustizie oppure a non porsi neppure in una visione critica, a chiudere gli occhi e adattarsi, a essere soldati e non guerrieri. Forse dovremmo fare una riflessione sui nostri dirigenti sportivi, amministrativi e politici. Alcuni di noi hanno vissuto il ‘68 e l’occupazione scolastica del ‘78 in prima persona. Nel 1989 assistemmo alla caduta del muro di Berlino, alla svolta della Bolognina e nel dicembre al movimento delle Pantere nel mondo universitario. Eppure ancora oggi, si ha la sensazione di non aver migliorato sostanzialmente questo mondo. Non è bastata la visione cristiana della formazione infantile, non l'ebrezza dell’ideale politico giovanile e neppure l’utopia del Sig. Kano che concentra nel judo le massime internazionaliste che ci vedono in questo mondo per applicare il miglior impiego delle energie insieme agli altri collaborando per un mondo migliore. Sostanzialmente abbiamo cambiato poco e se vogliamo essere sinceri si ha la sensazione di avere molta meno autonomia intellettuale che negli anni ‘80, quando si percepiva il senso della libertà, legato a quello della responsabilità, e i diritti costituzionali erano dati per scontati. Ma torniamo a Emanuela, lei è bolognese ed è una regina del judo; un argento e un bronzo alle Olimpiadi, due ori e un bronzo ai Mondiali, due ori, tre argenti e due bronzi agli Europei, un oro ai giochi del Mediterraneo e sei assoluti vinti. La prima domanda è secca, quasi una rasoiata: “E’ vero che hai contribuito a far sì che i premi in denaro delle donne fossero equiparate a quelle degli uomini?”. Si, risponde Emanuela, “Nel 1989 vinco l’oro agli Europei ed Alessandra Giungi fa il bronzo, con quel risultato eravamo già P.O. (probabili olimpioniche), ma riceviamo metà premio rispetto ai maschi. Nello stesso anno, ai mondali di Belgrado, sempre io e la Giungi facciamo io oro e lei argento e andiamo assieme dal presidente della Federazione chiedendo pari premi per tutti. La disparità di trattamento è già di per sé un segno di arretratezza culturale, mettiamoci poi che l’Italia ha avuto più risultati in campo femminile che in quello maschile (come la Francia per altro ultimamente) e allora diventa tutto un’operazione commerciale: valgo il doppio ma guadagno la metà”. Si passa a parlare di judo e arte, vista la doppia vocazione di Emanuela come ex atleta di alto livello e come scultrice (figlia d’arte, tra le sue opere la statua di Pantani sita a Cesenatico). Sono interessanti le sue osservazioni. “Si, c’è molta similitudine tra arte e il bel judo; c’è l’armonia, un bel gesto che li accomuna ed emoziona. L’ippon è un punteggio qualitativo e non quantitativo come nella lotta, i combattimenti che amo di più sono quelli dove si cerca l’ippon, ma non sempre sono stata in grado di potermelo permettere perché sviluppare la tecnica richiede molto tempo e nella nostra mentalità c’è l’andare verso la soluzione il prima possibile. Forza, velocità e strategia si allenano più facilmente e danno risultati più immediati. Così diventi una macchina da guerra, copri le tue debolezze e hai meno tempo da dedicare alla crescita tecnica. Per inciso, fino a che non toglieranno il punteggio nelle classi dei giovani, non si riuscirà mai a crescere in modo esponenziale. Se un ragazzo deve fare risultato già dai 13 anni, forse la sua crescita tecnica subisce un arresto perché la vittoria diventa l’unico parametro del suo valore, per cui chi nasce dotato è fortunato, chi necessita di più tempo per maturare….addio!” Le poniamo una domanda sulla cultura judoistica: “Come mai secondo te uno che è appassionato di arte o che ama dipingere, spesso si riferisce ad autori distanti nel tempo, ad esempio Giotto (fine 1200) o il Parmigianino (1500) mentre un atleta se vede Kyuzo Mifune (fine dell’800, soprannominato il Dio del judo) sbadiglia?” Emanuela risponde senza incertezze “lo sguardo va educato, a meno che si abbia una propria sensibilità; dobbiamo abituare lo spettatore, il judoista, a qualcosa che non sia solo la forza o la potenza, ad apprezzare la bellezza di un movimento.” Le chiacchiere continuano scambiandoci anche le nostre esperienze e la nostra visione. Speriamo tutti che la nazionale sia cambiata rispetto a quella che Emanuela ha conosciuto da ragazza: “mi piacerebbe vedere una Federazione che avesse una programmazione, che tenesse di conto degli ex atleti e che aiutasse a trasferire le competenze in modo da entrare nel mondo del lavoro. In Germania chi insegna sport viene fuori da cinque anni di studi e non si improvvisa tecnico solo con un corso di due settimane. Io mi sono dovuta organizzare da sola, ho fatto l’Istituto superiore di Educazione Fisica e poi sono diventata docente del Corso di Studi di Scienze Motorie di Genova e ricercatrice. In Francia questo tipo di percorso è concordato assieme all’atleta per la terza fase della sua carriera (prima fase quella formativa e tecnica, poi la fase dell’età agonistica, poi il post agonismo con introduzione nel mondo del lavoro)”. L’ultima domanda è sui modelli che ha avuto da giovane. “Spesso mi riferivo alle colleghe francesi, ma sopra a tutte Ingrid Berghmans, la bellissima belga vincitrice di 11 medaglie ai mondiali, una delle sportive che hanno vinto di più nella storia dello sport”. Per quale motivo?” chiediamo noi. ”Perchè vinceva con il sorriso!” risponde Emanuela. Concludiamo con il detto latino “barba non fecit philosophum” (la barba non fa il filosofo) nel senso che se lo sport non ritorna a promuovere i migliori, nella gara come nella costruzione delle società sportive, se lo sport non educa a vincere sé stessi, vuol dire che è solamente uno slogan e non riesce all’interno di sé a realizzare ciò che propone fuori di sé. Grazie Emanuela, forte e aspra come le fragole con l’aceto.

La scuola di Pordenone: "il mucchio selvaggio"

Chi è Marino Marcolina? Classe 1945, nativo di Domanins (PN), un uomo tagliato con la scure, aspro come le montagne di cui si è sempre circondato; nella vita si è distinto per il carattere e la personalità. Leggendario nella lotta a terra, amato e mitizzato da alcuni, ma sicuramente temuto dai più. Si narra che per un periodo girasse per le palestre friulane e che molti judoisti prima di entrare in palestra controllassero se per caso ci fosse anche lui, nel qual caso, qualcuno decideva di tornare il giorno dopo. Di lui si è detto molto, a volte sfiorando la leggenda, dalla sua adesione alla Legione straniera, alla sua abilità come combattente con le armi o senza. Guardia del corpo dell’Editore Rusconi, faceva parte, negli anni di massimo splendore, del Bu Sen Milano, sotto la guida di uno dei più famosi insegnanti di judo: Cesare Barioli. Fu in quel periodo che divenne molto amico di Marcello Bernardi, cintura nera del Bu Sen, famoso pediatra e autore di apprezzati libri e manuali. In quegli anni circolava la bizzarra battuta di Marcolina, che spesso accompagnava il dottore nei salotti della Milano bene: “ Marino, ma a lei piacciono i bambini?” risposta di Marino che tratteneva a stento la risata a denti stretti: “Siii…..cotti però!!!!”. Non bastano per definirlo i quattro Campionati Italiani vinti consecutivamente o la finale nel 1975 fatta con l’altoatesino Herbert Pramstaller con cui, andati a terra dal primo minuto, ha lottato per altri quattro con attacchi, parate e contrattacchi fino a che riuscì a chiudere l’incontro con uno shime waza. Quale arbitro avrebbe avuto l’ardire di dare l’interruzione? Sì, perché la sua non era una fama conquistata a tavolino, fuori dal campo di battaglia, bastava incontrarlo per averne soggezione! Al Bu Sen Milano ricordano ancora le ore di allenamento di Marino e Alfredo Vismara la domenica pomeriggio o in qualsiasi momento libero avessero. I mille uchikomi e i 250 piegamenti sulle braccia a fine lezione o i randori che non terminavano neppure qualora la coppia fosse uscita dal tatami; con qualcuno non terminavano nemmeno con la resa, ma con lo svenimento magari anche finendo in altri locali del dojo. Negli anni in cui tornò a Pordenone cercò di mettere su un gruppo di allievi di cui i principali sono riuniti questa sera qui per l’incontro con Shibumi. La redazione ha sentito doveroso dedicare un po’ di attenzione a questa scuola che ha disegnato un pezzo della storia friulana come di quella italiana. L’esuberanza fisica del maestro Marcolina era proverbiale e il suo tempo libero si divideva tra il judo e le uscite in montagna. Fu in questi due ambienti che forgiò i suoi allievi: John Parutta, Walter Argentin, Giancarlo Pizzinato, Enzo De Denaro. Qualcuno li soprannominò “ il mucchio selvaggio”, e in quegli anni diedero esempio di come si impostava la lotta a terra, dal punto di vista della qualità e della didattica. L’emozione di essere tutti riuniti è palpabile, la vita mette assieme e poi magari separa per varie ragioni; Pizzinato si connette dal Messico, dove attualmente vive, Enzo da Udine. Alla serata partecipano anche il maestro Comino di Udine, altro grande protagonista del judo friulano e Alberto Grandi di Mestre che si allenava con loro. Una chiacchierata di quasi tre ore non facile da riassumere per cui, ci perdoneranno gli amici e allievi, ci limiteremo, tranne poche eccezioni, a riportare le frasi del maestro Marcolina, che è una persona profondamente schietta e cristallina, un’icona, coerente nel suo ruolo di “primus inter pares” di colui che instancabilmente esorta, spinge, batte, sollecita, soprattutto con azioni (sberle), ma anche con moniti che vengono fuori da una profonda esperienza e ricerca. Se ciò non bastasse, ciò che impressiona è la sua fisicità, la sua risata sempre soffocata, la sua ampia dentatura e il suo parlare con la bocca quasi serrata con voce rauca e profonda, quasi come un avvertimento minaccioso. Parla del suo maestro (C.B.) e dice di lui che era un vero maestro, un catalizzatore di forti personalità, uno studioso del judo e un grande tecnico. Il Bu Sen Milano si era riempito di persone di grande cultura e la pratica era sincera; ogni componente condivideva con gli altri ciò che imparava, così che 1+1+1 non faceva mai 3 ma molto di più. Il maestro si metteva al servizio degli altri e facendo ciò dava un esempio, un metodo. Quando Marino ritornò in Friuli dopo il ‘74, cominciò la ricerca di allievi, creando anche un po’ di imbarazzo per chi era passato da due o tre allenamenti alla settimana ad allenarsi tutti i giorni e più volte al giorno. Ricordo le volte che salivo in Friuli con il mio primo insegnante, un ottimo judoista, Enzo Meneghini a cui devo moltissimo. Egli era conscio che per migliorare ulteriormente dovesse frequentare gente forte e si era legato molto a Marino e ai suoi allievi tanto da essere nella squadra che dall’82 sfiderà i professionisti del judo, Carabinieri e Finanza che fino allora avevano occupato sempre i primi posti delle classifiche nazionali. La squadra della Libertas Udine fece storia, era guidata dal Maestro Comino che tuttora è uno dei grandi riferimenti del judo friulano. “Come si fa Marino a diventare così forti?” Marino richiama sempre alla sostanza delle cose “per allenarti devi creare una tensione emotiva, se non c’è emotività non esce la tecnica” e poi “la forza dello spirito non va mai dimenticata” e ancora “ la stanchezza è una sensazione, dovete imparare a dominarla”. Il suo intercalare più frequente è invece: “basta cazzate, randori!” Continua Marino: “il judo dal punto di vista professionale è limitativo, perché lo fai per te stesso; è più interessante farlo per migliorarsi e offrire questo anche agli altri” e ancora “vivi meglio tu e fai vivere meglio gli altri”. Poi cita, a proposito del combattimento, Miyamoto Musashi “ quando sfoderi la spada è per uccidere” per dire che la gara dà una forte emozione, ma non è il combattimento reale dove regna il dualismo vita o morte. Dice: “nella gara posso concentrarmi sui miei avversari, so chi sono e come combattono; il combattimento vero invece, può essere mai o due volte di seguito”, ciò per evidenziare che il combattimento è imprevedibile e imponderabile nel suo accadimento. Cita anche la Bhagavadgita: “il guerriero è colui che si oppone al caos” per chiarire la definizione di guerriero più consona al comune senso della vita. Non me ne vogliano gli allievi se parlo poco di loro, sono stati dei miti, per me di qualche anno più giovane, modelli che non ho raggiunto dal punto di vista della tecnica, dell’efficacia e della bravura, ma che mi hanno ispirato a dare quello che potevo senza risparmiarmi nello sforzo. Enzo De Denaro dice: “il tempo e il caso colpiscono ogni uomo” (cfr Munich film di Spielberg) riferendosi al fatto che il loro incontro è stato anche un po’ casuale e che attraverso la voglia di allenarsi duramente insieme, avevano costruito un fortissimo legame di amicizia e la capacità di sognare insieme. Ritiene che l’appellativo di “scuola” viene dopo, qualcuno lo verifica ad esperienza conclusa. Così la pensa anche Giancarlo Pizzinato aggiungendo che per lui Marino ha rappresentato lo spalancarsi delle porte di una piccola palestra di provincia verso una regione prima, poi una nazione e poi il mondo intero, con la conseguente crescita umana. Walter Argentin invece richiama, giustamente, che tutti i discorsi fatti su cosa sia o cosa offra il judo, devono essere legati al concetto dell’ippon che deve essere inteso non come il risultato di un rotolamento, come purtroppo oggi spesso si vede, ma come il risultato di un movimento perfetto e assoluto che lascia stupiti gli spettatori ed ammirati gli avversari. Prescindendo da questo aspetto il judo perde parecchio del suo fascino e mistero. Grazie a tutti di cuore per la serata, per quello che ci avete lasciato e per il piacere, in questo tempo di assenza dal judo, di rivedervi ancora una volta insieme! A.

Competizione o Collaborazione?

Ascoltiamo, colpiti dalla semplicità con cui è in grado di affrontare argomenti di grande profondità, il Prof. Giovanni Cristofolini, docente di botanica dell’Università di Bologna, mentre ci racconta il suo punto di vista sul tema dell’evoluzione, il significato e l’origine di questo concetto e le implicazioni che ha in termini sociali e di prospettive future. Lo abbiamo trovato illuminante, per noi che spesso ci interroghiamo sull’evoluzione, sul ruolo e sul destino del judo. Evoluzione per la scienza occidentale è un concetto che fa parte del sentire comune, viene accettato come il fatto che la terra sia tonda e non piatta. Ma non è sempre stato così, non fino a duecento anni fa. Oggi diamo per acquisito il concetto di evoluzione nel nostro ambiente, ma non necessariamente si può dire che l’evoluzionismo sia vero, così come non si può dire che il creazionismo sia falso, poiché non ci sono elementi per dimostrarlo. Nelle asserzioni scientifiche non si tratta di vero o falso; le teorie scientifiche, quelle non dimostrate matematicamente, sono infatti semplicemente il modo più razionale di spiegare i fenomeni che vediamo, come dice Popper, il modo più parsimonioso, che richiede meno ipotesi. L’ideale è spiegare tantissimi fatti con una singola affermazione. Più fatti spiego con quella affermazione più essa è solida, ma si potrebbe sempre dimostrare che in alcuni casi è falsa, come ha fatto Einstein per la gravitazione universale. Se parliamo di evoluzione è perché l’evoluzionismo è in questo momento la spiegazione più razionale o parsimoniosa per spiegare la diversità dei viventi, ma questa teoria non si può dire vera in assoluto. Cerchiamo di giustificare nel modo più ampio possibile la diversità dei viventi. Le altre spiegazioni, fino ad oggi, non possono competere. L’evoluzione comunemente viene riassunta in tre passi: Esiste una variabilità genetica per cui nessun individuo è uguale ad un altro, e questa sarebbe casuale e scritta nel DNA. Non ci sono due individui e due specie uguali. Esiste una competizione perché sulla terra le risorse sono limitate, non tutti possono sopravvivere, c’è una lotta per l’esistenza. Esiste una selezione determinata dall’ambiente. Non sopravvivono tutti, sopravvive il più adatto, colui che compie il suo ciclo vitale fino a riprodursi. Sono validi questi punti? E’ vero che questo basta a spiegare l’evoluzione oppure no? Partiamo dal primo: la variabilità casuale. Darwin diceva che “le variazioni sono tanto comuni e diverse negli organismi allo stato di natura, come se fossero prodotte dal caso. Questa espressione evidentemente non corretta, serve a manifestare la nostra completa ignoranza sulla causa delle singole variazioni". Darwin è stato aspramente criticato (vuole sostituire il caso a Dio), ma semplicemente intendeva che le variazioni sono così diverse e imprevedibili che è difficile spiegarle. Son passati 150 anni e aveva ragione. Il DNA ha una sua struttura, delle sue compatibilità, non può variare in qualunque modo. Ma c’è una strada molto complessa, di cui oggi si occupa l’epigenetica, fra ciò che è scritto nella sequenza del DNA e l’organismo. Il concetto che la variabilità sia casuale è un mito nato nella seconda metà del 900 ("Il caso e la necessità", Jacques Monod) su cui si è alimentata tanta letteratura e tanti miti. La variabilità casuale è un mito del secondo 900, non era vera ai tempi di Darwin e non è vera oggi. Dire che è casuale è dire che non sappiamo controllarla. Il secondo punto riguarda la competizione. L’evoluzione va avanti per competizione e lotta per l’esistenza. Ma c’è solo competizione? Che ci sia è indubbio; c’è competizione per lo spazio, per il cibo, per l’acqua, per ogni cosa. Che ci sia, è sotto gli occhi di tutti. Ma non esiste solo questo meccanismo. Siamo costituiti da cellule che contengono un nucleo e gli organuli, tra cui i mitocondri per mezzo dei quali la cellula respira. Prima della cellula eucariote è apparsa quella procariote che assomiglia ad un mitocondrio. Una cellula eucariote che fermentava e non poteva respirare ha inglobato cellule procarioti in grado di respirare ed è diventata anch’essa in grado di respirare. Così come nelle piante ci sono i cloroplasti, deputati alla fotosintesi ed alla produzione dell’ossigeno che respiriamo, per cui esistono molte prove sperimentali che siano il risultato di un processo di endosimbiosi con una cellula procariote. Si potrebbe quindi azzardare l’ipotesi che i più grandi passi dell’evoluzione siano avvenuti per cooperazione, se usiamo termini moderni, o simbiosi, se usiamo termini biologici. Un secondo esempio di cooperazione biologica è quello dei funghi. I funghi hanno un corpo fruttifero, che vediamo, e filamenti sottili, le ife, che si sviluppano diffusamente nel terreno e si insinuano nelle radici delle piante di cui utilizzano i prodotti della fotosintesi. Non sono parassiti poiché ampliano l’apparato radicale della pianta e ne aumentano la superficie di assorbimento dell’acqua, e pare persino che colleghino anche piante diverse tra loro passando il nutrimento da una pianta più forte a una più debole. Un terzo esempio è quello delle leguminose, che arricchiscono il terreno di azoto perché nel terreno ci sono batteri Rhizobium che si insinuano nella radice delle leguminose e la radice forma dei tubercoli di reazione all’infezione; il batterio insieme alla leguminosa produce un enzima che cattura l’azoto molecolare e lo trasforma in azoto organico. Ancora una volta una simbiosi. Noi viviamo grazie a questo perché all’origine della nostra catena alimentare ci sono le piante e l’azoto organico è un elemento costituente delle proteine. Allora si può dire che i passi fondamentali nei processi evolutivi, non sono nati per competizione, ma per collaborazione. Terzo punto: la selezione naturale. L’evoluzione avviene perché sopravvive il più adatto. Cosa significa il più adatto? Si fa spesso l’esempio dell’occhio che è una struttura complessa che funziona se è completa di tutte le sue parti (cristallino, retina…). Ma se le mutazioni vanno passo per passo, non esiste una mutazione che fa comparire l’occhio improvvisamente! Da queste osservazioni nasce il concetto del disegno intelligente. C’è un progetto e un progettista; la cosa è stata fatta perché c’era un fine e funziona con un fine. Dunque esiste un ente supremo che ha progettato tutto. Questa teoria pretende di essere significativa e razionale, ma non lo è, perché vuole spiegare un fenomeno fisico invocando un principio metafisico. Tuttavia il problema esiste ed esige una risposta. Una risposta la dava Lucrezio l’epicureo che sostiene, seguendo Epicuro, che tutto ciò che esiste avviene per caso: in questo universo grandioso, infinito nel tempo e nello spazio, gli atomi si uniscono per caso e quando si uniscono danno origine a qualcosa che può funzionare o meno ( non si sono formate le gambe per correre, è perché ci sono le gambe che corriamo). Prima è venuto l’organo e poi è venuto il suo uso. Tra il finalismo aristotelico, tutto esiste per un fine, e la casualità oggettiva di Lucrezio esiste una terza via. Per illustrarla prendiamo l’esempio del formaggio di fossa. Come si è originato l’ha spiegato un pizzicagnolo di Grassina, vicino a Firenze, che si rifornisce in Romagna. I contadini romagnoli producevano formaggio e alla fine dell’anno passavano gli esattori delle tasse dello stato pontificio a riscuotere le decime. Per nasconderlo lo mettevano sotto terra (prima mutazione). Gli esattori si presentano col cane e lo trovano (seconda mutazione). Il contadino avvolge il pecorino in foglie di alloro e artemisia e i cani non lo sentono più (terza mutazione). Arriva il 1860 e con l’unita d’Italia le tasse si pagano in altro modo, ma quel formaggio piace al contadino e continua a farlo così. Secondo dopo guerra, ripresa economica, si continua a fare perché risulta vantaggioso a livello commerciale. La storia è istruttiva perché indica una cosa che Darwin cercava di chiarire fin dall’inizio: la specie evolve in una ambiente che evolve; ciò che è più adatto oggi non è detto che sia più adatto domani e viceversa. Nel sangue abbiamo l’emoglobina, molecola complessa con un atomo di ferro al centro che trasporta ossigeno nel sangue. Nelle piante c’è la clorofilla, che è una molecola simile all’emoglobina ma con un atomo di magnesio che svolge un’altra funzione, il trasferimento di elettroni nella fotosintesi. Le leguminose, infettate da Rhizobium, cominciano a sintetizzare la leg-emoglobina che contiene anch’essa ferro, ed è un enzima che cattura l’azoto molecolare e lo trasforma in azoto organico. Allora, visto che compito della scienza è di trovare la strada più parsimoniosa, dobbiamo pensare che questa strada estremamente complessa, di costruire una molecola così fatta, sia successa tre volte in modo uguale per rispondere a tre cose diverse o è più semplice pensare che quella molecola si sia evoluta una volta per qualche scopo e poi in diverse situazioni è stata utilizzata? Noi utilizziamo nell’evoluzione i pezzi che abbiamo. La natura funziona così. Darwin suggeriva questo, non affidiamo tutto al caso, l’occhio può essere l’utilizzo di un organo che all’inizio aveva un’altra funzione, come il formaggio. L’evoluzione quindi, alla luce di questo, non ha una direzione, un fine, non ha uno scopo , non esiste dire che uno è più evoluto o uno è meno voluto. Darwin non ha mai usato la parola evoluzione, lui parlava di “discendenza con modifiche” e a seconda dell'ambiente e dei casi questa discendenza risulta più adatta a una situazione o all’altra. Ciò che oggi è adatto, domani non è adatto e dopodomani è adatto per qualcos’altro. Darwin ci ha insegnato che la natura non si adatta ai nostri schemi; i lavori di Darwin sono pieni di osservazioni in cui lui annota scrupolosamente tutte le osservazioni che corroborano, ma anche che non corroborano le sue attese. Quindi, come Shakespeare fa dire ad Amleto, si può ben affermare che “ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante non ne spieghi la tua filosofia”. Dobbiamo cercare di capire le cose ma, non dobbiamo mettere una gabbia che racchiuda il tutto perché non ci si riesce. Clero e nobiltà (diritto divino) erano contro l’evoluzione, erano fissisti. La borghesia è evoluzionista perché cerca competizione. Il concetto per cui il forte combatte il debole che soccombe è stato alla nascita del darwinismo sociale e nazista. Ancora oggi, questa società che divinizza la competizione fa una lettura forzata di queste teoria dell’evoluzione per cui tutto è competizione. Ma non dobbiamo leggere la natura forzandola per rispondere a quello di cui abbiamo bisogno, e farle dire quello che vogliamo per sostenere le nostre attese e i nostri pregiudizi. La scienza non cerca la verità, ma spiegazioni razionali e non è destinata a capire tutto il mondo; ti fa fare un passo e ti fa capire che c’è un percorso senza fine. E ora le domande: Ne judo si parla molto di collaborazione, è uno dei sui valori fondanti, e spesso, nella società attuale pecchiamo in questo senso. Se l’evoluzione va avanti per collaborazione e l’intera società umana è basata sulla competizione, allora siamo di fronte ad un buco nero. Ci sono speranze per noi? L’evoluzionismo racconta il passato ma non racconta il futuro, è una disciplina storica. Sono pessimista per la specie umana perché la cooperazione è fondamentale. Dimenticare questa dimensione è un guaio. Il judo, se è portatore di certi valori, non deve dismettersi o adattarsi. Il judo è come il pecorino di fossa, vale per quello che è, non deve adattarsi a quello che c’è. C’è una teoria evolutiva affascinante, la teoria dell’evoluzione discontinua, per salti. Ci sono catastrofi nel corso della storia del pianeta. Improvvisamente scompaiono un gran numero di specie. La lettura possibile è che lo spazio viene occupato sempre più fino ad un punto di collasso, scompaiono tante specie contemporaneamente, ma poi, improvvisamente, lo spazio viene occupato da nuove specie. E queste specie che in precedenza erano limitate a spazi marginali, vivevano in piccoli spazi, quando si libera l’ecosistema, senza competizione, con massima possibilità perché c’è massimo spazio, si riappropriano degli spazi. Se questa lettura è vera, significa che la potenzialità dell’evoluzione non sta nella competizione ma nella sopravvivenza di piccole specie che stanno a margine, ma mantengono viva la fiaccola. Mai avere paura se si è in minoranza. Emilio del Giudice, il padre della fisica quantistica italiana, diceva che in natura la collaborazione è fondamentale, mentre a noi è passata solo l’immagine della sopravvivenza del più forte. Sperare che il judo sia una risoluzione, siccome la speranza è una categoria cristiana, ci lascia in attesa, ma a noi piace l’idea dell’azione, stiamo al margine, organizziamo e appena c’è uno spazio occupiamo. Sì, cerchiamo di fare quello che si può, speriamo di essere capaci, non cerchiamo di adattarci e di andare dietro al mercato. Esistiamo, manteniamo vivo un pensiero e una tradizione. I valori sono quelli per cui vale la pena di vivere. Meglio essere in minoranza e avere la coscienza di fare il meglio che si può che accodarsi ad una maggioranza in cui non si crede. Venendo da una infanzia impregnata di cultura contadina, in cui il contatto stretto con la terra trasmetteva dei valori e dei ritmi alla vita, e osservando che oggi l’uomo spesso si pone al di fuori della natura le chiedo se l’osservazione dei cicli della natura può essere uno sfondo di riferimento per l’uomo, Ha ancora un senso oggi? E’ il senso, più che un senso. Abbiamo un rapporto difficile con la natura, è un rapporto antico, da quando siamo diventati una civiltà cittadina. I primi versi di Dante ne sono testimoni, di quanto sia diffidente l’uomo di città che rifugge alla selva selvaggia. Nell’evoluzione sociale ha prevalso la visione cittadina, quella contadina è rimasta schiacciata. Ma l’unico ritorno è quello, lì c’è linfa, non nel chiuso della città. Lì c’è ancora vita, la sorgente di vita è lì. Questo ci riporta al dualismo tra mente e corpo, la città ha tanta mente e poco corpo. Manca il contatto con la terra. L’uomo è completamente distaccato dalla natura, dalla madre terra. La separazione tra mente e corpo risale al cristianesimo, molto anticamente, un dualismo che è diventato fondamentale, fa parte della società occidentale, mediterranea, (Atene e Gerusalemme) che poi è diventata la cultura occidentale. In culture diverse questa separazione non c’è. L’occidente ha radice tutta ad Atene e Gerusalemme. Ci si può riuscire a ritornare all’unificazione di mente e corpo? A insegnare ai nostri bambini a tornare a questo? Siamo arrivati a riempire lo spazio, la nostra società sta lavorando per l’estinzione. Questo tipo di sviluppo sta facendo il pieno. Al mondo ci sono sacche di marginalità diverse che non corrispondono a questo modello occidentale, c’è molta umanità in alcuni luoghi marginali, che ha ancora valori diversi. Non tutto il mondo è appiattito. C’è molta più complessità. Le novità non verranno dalle metropoli del nord del mondo, ma dal sud del Mondo, le novità verranno da lì. Non possiamo presumere che la nostra azione abbia grandi effetti sul pianeta, ma ognuno cerchi di insistere sul proprio ecosistema, bisogna aver la coscienza di aver fatto quel che si può. Ogni singola persona che si porta a ragionare in questo modo di compassione, comprensione reciproca, è un qualcosa di importante; si lascia il proprio ambiente migliore di quello che è. Noi dobbiamo spargere luce vicino, abbiamo una candela e dobbiamo illuminare dove possiamo. Dobbiamo diffondere conoscenza che significa consapevolezza, la capacità di controbattere certe idee, come quella della competizione e della sopravvivenza del più adatto che è solo ideologia. Combattere le ideologie. Diffondere il senso di fratellanza, facciamo parte di un sistema e andiamo avanti se tutto il sistema va avanti. Prof, che cos’è per lei un maestro? Un maestro, dovrebbe avere sempre voglia di imparare e non pensare di essere un maestro e deve voler bene alle persone, le deve amare. Curiosità e amore per gli altri. Non occorre saper tutte le risposte, occorre saper tutte le domande. Esistono ancora le avanguardie? Nell’arte nella pittura una generazione rompe il passo rispetto a quella precedente e stabiliscono nuovi gusti nuove tendenze. C’è ancora differenziazione tra le generazioni? Come mai c’è mancanza di rottura tra le generazioni? Sembra che non ci siano avanguardie. Le rotture avvengono a distanza, con certi intervalli di tempo. L’ultima è stata nel 68, anche all’interno dei giovani, della stessa generazione. Non so se ho visto altre rotture paragonabili a quella. Ci sono altre rotture striscianti che non vanno per generazione, ma per sesso. Potrebbe stare maturando una rottura donna uomo nella nostra società. L’unica che vedo è questa, non generazionale, ma di genere.

Shibumi incontra Cadot

Salutiamo il nostro ospite, Yves Cadot, 6° dan alla soglia dei 50 anni, ricercatore presso il Centro per gli studi Giapponesi, docente presso l’Università di Tolosa e membro della Società Giapponese per lo studio del Budo. Il suo livello di competenza è tale da essere stato chiamato in Giappone ad insegnare la storia ed il pensiero del Prof. Kano. Dopo averlo seguito nelle conferenze che ha fatto in giro per l’Italia, lo accogliamo a Shibumi e lo ascoltiamo con grande emozione. La prima domanda riguarda le elezioni del nuovo Presidente della Federazione Francese, che, a sorpresa, ha sbaragliato il presidente uscente Jean Luc Rougé. “Non so se cambierà molto la situazione nei dojo (palestre), ma sicuramente cambierà in generale nell’ambiente judoistico. Molti maestri erano stanchi della situazione attuale e volevano modificarla; se non ci fosse stato un cambiamento molti di loro avrebbero lasciato la Federazione. Quindi ora non si sa cosa succederà ma almeno c’è un po’ di speranza in un miglioramento. Rougé è stato presidente per 16 anni e precedentemente direttore per 14, di fatto erano 30 anni che rappresentava la Federazione, con le stesse persone, gli stessi amici che erano nei posti chiave. Si spera ora che ci sia una vera e propria riorganizzazione della dirigenza e un cambiamento." La seconda domanda verte su una bellissima lettera che Patrick Roux (ex-campione d’Europa, tecnico sopraffino ed attualmente uno dei tecnici della nazionale più forte d’Europa, la Russia, nonché maestro di Yves) ha inviato al presidente uscente Rougé. Una lettera particolare, scritta col cuore: “E’ una bella lettera, sorprendente. Perché Patrick ha l’abitudine di mettersi all’opposizione in modo diretto, mentre in questo caso ha parlato dell’amore per il Judo ed ha cambiato angolazione, ricordando a tutti che l’importante è stare sul tatami e fare judo. Di fatto dice che l’entourage di Rougé non amava il judo di per sé, in quanto disciplina educativa ma era interessato solo al risultato agonistico del Judo; per loro, il Judo, era un prodotto da vendere, come fosse una lavatrice. Inoltre da due settimane si denunciano casi di abusi sessuali su minori: visto quindi che la giustizia entrerà nel merito, ci sarà per forza un cambiamento del modo di agire della Federazione. Non si può parlare di educazione e poi abusare di ragazzine. Ora il Judo francese è in una situazione di crisi totale, ha delle cose terribili e cose positive, vedremo se cambierà." A questo punto non possiamo non osservare che queste cose sono accadute, purtroppo, anche in Italia e con amarezza non sembra che nel nostro paese i dirigenti abbiano agito meglio. Quello che si contesta in Francia, come in Italia, è di avere tenuto occultate certe notizie, come se questo comportamento non fosse dissimile da quello del violentatore che conta soprattutto sull’omertà e sulla paura che la vittima ha anche solo di chiedere aiuto. Ma questo rientra in un discorso più ampio che riguarda un misto tra sessismo, maschilismo e misoginia, e confidiamo che la magistratura francese farà il suo corso. L’ospite viene incalzato, da dove viene questa crisi del judo? “Ci siamo dimenticati due cose: il progetto iniziale del Judo che invece sta venendo fuori in altri sport, lo sviluppo cioè di valori morali. Allo stesso modo i maestri di Judo dicono la stessa cosa, ma lo fanno paragonandosi ad insegnanti di altri sport, quando invece è il contrario. Ci si dimentica che il Judo è stato creato per rendere l’uomo autonomo e utile alla società: il Judo è fatto per far acquisire valori. Il Judo è un progetto di vita, non un progetto per muovere il corpo e fare allenamento. Secondo me in Francia molti maestri lo hanno dimenticato. Di fatto quando un judoista smette di fare gare, i maestri non sanno più cosa proporre alla persona per fare judo, un po’ di ginnastica o difesa personale, ma non più judo. Non c’è più passione perché non è più compreso il vero scopo della pratica, i maestri non capiscono più qual è il messaggio principale e iniziano ad avere paura di tutto ciò che vi è “al di fuori”. A volte si dice di fare attenzione al MMA o Krav Maga perché sono pericolosi, ma di fatto lo dicono perché temono che essi siano in concorrenza con il judo, non capiscono che il problema è come ci si pone di fronte alle cose. Non è un problema se la gente ha voglia di fare Krav Maga o MMA, se noi facciamo judo bene, poco importa cosa fanno gli altri, a noi importa fare un buon judo che ci insegni a stare dritti, con una bella postura ecc… Attraverso il judo impariamo ad entrare in contatto ed in relazione con l’altro, il judo ha uno scopo totalmente diverso dalle altre arti marziali di combattimento. C’è un altro problema in Francia, cioè non si fa più tanto randori, non c’è più abbastanza pratica. La finalizzazione di tutto all’agonismo ha corrotto il metodo di allenamento, solo botte per rinforzarsi e vincere le gare." Yves, in che senso non si fa più randori? "Innanzitutto per prima cosa nei club si fa poco randori, magari solo 3/4 cambi a fine corso, poi di solito non è randori ma shiai, quindi di fatto quando si inizia a diventare anziani non si può più confrontarsi con i più giovani, cosa che si dovrebbe poter fare invece, ma che non è più possibile a livello fisico. Inoltre, quando succede questo, il Judo diventa poco efficace, si perde il concetto di lancio ed il modo di proiettare è solo un tirare giù. Si può comunque fare Judo parlandone (“da intellettuali”) però se si perde la pratica si perde tutto, il messaggio cade senza l’esempio e non colpisce più." Rispetto a questa situazione che mi sembra comune in Francia come in Italia, che proposte faresti per cambiare? "Secondo me il miglior modo è avere dei bravi judoisti che danno un buon esempio. Non so se conoscete Frederic Dambach o Yves Glotin; quando hai queste persone che alla loro età fanno un judo molto bello ed efficace, molto tecnico e senza forza, fai randori con loro, stai bene ed hai piacere, allora tramite questa esperienza puoi convincere la gente. Non puoi dire ad un ragazzo che si allena per fare i campionati nazionali francesi o mondiali che non fa bene quello che sta facendo senza dare un esempio. Di fatto bisogna convincere la gente sul tatami dandogli un modo di fare differente." In Francia c’è un gruppo di persone che tratta questi temi? Che prendono in considerazione modelli differenti? "Sì certo, ci sono per esempio gli stage come quello di Montpellier, dove le persone che partecipano sono più o meno su questa lunghezza d’onda e c’è anche un’associazione che si chiama www.stagejudo.org oppure Stage Judo-Home (Fb), dove sono stati linkati dei dojo che appoggiano questa idea, in modo che se uno si muove in Francia per lavoro o studio e vuole fare Judo, sa che queste palestre portano avanti il judo in questo modo. Ovviamente è una cosa che avviene fuori dall’egida della federazione francese ma noi cerchiamo sempre di sensibilizzare tutti a questo tipo di visione. La federazione è molto centralizzata con ramificazioni in 15 regioni diverse che si chiamano leghe; per esempio io sono nella lega della mia regione e dall’interno provo a cambiare qualche cosa. Molti anni fa c’erano dei gruppi di Judo tradizionale (Michigami ed Ichiro Abe) però di fatto tutti gli allievi hanno smesso di fare Judo dicendo che il Judo è morto e perso. Secondo me invece, c’è bisogno di gente che abbia voglia di perseguire la causa e che combatta sia dall’interno che dall’esterno della Federazione." Qualcuno chiede perché hanno smesso di fare judo “Finché erano in vita Michigami ed Abe, essi erano al di fuori della Federazione ed erano molto forti e carismatici, quindi nessuno diceva niente; contemporaneamente la Federazione ha messo dei dojo in tutte le cittadine francesi. Michigami ed Abe hanno formato circa 10/15 allievi reali, quindi quando uno è morto e l’altro è tornato in Giappone, si sono trovati pochi allievi contro 15.000 società ed era impossibile continuare a perpetuare il messaggio. Soprattutto perché molti dei loro allievi non erano professionisti o grandi atleti, ma notai o avvocati o gente che comunque aveva un altro lavoro. Di fatto era una battaglia contro i mulini a vento." Chi segue da anni Maestri come Katanishi per una scelta metodologica, cercando di organizzare stage di respiro internazionale, ha dovuto ridimensionarli a stage nazionali, fino a farli diventare amicali (gli amici del Maestro K.) perché sostanzialmente queste iniziative non hanno suscitato interesse. Un disinteresse che coinvolge anche tutti quei discorsi retorici sulla qualità della formazione e sull’educazione del judo che poi sul piano pratico non interessano che ad una minoranza. Cosa pensi di ciò? "Il problema è che di fatto se tu hai dei ragazzi giovani che vogliono fare gare e diventare forti, devi mandarli in uno stage da gente specializzata che fa quel tipo di lavoro. Magari i miei una volta li porto ad uno stage di Katanishi, ma poi nel bilancio dell’anno comunque dovrò portarli a stage della Federazione, oppure i miei allievi li mando là ed io vado agli stage che interessano a me e mi fanno crescere come insegnante. Per questo a mio parere è importante combattere all’interno della Federazione. Così facendo si può creare una linea di pensiero che dica sì, anche questi stage sono interessanti, bisogna andarci, con partecipazione attiva della Federazione stessa. Se ci si divide si perde e si prendono due strade totalmente diverse, non si crea dialogo e non si fa niente insieme. D’altra parte bisogna ritrovare la speranza nel Judo e nel progetto che il Judo propone. Bisogna avere soprattutto fiducia nei ragazzi poiché molti vogliono diventare campioni ma non tutti: c’è anche chi è interessato a diventare una persona sicura di sé e che punta ad una crescita personale. Può esistere un judo che non è fatto solo di muscolazione e shiai." Ma da cosa dipende questa deriva del judo, qual é la causa scatenante? "Secondo me è iniziato tutto dall’introduzione del koka (piccolo vantaggio) e dello shido (ammonizione). Cioè dall’idea che si poteva vincere senza proiettare l’avversario, ma facendolo richiamare per scarsa combattività o segnando un piccolo vantaggio. Se per vincere puoi fare solo ippon devi rimboccarti le maniche e fare molto judo." Quindi per un problema di arbitraggio? "Sì, dal momento che si inizia a poter vincere senza far cadere l’avversario. Di fatto si introduce un pensiero deviato, si induce a potenziare la difesa, a far prendere shido all’altro, a fare un piccolo punto e vincere con strategia." In Giappone si parla ancora di Judo Renaissance? (un programma per una salvaguardia dell’aspetto morale del judo). "No, non se ne parla più. Al suo posto è venuto fuori il Judo Mind Project (M.I.N.D. acronimo: Manner-modo di fare, Independence-indipendenza, Nobility-nobiltà, Dignity-dignità). Anch’esso per ricordare gli insegnamenti del suo fondatore Kano Shihan. Attualmente il judo è migliorato, dal 2012 è tornato ad essere più dinamico, gli atleti vincono molto di più in gara e riescono ad avere un grande successo. Far judo è diventato più piacevole per gli stessi giapponesi (un tempo era più legato al senso del dovere). Comunque sono scettico su questi progetti: perché mutuare significati da altre culture? Nel judo di Kano c’è già tutto, forse hanno dimenticato le loro radici?" La Federazione Francese utilizza la tua approfondita conoscenza del pensiero di Kano? Fai i corsi agli alti gradi? "Spesso faccio delle conferenze, soprattutto agli alti gradi, ma non nel dojo, in una sala conferenza, di fatto è quello che chiamano aspetto di cultura generale, non approfondiamo il pensiero di Kano. Nel dipartimento invece (Lega) sono responsabile della formazione dei maestri ma di fatto anche qui si tratta di un’azione di marketing perché all’esame finale, che è nazionale, non viene richiesta la mia materia. Posso influire molto poco nella loro formazione." Che cosa fai durante questo lockdown? Anche in Francia i dojo sono chiusi? "Faccio corsi su Zoom per gli studenti. Nel primo lockdown facevo una traduzione al giorno di Jigoro Kano. Ci sono molti dojo che sono in strutture municipali e pubbliche, quindi per forza sono bloccati. Nei dojo privati invece ci puoi andare, ma di fatto non potresti spostarti (come da noi in Italia) ti puoi muovere solo per motivi di salute o per necessità e oltre 1 km non puoi spostarti per più di un’ora. In Francia solo gli atleti di livello e interesse nazionale possono allenarsi. Se sei un maestro di judo invece puoi dire che devi “mantenere” il tuo livello tecnico per lavoro, quindi puoi usarlo come espediente per praticare." Non pensi Yves che la crisi che sta attraversando il judo sia la crisi di tutta la nostra società? "Certamente, ma proprio per questo ci vuole qualcosa di stabile. Per questo bisogna andare verso il recupero del pensiero educativo del fondatore Kano Shihan. Una cosa che mi ha molto segnato negli ultimi anni, è che la Francia è il paese dei diritti dell’uomo, me lo hanno insegnato sin da quando ero piccolo. Quando c’è stata la crisi con l’immigrazione, la Francia ha detto “chiudo tutto”. Come si può essere credibili quando si hanno valori solo in assenza di problemi? I valori hanno peso ed importanza nel momento in cui esiste il problema, è in quel momento che si vede la coerenza. E’ la stessa cosa per il judo, la società non funziona, quindi il Judo ancora di più deve rimanere saldo al suo interno e trovare i valori di crescita e di sviluppo della comunità judoistica. Il judo fisico, atletico e competitivo non è per tutti, ma la sua pratica sì; il randori può essere fatto a qualsiasi età, Jaques Seguin (è uno dei maestri più famosi di Francia, ha compiuto da poco 79 anni) fa randori tutte le sere, con persone attente naturalmente, buoni judoisti, è lì che il judo ritrova il maggior senso. Se togliamo la pratica costante dal judo, esso diventa una teoria non più interessante di altre." Il nostro blog si chiama Shibumi, abbiamo conosciuto questo termine giapponese dalla lettura del bellissimo romanzo omonimo di Trevanian. Come tradurresti la parola shibumi? "La traduzione letterale è “il gusto amaro”. Il secondo significato è “un fascino calmo e profondo che non si vede” un “gusto poco appariscente ma calmo e profondo”." Con questo ultima domanda lasciamo il nostro ospite pieni di riconoscenza per le cose che ci ha regalato. Domo arigato gozaimasu Cadot Sensei, one gaeshi masu, à bientot sur le tatami!

Sotto le vele del Judo

“Cerco di fare una piramide, raggiunto un obiettivo, vado più su…” Si è presentato cauto, serio, giustamente sospettoso e al contempo curioso di capire chi avesse davanti, quasi abbottonato. Poi lentamente si è sciolto, aspettando l’intervento di ognuno di noi, alcuni dei quali non conosceva, e solo allora ha capito di essere tra amici, che cercavano di carpire da lui suggerimenti ed esperienze che potessero essere utili al loro agire. Così, dopo aver aspettato e capito se valesse la pena, se fosse tempo utile quello che passava con noi, utile a noi e a lui, perché è uomo del fare, Gianni Maddaloni ci ha regalato se stesso. “Sono contento che mi abbiate invitato, perché sono sempre aperto al confronto, mi piace capire e arricchire le mie esperienze perché quando uno è nato per dare e per fare, lo dice il judo, insieme si migliora” Così ci racconta della sua attività in tempo di Covid, tempo in cui più che mai è necessaria l’azione, nell’aiutare la gente della sua Scampia e i ragazzi che vogliono praticare, perché “quando togli il judo ai ragazzi, gli togli la vita”. La sua giornata, e quella di sua moglie e dei volontari del servizio civile che li aiutano, comincia alle 8 del mattino con la preparazione del cibo che, con l’aiuto della Caritas locale, viene distribuito alle persone delle Vele. Poi si va in palestra, dalle 10 alle 12, con gli agonisti. E poi di nuovo alle 16:30 ci si trova per organizzare il lavoro del giorno dopo e dalle 17:30 alle 20:30 di nuovo sul tatami. Tutti i giorni tranne uno di recupero. E’ questa la vita di Gianni Maddaloni oggi, sempre più dedita al sociale, ai detenuti, ai bambini del quartiere e agli anziani, e sempre più vuole esserlo nel futuro, sacrificando l’attività agonistica, affidandola ad altri tecnici che collaborano con lui. “Cerco di fare una piramide, raggiunto un obiettivo, vado più su. Lo scopo è fare del bene, a questi bambini che trattiamo come dei figli, e anche se le delusioni ci sono, continuiamo a fare. Sto a 528 detenuti presi in affido dai servizi sociali dal 2008. Lo faccio perché ho esperienza di periferia, esperienza di vita vissuta” Certo Gianni sogna ancora le Olimpiadi, c’è già arrivato tre volte, a Sidney, Pechino e Londra, ma poi oggi c’è la questione del cibo e quindi il suo sogno si è allargato, verso la realizzazione di una Cittadella dello Sport, dove poter dar lavoro ai ragazzi della zona e opportunità ai bambini e ai ragazzi e di un Banco Alimentare fisso, che possa distribuire cibo tutti i giorni ai bisognosi di Scampia, oggi più che mai . “Io ho una patologia, che è di pensare agli altri prima di pensare a me, e credo che tanti maestri di judo ce l’abbiano, non solo io” “C’è gente che usa il judo, noi ci facciamo usare dal judo. Il judo parla di questo” A Scampia il 10% dei giovani che frequentano la palestra sono figli di detenuti e ragazzi con situazioni problematiche e spesso tra loro esce il campione, il motivato, il talentuoso, proprio perché vedono nel judo un’opportunità di riscatto e vi si dedicano anima e corpo. Iniziano da piccoli, prima giocando, poi dagli 8 ai 10 anni iniziando il lavoro tecnico, lo studio della posizione, di renraku, gaeshi, kumi kata. Dai 13 ai 16 anni su 20, 25 cinture marroni si distinguono 7/8 campioni che arrivano alle finali. Questi risultati si ottengono principalmente attraverso l’educazione a vivere in gruppo e attraverso l’azione attenta del maestro che, come un genitore, sa dosare severità e gentilezza ottenendo stima, rispetto e concentrazione. La stessa stima e lo stesso rispetto che Gianni si è guadagnato e ha dimostrato nei confronti degli altri tecnici, durante le gare. “Io ho amici pugliesi, siciliani, lombardi e la politica vorrebbe dividerci, ma noi siamo uniti, perché sono tantissimi anni che viviamo quell’emozione che ci dà il judo. La gara è un attimo, ma sulla materassina io mi sento bene, perché il tatami è energia. E dobbiamo rimanere uniti” “Per noi prendere ippon significa imparare a vincere, voler imparare a vincere, l’ippon è un’occasione di crescita” L’obiettivo sportivo per Gianni è secondario allo sviluppo dell’essere umano; il primo obiettivo è infatti di dare dei valori ai ragazzi come sono stati dati a noi dai nostri maestri. I bambini in palestra sono come dei figli putativi affidati da madri e padri che lavorano o che non possono essere presenti. “Il judo è un’arte, si può vivere di judo, ma bisogna formare i ragazzi ai principi del judo, non solo tecnici, ma anche morali” Principi che Gianni ha ricevuto dai suoi genitori, che per primi, grazie alla loro fermezza, lo hanno tenuto lontano dalla strada; dal suo maestro, Enrico Bubani, che lo ha accolto a 18 anni come un padre, dopo due anni da quando aveva perso il suo, e all’Università di Napoli in cui ha avuto la fortuna di lavorare e che lo ha immerso in una cultura diversa da quella in cui era cresciuto. L’esperienza gli ha insegnato e dall’esperienza continua a trarre ispirazione prendendo esempio dai migliori. Ha sempre cercato idee ed esempi, frequentando molte palestre, prendendo appunti, riprendendo con la telecamera e analizzando i filmati. E ancora oggi grazie ai media, guarda video e ruba idee. “Come si fa a non rubare? Ricordo il maestro Barioli, i suoi occhi, la sua postura, metodico, preciso, corretto. E dove vedevo che stava lui andavo. Dove stavano i Vismara andavo io perché loro combattevano bene a terra, mi affascina il loro ne waza.” E queste idee rubate lo hanno portato alle Olimpiadi, nel 2000, e la vittoria del figlio Pino gli ha regalato la possibilità di aprire una grande palestra, che lui ha voluto sotto le Vele. Perché lì c’era bisogno e questo il judo gli ha insegnato soprattutto: andare dove c’è bisogno. “Io sono come tu mi vedi, di 10 miei amici d’infanzia di Scampia, 8 sono metà al cimitero e metà al 41 bis. Io so come loro la pensano, so cosa li fa grandi e cosa li fa piccoli. Li devi accarezzare, devi prendere i figli e soprattutto la complicità delle donne, perché loro sono quelle che possono ingannare il marito, ma non il figlio. Li conosco perché ci sono stato non dentro, ma di fianco, vicino, e non li lascio. Perché credo che più della metà di loro, con le opportunità, possano cambiare”. Il sogno di Gianni è di dare opportunità di lavoro ai suoi ragazzi. Da trent’anni tante fabbriche hanno chiuso e il lavoro è venuto meno lasciando terreno fertile alla Camorra, che Gianni definisce “l’espressione del sistema, quello reale” . Dare opportunità attraverso la Cittadella dello sport e aumentando le scuole ad indirizzo sportivo, formando tecnici ed insegnanti che possano trovare nello sport uno sbocco lavorativo. “Bisogna mettere insieme le buone persone, quando ci si trova con un gruppo, prima si è in 5, poi in 10, poi in 20 e non bisogna stravolgere il mondo, ma fare quello che si sa fare e farlo bene e così cambiano le cose! Ci mettiamo insieme e facciamo del bene e possiamo arrivare ovunque, ma bisogna fare più che parlare. Meglio essere un grande Re in un piccolo regno, che un grande stronzo davanti a Cristo”. Questo è l’augurio e la speranza del maestro Gianni Maddaloni e non possiamo che accoglierla e farla nostra augurando a lui e a tutti noi di vedere realizzati questi sogni! Grazie Gianni e a presto, sul tatami!

Furiko tomoe nage san

E’ trascorso un anno da quel giorno, non si è più fatto molto judo da allora, nessuno lo avrebbe potuto immaginare ma qualcosa avrebbe cambiato il mondo.. Ci sono persone che incontri che ti lasciano un ricordo per sempre. Non so da cosa dipenda, non conosco l’alchimia che caratterizza questi incontri ma sento che c’è un passaggio di “cose”, piccoli “significanti” di cui non so dire il nome. Così è accaduto con Katsuhiko Kashiwazaki, classe 1951, medaglia d’argento nei 63 kg ai Mondiali di Vienna del ‘75 e oro nei 65 kg in quelli a Maastricht dell’81, 7 volte medagliato in tornei internazionali (come Kano Cup e Torneo di Parigi) e per 7 anni medaglia ai Campionati giapponesi. Kashiwazaki Sensei è stato chiamato dal Maestro Corrado Croceri, tecnico molto conosciuto e pluricampione italiano, suo amico da circa 40 anni. Lo stage si è svolto nei gg 19 e 20 dicembre a Corridonia per festeggiare i 45 anni del Dojo Kenshiro Abbe Gruppo Marche. Assieme al Maestro sono stati ospitati una decina di judoisti universitari giapponesi di Tokyo, alcuni molto forti a terra perché frequentatori del Kosen judo. Arriva presto al palazzetto con moglie e allievi, saluta tutti cordialmente, è sorridente e per nulla dimostra i suoi 68 anni, visto i capelli neri e la pelle pressoché priva di rughe, come molti giapponesi. Ci cambiamo poco dopo, ha un fisico asciutto, longilineo, dita lunghe e affusolate, potrebbe essere un musicista, lo accompagna nella traduzione il Maestro Piercarlo Cappelli, famoso maestro di Torino che parla un giapponese fluente. Kashiwazaki Sensei, parla sottovoce, è simpatico e sa come trattare con gli europei, ha lavorato da giovane con le nazionali d’Inghilterra, Canada e Germania e in molti stage in tutta Europa. Scherza, dice che il suo judo è datato (i Maestri Cappelli e Croceri sorridono), non è più attuale. A sedici anni si è rotto il gomito e negli anni seguenti è stato operato tre volte, il suo tiro preferito era seoi nage, doveva scegliere se smettere o cambiare tecnica, scelse di concentrarsi nel newaza, dopo diventerà la sua specializzazione. Successivamente comincerà a specializzarsi nei sutemi per poter rendere tutto più efficace e compatibile nelle competizioni. Dice di non essere bravo in uchimata o tecniche simili (ancora sorridono i maestri). Mostra i suoi speciali, furiko tomoe nage in più varianti (che potremmo tranquillamente chiamare il tomoe nage di Kashiwazaki, visto che nessuno mai è riuscito a riproporlo come speciale) e il suo favoloso uki waza, in cui ha un uso fondamentale della testa per avere una posizione stabile e non far vedere il gesto all’altro. E’ elegante ed efficace, gli uke vengono lanciati a svariati metri nel tomoe nage, insiste nel timing di spinta del piede e sul ruolo di uke che deve fare la giusta reazione. Quando una coppia non riesce nell’esecuzione lui interrompe, chiama un ragazzo dei suoi e chiede di riprovare, questa volta tutto riesce...segno che il judo fatto bene si fa in due. La prima lezione termina così, con una mezz’ora di randori. Il giorno dopo si inizia con ne waza, qui il Re si rimette la sua corona e non c’è più storia per nessuno. Mostra le basi della lotta a terra, veloce preciso, indica come progredire, supera le difese da soffocamento senza uno sforzo, una stilla di sudore, una smorfia di fatica. Sorride e apporta sempre nuove soluzioni, se uke fa così, io faccio cosà, se invece gira di qua io vado di là...Diventa come Garry Kasparov, i suoi arti sono i pezzi di una scacchiera e si muovono veloci e sicuri in combinazioni di attacco. In un baleno ripenso alla finale del mondiale dell’81 con Nicolae, la troppa foga messa nel tiro fa fare al rumeno un giro e mezzo atterrando di fianco, solamente yuko poi il veloce lavoro di Kashiwazaki per arrivare all’osaekomi, alcuni secondi d’immobilizzazione e Nicolae interrompe l’azione catturandogli la gamba destra, Kashiwazaki lavora per 13” per sfilare la gamba inutilmente, poi senza perdere la continuità reimposta il lavoro legando il braccio destro del rumeno e per venti secondi cerca di togliere la gamba sinistra dalla morsa di Nicolae il quale le abbraccia entrambe col sinistro. Poi il capolavoro del nipponico, il quale si trova al fianco sinistro di Nicolae con la gamba destra catturata dal rumeno in una specie di sankaku e il pantalone della gamba sinistra di Kashiwazaki controllato dal forte braccio sinistro di Nicolae. Il nipponico allora passa la mano sinistra internamente al braccio che tiene il pantalone va a fare una presa al ginocchio del pantalone destro del rumeno (qui c’è un momento di suspense perché quasi sembra che sia diretto a prendere il pantalone dall’interno, non lo può fare, sarebbe sanzionato, infatti sale di dieci centimetri e prende la stoffa più in alto), strappa la presa che gli blocca la gamba sinistra, sfila la gamba destra da quelle di Nicolae e si conquista l’oro mondiale. Pura poesia….mi ricorda Italia-Germania 4 a 3 nel ‘70 a Città del Messico, alla fine ero stanco come se avessi giocato. Durante il randori di fine lezione mi avvicino, entrambi guardiamo gli altri muoversi e, aiutato dal Maestro Cappelli, gli dico che a mio avviso lui ha rappresentato uno spartiacque nello studio del ne waza, c’è un prima e un dopo Kashiwazaki. Certo questa è la mia opinione e niente di più, ma credo che il suo modo fantasioso di lavorare a terra abbia dato una svolta alla stessa, alleggerendo il ne waza che sembra più dinamico e privo di potenza. Il suo judo è apparentemente senza forza, lui accelera il ritmo e coglie sempre il vuoto dell’altro. Lavora su piccoli particolari, lega sempre un braccio per annullare una spalla, un braccio e persino un poco l’anca dell’altro, non concede spazi e mette sempre uke in posizioni scomode dove non può fare una buona controffensiva. Lui ringrazia e mi risponde che nella sua vita di judoista iniziata a 10 anni, ha sempre sognato di “inventare“ delle tecniche di judo, dei modi di fare... bisogna dare spazio alla creatività, studiare a fondo la “forma” per poi cercare di personalizzarla e renderla più efficace possibile. “...Il ne waza è più lento della lotta in piedi, anche se non sei troppo dotato puoi ragionare e costruirti delle strategie. Essere un buon lottatore a terra può aiutarti anche nel tachi waza perché hai meno paura di cadere a terra. Ho studiato molto i sutemi per rendere più efficace quello che sapevo fare a terra e perché sono difficilmente contrattaccabili”, scrive nel libro “Fighting Judo” pubblicato con le foto di T. Donovan, un famoso fotografo inglese e c.n. di judo. Grazie Kashiwazaki Sensei, ti porterò con me nello studio del judo per la tua grande umiltà e per la bellezza del tuo talento. A.

Un viaggio fra realtà arte e tecnologia

Subito ci sconvolgono alcuni dati: Shangai che è la più grande città della Cina con più di 28 milioni di abitanti, occupa uno spazio che corrisponde a circa 9 volte la superficie di New York e la sua municipalità si estende per un territorio ampio come il Belgio. I cantieri edili presenti in quella città, prima delle Olimpiadi del 2008, erano pari ai cantieri edili dello stesso anno realizzati in tutta Europa. Sono numeri che ci colpiscono e ai quali non siamo abituati. Ma che idea si è fatto Marco dopo queste collaborazioni con i cinesi? L’organizzazione è la cosa che salta più agli occhi degli occidentali, grandi masse di lavoratori che si alternano ogni sei ore, che riescono a rifare una piazza in una notte, a costruire un grattacielo anche con masse di operai non specializzate e questo grazie, oltre alla capacità organizzativa, a una dedizione assoluta dei lavoratori, ad un ottimismo incredibile nel futuro e nella potenza della nazione. Un popolo di circa un miliardo e mezzo (quasi il 20% della popolazione mondiale) che è passato con grande rapidità da un comunismo severo ad un consumismo programmato, dalla povertà assoluta ad avere ogni anno nuovi miliardari (nel 2006 erano 13, oggi sono 373) e dell’unico paese che nel periodo del Covid 19 sta chiudendo con un pil a +4,9%. E’ trascorso molto dalla povertà degli anni 30 dove i contadini cinesi, i più grandi coltivatori del tè del mondo, non avevano neppure la possibilità di berne se non due foglie la domenica (“La buona terra” premio Pulitzer di Pearl S. Buck) o dalla Grande Rivoluzione Culturale di Mao Zedong del 1966 (dove racconta lui stesso che vivevano con un pugno di riso al giorno e di un uovo sodo al mese). In questo grandissimo senso di servizio per il proprio paese, ci sono poi compresi più di mezzo milione di “paria” cinesi, secondi e terzi figli nati fuori dal controllo delle nascite, a cui lo stato non riconosce né identità né diritti ma gestisce come forza lavoro, oppure carcerati privi di qualsiasi diritto e usati come schiavi moderni per approntare appalti a costi bassissimi in quanto la manodopera non è retribuita. Il numero di queste persone è pazzesco, quasi il doppio degli abitanti degli Stati Uniti, molto più della metà degli abitanti dell’Europa: schiavitù legalizzata! Il raccontare di Marco rimane dentro, ma va elaborato per non cadere nel banale. Abbiamo iniziato a parlare della Cina, quasi per caso, perché la sua professione lo porta a girare il mondo. Il mondo artistico, museale e non solo. Ovviamente si finisce a parlare d’arte, o meglio “su cosa è l’arte”. Anticipa subito che è una domanda a cui non è facile rispondere “… è una sensazione, uno spostamento di asse per cui lo spettatore viene mosso dall’opera, che non lo restituisce al mondo uguale come prima, ma gli fa cambiare il punto di vista e soprattutto non lo abbandona nei giorni seguenti.”Sino a diventare un concetto, un simbolo… Il discorso scivola sull’arte che è tale solo se supportata da un valore economico, sul fatto che il concetto di artista è rappresentato da una comunità che decide di riconoscerlo tale e ciò facendo gli attribuisce un valore. Dopo aver premesso che il villaggio globale sembra aver appiattito tutte le differenze generazionali per cui non ci sono più grossi contrasti di gusti tra i più e i meno giovani e che siamo tutti in una grande marmellata, la domanda che segue e che sta diventando ricorrente, è la seguente: “Esiste ancora l’avanguardia?”. Marco ci pensa un attimo poi risponde in modo particolarmente interessante. Le avanguardie come le conosciamo dall’inizio del 900, con la loro risonanza, i loro salotti culturali, sostenute da città che mostrano una voglia di rinnovamento e che si inseriscono in particolari contesti storici e culturali, appunto quelle avanguardie non ci saranno più almeno in quel modo. Oggi le avanguardie sono nelle tecnologie, potrebbero essere non più solo quelle che strutturano un linguaggio ed un gusto nuovo, ma quei piccoli gesti quotidiani che muovendosi nella rete tentano di mantenere saldo il senso critico e il pensiero originale. Piccole incursioni e scoperte giornaliere che non ci fanno prendere in modo scontato tutto quello che ci arriva come reale ma che mettono in discussione una foto oppure una notizia non prendendola per forza per vera ma andandola a verificare in modo critico e ragionato. Stiamo andando avanti nella notte quando una spia al nostro interno ci rivela un lavoro interessante che Marco ha realizzato con Studio Azzurro: i portatori di storie. La cosa nacque molti anni fa durante un workshop (seminario) per realizzare un’installazione interattiva con l’Accademia delle Belle Arti di Casablanca. Nel gruppo locale di supporto, c’era un ragazzo che proveniva dalla zona rurale della catena dell’Atlante, ai piedi del deserto e che si era trasferito nella grande città per studiare. Ma il mese di trasferimento era agosto e tutta l’università era praticamente semi deserta. Così ebbe un’idea, per orizzontarsi in una città così grande, incominciò a fermare le signore per strada o nei mercati chiedendo dove potesse andare per comprare il pane più buono o altre cose del genere. Raccoglieva i fogliettini con le indicazioni o le mappe fatte dalle persone che fermava e che disegnavano sulla carta come raggiungere quei luoghi. Fece ingrandire quei biglietti con stampe molto grandi, cominciò a tappezzare le pareti di un’aula e fece un reportage fotografico del tutto, dopodiché ripulì le pareti dell’aula. L’idea fu colta al volo, incominciarono a fare interviste alle persone che si rendevano disponibili, una volta spiegato il progetto e a raccontare un po’ la loro storia, quando si era creata un poco di confidenza chiedevano di indicargli la parte secondo loro più interessante della città. Li facevano camminare per una passerella lunga 14 metri e li riprendevano con una telecamera che li seguiva di fianco. Il genere delle persone era vario, dal notaio al barbone, dall’operaio al commerciante, come in uno spaccato sociologico. Presentarono il lavoro ad una galleria d’arte e la mostra ottenne un grande successo. Si poteva accedere a questa grande galleria che aveva proiettato su una parete di 14 mq tutta una serie di persone che camminavano in varie direzioni, tramite sensori di movimento indicando con una mano si apriva un focus di indagine sulla persona indicata e questa raccontava brevemente una parte della città a cui era molto affezionata. L’operazione si chiamava Sensitive city (https://www.studioazzurro.com/opere/sensitive-city/). Questo modo di conoscere una città attraverso l’esperienza della gente fu ripetuto in molti posti e con differenti temi, da una tribù di indiani di Santa Fe (New Mexico) a città come Matera, Chioggia e Lucca. Dal Cile all’Europa sino alla realizzazione di una operazione artistica dal nome Mediterraneo, dove artigiani di tutti i paesi che si affacciano su quel mare illustravano i lavori storici che stavano scomparendo. La discussione continua fino a tardi passando per vari temi, dallo sviluppo dell’arte al potenziamento di questa come valore esportabile e come strategia di espansione e di colonizzazione, come l’esperienza della Pop Art o del cinema americano che di fatto hanno colonizzato il resto del mondo creando uno stile di espressione e un indotto pazzesco. Di come l’America riesce a creare lavoro e turismo culturale con niente e noi fatichiamo a dare anche solo visibilità a ciò che facciamo. Per esempio ho scoperto quanto siamo famosi nel mondo per esperimenti e progetti di Fisica e quanto poco siamo capaci di creare ricchezza da questo, mentre noi usiamo le teche e i poster per illustrare gli esperimenti, gli altri paesi costruiscono parchi avventura tematici sulla scienza con il virtuale. Non faccio fatica a credergli perché subito mi affiora il ricordo della visita fatta molti anni fa al museo di Cremona degli Stradivari. C’era una sala, nemmeno tanto grande, con i più famosi violini del mondo e per sentirne il suono bisognava chiamare un addetto che accendeva un radioregistratore portatile di pessima qualità, mentre a casa io avevo appena comprato un impianto Bose (...disarmante il confronto!). Un esempio recente è l’M9, il museo del 900 a Mestre costato 80 milioni di euro e, definito dal Gazzettino di Venezia come il più grande flop museale italiano perché la gente non si ferma a visitarlo ma preferisce andare a vedere Venezia. Costruito per le scuole ma disertato dalle stesse perché non si è capaci di costruire un circuito virtuoso. E’ il museo più tecnologico d’Europa con 250 poltrone con l’oculus per la realtà virtuale. E’ notte fonda, salutiamo Marco Barsottini, con un po’ di amaro in bocca per le ultime constatazioni, ma felici per la serata che ci ha regalato e per la sua grande disponibilità. Buona notte Marco...a presto! Marco Barsottini, parmigiano di nascita e milanese di adozione, è un professionista che studia il rapporto tra arte e nuove tecnologie, la video comunicazione. Ha collaborato con Studio Azzurro. Ha fondato poi, con altri soci, studio CamerAnebbia (www.cameranebbia.com) il cui sito raccomandiamo di visitare.

A presto sul tatami!

Il Maestro Hiroshi Katanishi, non ha certo bisogno di presentazioni, parlare con lui dà un grande piacere, per la sua intelligenza acuta, la sua esperienza e visione di vita. Ciò che siamo passa dall’educazione e dalle esperienze che abbiamo avuto, per noi parlano le scuole che abbiamo fatto, i libri che abbiamo letto, i maestri che abbiamo incontrato. Per questo motivo l’idea di parlare con un grande esperto ci elettrizzava, Shibumi e Katanishi, via internet, noi e il judo pensato, ragionato ed immaginato. Ci accoglie sorridente, con un pizzetto fatto crescere di recente, dalla splendida baita costruita sulle Alpi Svizzere, il tetto dell’Europa. Le prime battute sono di cortesia, lo ringraziamo di aver accettato di chiacchierare con noi, non è un’intervista formale, alcuni di noi lo conoscono e lo seguono con piacere quando viene in Italia. La prima domanda parte dall’osservazione di quanto la sua metodologia analitica si sposi perfettamente con la psicologia degli europei, risultando così estremamente chiara e fruibile dalla maggior parte degli allievi. La risposta è molto interessante: “Ero un judoka curioso e volenteroso, ma non ho mai desiderato diventare un campione. In palestra c’erano judoisti più forti di me e siccome quando c’è un problema bisogna trovare una soluzione, spesso chiedevo ai miei insegnanti spiegazioni sulla tecnica e sulla didattica. Quando venni in Europa mi accorsi che i bambini non erano poi così differenti da quelli giapponesi. Il mio maestro diceva che se hai una classe di 10 ragazzi e solo 2 capiscono, allora c’è qualcosa che non va, forse devi cambiare modo di parlare e spiegare. Se per esempio spiego che mae mawari sabaki significa girarsi e i ragazzi non capiscono, allora gli dico di guardare un muro e poi il muro dal lato opposto. Se spiego hikite non basta dire di tirare in alto ma è consigliabile far loro girare la testa per rivolgere lo sguardo verso la direzione dello squilibrio. Bisogna sempre cambiare le parole per adattarsi meglio ai judoisti che si hanno davanti. In più c’è un grande lavoro per cercare di rendere la tecnica facile e comprensibile”. (Attenzione facile e semplice non sono sinonimi, anzi non è affatto semplice rendere una cosa facile, c’è bisogno di molto studio e di uno smontaggio della tecnica in pezzetti facilmente ripetibili). Gli cito una considerazione che gli ho sentito fare durante una lezione e che mi ha molto colpito. Diceva il maestro Katanishi che nella vita normale le persone quando fanno delle cose spesso usano con intelligenza il corpo e riescono a capire come ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo, ma nel contesto judoistico questo spesso non accade e ci si ostina a fare sforzi irragionevoli. Il maestro sorride e annuisce. Dice: “l’uomo è pigro per natura, tende a trovare sempre il modo più economico per fare meno fatica possibile, una volta scoperto però si accontenta di ciò che ha trovato senza chiedersi se ci sono sistemi ancora più funzionali. In quel momento bisogna intervenire e spronarlo perché cerchi ancora nuovi e migliori accorgimenti. A volte invece è importante continuare a fargli fare quello di buono che stanno compiendo, soprattutto con i ragazzi, perché altrimenti si scoraggiano. Mai spiegare tutto e subito perché altrimenti si arriva ad un punto di saturazione perché in testa è tutto chiaro ma il corpo non riesce a stare dietro e si scompone tutto. Prendiamo per esempio i lavori manuali, se sono un artigiano e ho capito come fare un vaso non è detto che lo sappia fare, bisogna che il corpo impari piano piano. Il problema di una persona è il problema di tutte le persone, tutti abbiamo due gambe, due braccia, due orecchie, due occhi, i problemi che uno trova nello studio di una tecnica sono i problemi di tutti quanti, è importante che io faccia riconoscere gli aspetti più complicati perché gli allievi cerchino di superarli...e non domani, tra una settimana o un mese, ma da subito. E’ per questo che è importante parlare con il maestro e fare mondō con lui”. Mondō è uno dei quattro pilastri della metodologia di Kano Shihan: Mondō (domanda e risposta), koji (conferenza...allenamento intellettuale), kata (forma...codice), randori (controllare il disordine... libero adattamento). La domanda successiva verte sul fatto che nelle palestre in genere ci siano pochi ragazzi dai 15 ai 25 anni. Il maestro Katanishi risponde che l’insegnamento e la comunicazione devono adattarsi all’età degli allievi, quando si insegna ai bambini il judo deve essere si attrattivo ma bisogna obbligarli a seguire. Sin da bambini bisogna insegnare loro la disciplina ed il rispetto e sopratutto che sono lì per gli altri e non gli altri per loro; è questo che crea un legame di gruppo e fa diventare la palestra una famiglia. Sopratutto i giovani hanno bisogno di vedere nel gruppo di palestra un ambiente accogliente e familiare, questo è la cosa più importante, ancora più della qualità tecnica, costruire un ambiente sano dove c’è un forte legame di gruppo, dove loro sono felici di arrivare così che essi possano essere aiutati nella crescita, sopratutto in quei casi in cui la famiglia, o per il troppo lavoro o per altre situazione, è un po’ assente. Quando si arriva al judo adulto si scopre che esso non è più difficile ma è sicuramente più complesso. “Quanto è cambiata, con il passare del tempo, la sua visione del judo?” qualcuno domanda. Il maestro Hiroshi non esita e risponde: “Non è cambiata la mia visione del judo, ma non nego che il judo sia cambiato soprattutto perché è cambiato il regolamento arbitrale negli ultimi anni. Pensiamo solo alla valutazione dell’ippon, oggi è radicalmente diversa. Il paradosso è che si fanno le gare sportive e gare di kata (che è la base del judo) in cui il campione sportivo e quello di kata non condividono lo stesso concetto di lancio o proiezione (se nel nage no kata devo proiettare il mio compagno solo in un certo modo, nella gara sportiva posso farlo anche solo rotolare). Il presupposto del judo di Kano è che chi combatte accetti la caduta ma questo spesso non avviene e se gli atleti evoluti sono in grado con la loro preparazione di reggere fisicamente, ciò non è sempre vero per quelli più giovani; dovremmo essere più attenti a non esporli nell'età della crescita a troppi stress ed essere più attenti alla loro incolumità. Il judo di Jigoro Kano è un judo educativo oltre che sportivo ma sembra importante solo il secondo aspetto. Si dice che Kano lavorò intensamente per fare entrare il judo alle Olimpiadi, verissimo ma, io penso, che fece ciò per diffondere attraverso le Olimpiadi il metodo educativo, non solo quello competitivo”. La chiacchierata va ancora avanti in modo amabile e in assoluta spontaneità, ogni tanto una battuta e una risata mostrano che un’ intesa si è creata. Il Maestro dice: “se da una parte ci sono molti ragazzi che hanno mille interessi differenti e la loro disponibilità nei confronti del judo è molto limitata (è giusto che che possano fare judo due volte alla settimana senza nessun obbligo) dall’altra ci sono adolescenti che sentono il sacro fuoco per le gare di judo e dobbiamo costruire strutture capaci di farli crescere sia sul piano scolastico che in quello competitivo. Il Maestro (ora si scivola su un piano ideale) parla di scuole sportive statali che abbiano il judo all’interno della struttura e dei programmi scolastici, che vivano buone relazioni con i club di provenienza dei ragazzi e un avviamento lavorativo quando gli atleti termineranno l’attività agonistica. “Mi sembra un sogno irrealizzabile, anche se anche in Italia alcuni centri fanno un judo competitivo di ottima qualità e si trovano ad avere un gran numero di ragazzi di alto livello, ebbene tutto questo è sulle spalle delle famiglie e di insegnanti che rischiano tempo e investimenti senza mai un aiuto dal pubblico o da enti designati dallo Stato”. L’ora volge a mezzanotte quando, ringraziando, ci congediamo dal Maestro, “...a presto sul tatami!” è il nostro augurio spontaneo, ma non nascondo che dirlo, ci riserva molte preoccupazioni… “One gaeshi masu, Katanishi Sensei”… Post scriptum: Le frasi tra parentisi non sono state dette dal Maestro ma scritte per integrare le spiegazioni, spero con questo di non aver travisato o mal compreso le sue parole. Nel caso ciò accadesse chiedo perdono anticipatamente.

Judo e Teatro, con Gianluigi Gherzi.

Utile, non è mai la nostra vita, non siamo mai noi. Utile è il mondo se ricomincia a produrre, i treni e le macchine che trasportano al lavoro, il cibo da supermercato, le banche il denaro. Inutili noi, i nostri rapporti non stabili gli incontri segreti lo stupore di fronte alla bellezza i nostri spettacoli, le nostre piazze. Utile la città degli spostamenti inutili gli angoli, le panchine, le soste. Utile il motore che mai si spegne. Inutili noi dentro le case, senza più lavoro fuori né azioni da condividere. Noi, abbarbicati ai nostri pensieri inutili ai gesti minimi del contatto e della presenza alle parole preziose dentro i libri alle danze dentro i corpi chiusi. La lezione è arrivata: inutili noi. Che, oggi più che mai quello che ci fa vivere non è utile, ma superfluo, secondario, rinviabile. Utile la vostra vita utile. Non potevo iniziare a scrivere un dialogo tra Shibumi e Gianluigi Gherzi, poeta, scrittore, attore e regista teatrale, senza riportare questa sua poesia (che ci porta ai pensieri dei lockdown) tratta dal libro “A che pagina è la nostra fortuna?” Edizioni Anima Mundi. Il tema dell’incontro era quello (ardito!) di trovare delle connessioni tra judo e teatro. Gianluigi è una persona magnetica, capelli bianchi e arruffati, una voce tra il rauco e il metallico che srotola senza pause o dubbio alcuno fiumi di parole e concetti che investono, stordiscono e ubriacano. Poi si ferma, sorride mentre tormenta una sigaretta fine fatta a mano, dopo aver confrontato e inserito in perfetto ordine avvenimenti storici, analisi sociologiche, riassunti filosofici, dopo averci accompagnato a confrontare mondi e idee, tira il fiato dicendo “Aiuto!....ho fatto uno sproloquio!” e giù tutti una risata! Da vero attore è riuscito a far scaricare la tensione…. Il fil rouge è il rapporto tra le arti marziali (sotto il cui ombrello, per semplicità, ci mettiamo tutto un mondo anche in modo improprio) e il teatro. Gianluigi premette che il teatro per alcuni anni ha subìto una fascinazione per l’esattezza di movimento delle arti marziali, si ricercava un movimento rigoroso, a-personale che entrasse nel training dell’attore perché perdesse i tratti personali e gli aspetti psicologici (Il Terzo Teatro, manifesto di Eugenio Barba del 1976). Questa ricerca di comportamenti codificati, movimenti assoluti sono da collegare a tutte quelle “forme” (i kata) che altro non sono che esecuzioni in cui si ripulisce l’azione, attraverso la pratica, da interpretazioni e personalizzazioni. E’ la ripresa di un assoluto che ritorna matrice originale della tecnica e lavaggio mentale da tutta una serie di intenzioni e proiezioni. Procediamo quindi alla seconda domanda: “Che fine hanno fatto le avanguardie oggi?” Gigi parte inarrestabile...” Le avanguardie hanno semplicemente cessato di esistere; sostanzialmente nascono per superare il modello borghese, convenzionale, accademico, specchio dei buoni sentimenti e per fare ciò si lega ai movimenti sociali alternativi e ai pensieri politici (soprattutto di sinistra) proponendo un superamento del modello stesso. Ma la globalizzazione, che supera di gran lunga il modello borghese proponendo al suo posto quello economico, mette al centro dell’attenzione il totem dei mercati facendo cadere così l’avanguardia stessa in un tranello perché ponendola in un settore di mercato le lega mani e piedi rendendo inefficace ogni suo tentativo eversivo. Né più né meno del settore di biologico ricavato all’interno di un supermercato che utilizza le logiche della grande distribuzione. Perso quindi il senso dell’azione delle avanguardie, perché i loro segni diventano meno efficaci e i loro colpi non arrivano più al cuore delle persone, nasce il postmoderno, una grande marmellata dove stanno insieme tutti i codici, dove si capisce che tutto è stato detto e non c’è più nulla da inventare. L’unica soluzione appare dunque mescolare gli stili, manipolare i segni facendo ciò che puoi fare cioè quella di usare delle categorie postmoderne che sono la leggerezza e l’ironia. Per un certo verso questo postmoderno si porta avanti ancora degli strascichi per molti anni fino ad oggi, all’alba di un pianeta sull’orlo del collasso e dell’autodistruzione, infettato dall’ansia e malato di schizofrenia ma che ci porta al vero interrogativo di oggi: che rapporto c’è tra il teatro e la vita? E parimenti potremmo dire anche tra arti marziali e vita? Le avanguardie hanno cessato di rivolgersi solo a loro stesse e al loro ombelico e nasce ora un’esigenza e una sensibilità nuova che ci pone di fronte al tema di un ambiente logorato e in scadenza, con un eccesso di produzione e con una mancanza di redistribuzione. Il tema quindi centrale è la vita reale, la vita minacciata in un pianeta minacciato, la vita fragile per la caduta dei pilastri fondamentali: cultura, diritti e democrazia. La vita attaccata dalla pandemia in un mondo che si sente precario come non mai, spaventato e completamente all’oscuro di come difendersi dalle conseguenze abnormi del proprio scellerato modo di vivere e concepire la vita. Se un tempo arte e vita potevano essere staccati e l’artista poteva rallegrarsi di costruire mondi paralleli astratti e illusori che si contrapponessero alla vita borghese con la rigidità delle sue regole, con il Covid 19 il cambiamento è stato vertiginoso e velocissimo lasciando spazio alla ricombinazione delle domande esistenziali più profonde: chi siamo, dove vogliamo andare e come possiamo procedere senza affondare. Perché arte e judo o teatro e arti marziali non si preoccupano della fine del pianeta? Si può fare judo o teatro pensando che lo scopo possa essere dare ai presenti il recupero veramente di un equilibrio psicofisico, di salute, di plasticità e di agilità? Sapendo bene che di risposte non ne abbiamo ma possiamo solo costruire un grande laboratorio di domande aperte. Come dice Amitav Ghosh nel suo libro “La grande cecità”, se l’ambiente è così contaminato e in scadenza, ciò riverbera anche all’interno delle psicologie individuali; partendo dal presupposto della teoria che macrocosmo e microcosmo sono collegati, ciò che accade al mondo accade anche dentro di me. Posto che questa fascinazione tra teatro e arti marziali non è più presente, è chiaro che entrambe le discipline mirano a costruire, dentro ad universi apparentemente separati (arti marziali ma anche altre arti), una realtà con un dato che li accomuna, la ricerca di una ritualità che dia una maggior leggerezza rispetto alla realtà circostante, che consenta di non perdere il giudizio e la lucidità senza rinchiudersi in paradisi di un finto benessere (pensiamo solo alle enormi quantità di psicofarmaci e droghe in uso attualmente) che si auto alimentano per consentire alle persone di riuscire a galleggiare e a reggere le bordate della vita. E’ questa una delle possibili cose da fare, costruire insieme (arti rappresentative come il teatro e arti esperienziali come le arti marziali) una ritualità estremamente ricca. Smettere con la ripetizione di un rito morto (la ripetizione di gesti senza un contenuto, quasi tic quotidiani, tipo “come stai? Bene” fatto in modo automatico o un battere le mani perché lo fanno gli altri...) dedicandosi ai riti attivi, ritmo della vita (rito e ritmo hanno la stessa radice indoeuropea) partecipazione emotiva, atto significativo, cognitivo ed esperienziale. (Per esempio se io ogni mattina mi alzo e bevo un bicchiere di acqua e a questo gesto attribuisco un significato particolare, il ripetere nel tempo di questo semplice gesto diventa un rito che mette una parte profonda di me in contatto con una parte più in superficie e ciò mi conferisce un contenuto cognitivo). Quindi superiamo le logiche solamente di un benessere personale, attraverso i mille modi che ci possono essere per arrivare ad una forma di consapevolezza e apriamoci agli altri cercando di dedicare ad un collettivo questa ricerca di equilibrio e di relativo benessere. Soluzioni? Per esempio potenziare la forza filosofica delle arti (anche marziali perché no) dimostrando che il rito è vivo, il rito s’incarna e viene in aiuto nella nostra quotidianità, testimoniando una visione del mondo a livello collettivo e un rafforzamento della vita. Ritorna il concetto espresso da Amitav Ghosh, usciamo dalla grande cecità (che è anche quella di vivere tutto solo individualmente o a piccoli gruppi) e dedichiamoci insieme alla vita reale e ai suoi problemi. Nella vita reale coesistono anche visioni differenti, non dobbiamo vederla tutti nella stessa maniera così come accade tra gli amici, in famiglia o nel lavoro. Anche nel judo del Prof. Kano è tempo di abbandonare ideologie di gruppo o pregiudizi di appartenenza a categorie differenti. Non è più tempo di vedere ciò che ci differenzia ma ciò che ci unisce e allora saliremo insieme sul tatami (materassina del judo) per costruire un grande rito collettivo. Un tatami che non sottolinei più le differenze tra amatori e master, tra amanti di kata e amanti di randori, tra tradizionalisti e sportivi, ma un tatami che celebri con forza il piacere di sentirci tutti assieme judoisti. A.G.

Intervista al Maestro Takero Kurihara

C: Buongiorno a tutti, sono Claudio Zanesco e sono qui assieme all’amico e judoka 6° dan Franco Minimo per intervistare il Maestro Takero Kurihara. Buongiorno Maestro, cominciamo con alcune domande per conoscere meglio il suo passato. Dove ha iniziato la pratica del judo? K: Ho iniziato la pratica del Judo vicino a casa mia, a Kumamoto, la città dove abitavo da bambino. Kumamoto è considerato il paese del judo, poiché vi sono nati grandi campioni: Kimura, Iwatsuri, Uemura, Yamashita. Il Maestro era un signore anziano, aveva una drogheria e insegnava judo per passatempo. Avevo 8 anni, io non sapevo cosa fosse il judo e non immaginavo di dover indossare il judogi; ero cosi innocente e sprovveduto che credevo di poterlo fare vestito normalmente. Crescendo ho frequentato le scuole medie, la pratica si faceva più seria. Ho imparato meglio la tecnica e gli allenamenti sono incominciati a diventare più seri. Ricordo che il mio primo judogi serio è costato 1600 yen di allora. Sono diventato cintura nera a 15 anni. Dopo la scuola media sono entrato in un liceo e lì mi sono ritrovato in uno squadrone: erano tutti forti. Io ero sì cintura nera, però gli altri non erano da meno, anzi. Sai, proprio ieri (siamo nel settembre 2020) per caso guardavo in televisione un campionato del Giappone dell’Ovest contro l’Est (Bianchi-Rossi) e ho rivisto una squadra con cui avevamo fatto una finale, perdendo. Ieri faceva vedere le ragazze, dove combatteva la Abe, famosa nazionale Giapponese, Uta Abe (Shukugawa), stava combattendo la finale con Akira Sone (Nanchiku). La finale è stata vinta dalla squadra di Nanchiku, anche noi all’epoca abbiamo perso in finale con la squadra di Nanchiku. Successivamente, all’Università, dai 18 anni per 4 anni (l’università si chiamava Chuo, dove mi sono laureato in Economia a pieni voti) mi allenavo con Isao Okano, un grandissimo del judo con cui ho combattuto moltissime volte in allenamento e Shinobu Sekine con cui ho fatto una foto ricordo quando vinse le Olimpiadi di Monaco di Baviera. Ambedue e altri colleghi di Università vennero a salutarmi all’aeroporto di Haneda, quando partii per l’Italia. Erano un centinaio di persone. Anche il Maestro Kotani, sebbene si reggesse ad un bastone, ha voluto essere presente alla mia partenza per l’Italia. Anche al mio arrivo a Milano c’era un altro centinaio di persone ad attendermi. Ricordo che Fedele Toscani mi fotografò sulla scaletta dell’aereo. Avevamo un forte spirito di squadra. Quindi Okano e Sekine, due campioni Olimpici, erano all’aeroporto con Nakamura, campione a Montreal. Quando io sono partito il giorno 17 settembre del 1964 dall’aeroporto vi erano due campioni olimpici: il capitano della mia squadra, Nakamura, e Miyata, un mio compagno di liceo, che poi è diventato un consulente scientifico del governo degli Stati Uniti d’America. C: Quanti anni aveva quando è arrivato in Italia? K: Quasi 23. C: E che grado aveva quando è arrivato? K: Quarto Dan. C: Dove ha praticato judo in italia? K: Principalmente, anzi, direi esclusivamente a Milano, nella palestra di via Solari (Jigoro Kano Milano). C: Quindi ha insegnato nello storico Jigoro Kano Milano. K: Sì, qui ho una foto (Ci fa vedere una foto dell’epoca). Il Presidente era il Signor Novello, è stato proprio lui a farmi venire dal Giappone. C: Quindi la sua carriera di tecnico in Italia si è sviluppata praticamente a Milano; quanti tecnici e atleti è riuscito a coinvolgere nel suo judo in quegli anni? K: Moltissimi, ricordo Venturelli, Facchini, Castellan, Peloso (ride). Peloso è stato veramente il mio Maestro di vita Italiana. C: Di vita milanese suppongo. K: Sì, mi ha insegnato tante cose. Ricordo in particolare una vacanza in campeggio a Torre di Caino (Maratea). Due anni fa ci sono tornato, ma tutto era cambiato. In quell’occasione penso di essere stato ingannato da Peloso, perché aveva promesso di cucinare il pesce che avrebbe pescato, mentre si mangiavano solo formaggini perché nessuno riusciva a pescare! C: Maestro quale è stato, secondo lei, il periodo migliore per il judo vissuto qua in Italia, chiaramente dal suo punto di vista? K: Per me? Mah, sicuramente quando ho aperto il mio dojo, questo dojo. Perché ho potuto insegnare come voglio io, rispettando le tradizioni. Ancora adesso faccio rispettare delle semplici regole come la sistemazione delle ciabatte prima di salire sul tatami, non dimenticare il saluto e l’etichetta del judo. C: Lei è rimasto legato molto alle tradizioni del suo paese. Deduco che Lei oltre alla tecnica, che sappiamo tutti essere sopraffina, ha cercato sempre di portare la cultura del judo. K: Sì certo, sempre. Tanti capiscono, ma purtroppo tanti non si impegnano per capire. C: Negli ultimi anni ci sono stati cambiamenti in questo senso. Ha trovato difficoltà? La gente è cambiata? diversa? Come vive questi cambiamenti? K: Per esempio, nel corso dei bambini si fa fatica a spiegare come indossare la cintura; anni fa si faceva vedere e imparavano subito. Ci saranno tanti motivi, fra cui l’abbassamento dell’età, prima cominciavano a 8 o 9 anni. Invece adesso a 5 anni. C: In che anno ha aperto il suo club? K: nel 1970. C: L’altro giorno il maestro Piero Comino mi ha detto che è grazie a lei che è arrivato il judo a Udine. Ci spiega questa cosa? Piero Comino ha riferito solo che se a Udine c’è il judo è grazie al maestro Kurihara. K: (Risate) Un giorno a Padova ho incontrato Piero Comino che mi chiese “Maestro, possiamo avere un maestro giapponese?” Gli risposi (ride) “Eh, maestro giapponese costa caro”, allora lui chiese “Ma quanto dobbiamo pagare mensilmente?” Gli risposi “Come minimo 350 / 400 dollari” lo sfidai, “Allora potete pagare? Se non potete pagare nemmeno mi impegno a cercare. Dovete garantire i pagamenti.” Avevo pensato di far venire anche qualcuno dalla Francia, perché dal Giappone costava tanto. Non c’erano come adesso le tariffe economiche sugli aerei, quindi si doveva pagare tanto. Cercai in Francia e in Inghilterra per capire se c’era un’occasione per rintracciare qualcuno. Poi per caso sentii il Maestro Kuroki, che voi non credo conosciate perché è un judoka di un’epoca diversa dalla vostra. Questo Maestro Kuroki ha insegnato a Torino per due anni, ma voleva tornare in Giappone, diceva “Io torno perché faccio il professore di ginnastica in Giappone.” Io avevo già salutato e fatto gli auguri e poi non so dopo quanti mesi, dopo un bel po’, mi chiese “Non c’è posto per me in Italia?”. “Bene”, pensai io. Allora ho chiamato Comino e poi Kuroki ha fissato un giorno per incontrare la società di Udine, la società Yama Harashi. Poi ci fu la creazione della Tenri Udine dove si allenava Laura di Toma, un fenomeno del judo. Questo mi ricordo di quella questione. C: Tecnicamente lei chi ritiene essere il suo Maestro di judo? O ha avuto più di un Maestro? K: il Maestro Kotani è il mio maestro che ha voluto addestrarmi come “Maestro di judo”, mentre il Maestro Yamabe dell’Università di Chuo mi ha addestrato come combattente. Penso che questi due Maestri siano stati fondamentali per me. C: Kotani Sensei è stato uno dei grandi della storia del judo. Quindi c’è una linea che lega il fondatore del judo al suo Maestro e quindi a Lei. Cioè, Jigoro Kano è stato insegnante di Kotani sensei e poi anche Kurihara sensei. K: Beh, in mezzo ci sono due generazioni, io sono della terza generazione. Kotani Sensei era un mito a quell’epoca. Quando io sono partito per l’Italia, Lui aveva 63 anni; ricordo che qualche giorno prima della partenza c’era un canadese molto forte che faceva anche “Catch americano”; era venuto ad allenarsi per le Olimpiadi. Ho fatto randori con lui, ma non riuscivo a fare Ippon... solo piccoli vantaggi come koka e yuko. Il Maestro Kotani si arrabbiò molto con me, ci ha fatto randori lui e mi ha dimostrato che a 63 anni, (muove la testa ed esclama “porca miseria”), in un colpo solo è riuscito a fare Ippon. Però questo era per dimostrami che era veramente forte e che a 63 anni aveva ancora un fisico fortissimo. Tornai in Giappone dopo quattro anni ed era cambiato molto, invecchiato. C: Mentre in Italia ci sono stati degli insegnanti di judo italiani che l’hanno piacevolmente sorpreso o interessato? Parlo dei primi anni. K: (Scuote la testa) mai pensato. C: Forse è una domanda a cui è difficile rispondere. K: Sì, non rispondo perché mi viene rabbia. C: Strana risposta. Perché viene rabbia? K: (risate) Sei furbo, (rivolto a me) intelligente. C: Va bene, andiamo avanti. Io mi ricordo di Lei come l’amico Franco Minimo che è qui con me adesso, dei bei tempi degli anni 80, fine anni 70/80. Dove abbiamo avuto molte occasione tecniche da sviluppare insieme, mi ricordo molti allenamenti, corsi, trasferte, proprio un bel periodo interessante. Poi però c’è stato come un allontanamento dalla Federazione. È stata volontaria o semplicemente è “andata così”? K: (Pensa a lungo) Un grande dirigente dell’epoca, Lombardo, si era arrabbiato furiosamente con me. Vi spiego: ogni domenica tenevo l’allenamento degli agonisti della regione. Venni chiamato all’improvviso dal Giappone perché era morta mia madre, sono andato via senza avvisare, pensavo che, quello che allora era un mio aiutante, il Maestro Beltracchini, mi potesse sostituire e partii per il Giappone. Allora, io penso che sia stato uno sbaglio perché io prima di partire dovevo telefonare, solo che ero un po’ agitato. Tra l’altro, tornato in Giappone, i miei amici hanno trasformato il tutto in una festa perché ero lì con loro dopo tanto tempo. Al rientro in Italia, il mio incarico era andato ad altri. Io non ho detto niente perché per prima cosa so di aver sbagliato io perché dovevo avvisare. Non è che io ho voluto abbandonare la Federazione. È andata così. C: Adesso che grado ha maestro? K: Sono ottavo dan dal 2002, sono diventato alto grado diciotto anni fa. (ci indica il diploma in originale appeso nel dojo). C: Quindi è già 18 anni che è ottavo dan! Scusi, ma penso che siano in pochi a saperlo, io non lo sapevo che Lei in questi anni è stato insignito di questo importante riconoscimento; è uno dei gradi più elevati e più qualificati in Italia. K: Sì, la curiosità è che me lo hanno dato il 18 settembre del 2002, nello stesso giorno del mio arrivo in Italia, 38 anni dopo. C: Bella ricorrenza 18 settembre del '64 e 18 settembre del 2002. Vedo qui (in palestra su una parete) una foto di suo figlio con il grande Yamashita. K: Yamashita è un fenomeno. Bravissima persona, molto attento, pensa che lui ha fatto randori con mio figlio soltanto una volta. Dopo 8-10 anni ci siamo rincontrati e mi ha detto così: “Eh Maestro, suo figlio era un combattente sinistro “tagliente”. Porca miseria, si ricordava tutto, fantastico”. C: Che rapporti intrattiene con il suo Giappone judoistico? K: Negli ultimi anni non molto, ho un po' abbandonato i contatti. C: Ha lasciato andare! I suoi interessi sono ormai totalmente qui, suo figlio Hayato sappiamo essere il primario della Chirurgia d’urgenza e del trauma all’Humanitas di Milano. K: Sì, lui è un bravo medico. C: Ricordo una gara al Ronin di Monza quando lei Maestro fece un balzo dalla balaustra per fermare uno strangolamento fatto ad un suo allievo di cui l’arbitro non si era accorto. K: Sì, mi ricordo di quell’episodio. C: Dei ragazzi del judo Lombardo nel periodo in cui se ne occupava, di chi ha maggiori ricordi? K: (risata). Lui (Franco Minimo) e Asmeri Marino, ma poi tanti altri, Fontana, Vecchi, e tanti altri. Con Asmeri ricordo sempre di un torneo a Parigi, abbiamo fatto il viaggio insieme. Minimo, poi anche Vecchi. Stavamo perdendo il treno e Vecchi mi ha preso per il braccio e praticamente sollevato sul treno, quel giorno ho corso più di Mennea, bei tempi. La prima volta che ho visto Minimo durante una gara a Brescia avevo notato il suo bel Tai-otoshi e da quel momento seguivo sempre i suoi incontri. C: Per finire questa intervista. Le chiedo, quanti anni ha Maestro? Lei insegna ancora attivamente? K: Il mese prossimo il 25 (Ottobre2020), compio 79 anni. Sì, certo. Tutti i corsi del mio dojo li tengo io. C: Ne approfittiamo per farle gli auguri allora, a nome di tutti gli amici e allievi che lo hanno conosciuto. K: Tra l’altro per 18 anni ho insegnato alla Scuola Militare Teuliè di Milano. Lì per ogni docente mettono un elenco con i rispettivi compleanni e anche se non sono stato Professore della Scuola, ma solo insegnante di Judo, il mio compleanno era segnalato insieme a quello dei docenti scolastici. Ricordo felicemente quegli anni, poiché i miei allievi mi hanno reso orgoglioso diventando Ufficiali di Alto grado. Non posso non ricordare anche gli anni passati all'Istituto Leone XXIII, scuola superiore dei Padri Gesuiti di Milano, dove ho insegnato per parecchi anni ed è con particolare orgoglio che ricordo che molti dei miei allievi, una volta raggiunta l’età adulta, sono diventati importanti dirigenti d'azienda, medici, avvocati e qualcuno... anche politico. C: (Verso la moglie) Signora vogliamo aggiungere qualcos’altro? MOGLIE: no no basta. Franco Minimo: Maestro mi hanno riferito che alle Olimpiadi di Barcellona, c’era tutta la nazionale giapponese schierata e c’era un posto vuoto in mezzo. Di chi era? Claudio: del Maestro Kurihara? Minimo: Vero? K: no no, non è vero!! C: allora è vero! (Risate) C: Appena arrivato in Italia cosa le è piaciuto di più? K: il Chianti! (Risate) C: Grandissimo. Vuole aggiungere qualcos’altro, Maestro? K: No, grazie a voi per tutto. C: Grazie mille Maestro Kurihara. Dopo l’intervista visitiamo il Dojo, bello, sobrio, dedicato al judo con due bei tatami, sullo sfondo due judoka che eseguono una bella tecnica, il Maestro ci dice che era lui nel suo speciale Hane Goshi, una tecnica un po' abbandonata. Aggiungo che ultimamente Ono Shoei l’ha in parte recuperata, scuote la testa e aggiunge: “Quello che non mi piace adesso è che tutti buttino la testa verso il basso per proiettare, è pericoloso, io proibirei quelle azioni. Anche Ono cade dalla guancia destra, ma se fa un piccolo errore può creare un incidente, in più i giovani imitano questa tecnica e può diventare molto pericoloso”. Judoka di altri tempi e con un altro spirito, non vi è nulla da fare. Intervista integrale realizzata da Claudio Zanesco - Franco Minimo. Settembre 2020.

I sogni non si spengono

C: Ciao a tutti, farò delle domande a Micaela Sciacovelli, una ragazza del 2004, che pratica judo in Puglia, amica di mia figlia. Faremo delle domande, così, fra le più disparate, per capire cosa pensa Micaela del Judo, cosa pensa del suo judo, quali sono i suoi obiettivi. Incominciamo con una domanda molto semplice: Quando hai iniziato a fare judo e dove? M: Allora, ho iniziato che avevo 5 anni e mezzo, a Bari, in una palestra che sia chiama Fit&Joy. C: Fai ancora judo lì? M: No, abbiamo cambiato palestra per motivi vari, niente di importante. C: Benissimo, diciamo quindi che sono dieci anni e più che fai judo. Com’è il rapporto con il tuo maestro o con i tuoi insegnanti? M: Ho un solo maestro e con lui ho un rapporto simile a quello padre figlia, nel senso che gli posso dire tutto senza paura, senza vergogna, senza niente. Come un padre perché lui per me vuole solo il meglio. Diciamo che questo percorso lo stiamo proseguendo insieme e se dovessi raggiungere i grandi obiettivi ci sarà anche lui con me e sarà tutto merito suo. C: Benissimo, quindi capisco che è un ottimo rapporto, perché lo hai paragonato addirittura ad un rapporto tra padre e figlia. Com’è il judo a Bari o comunque il judo in Puglia, come lo vivi tu personalmente? M: Sicuramente non è uguale a quello che si pratica al nord, vediamola così. Perché diciamo che giù ci sono meno persone predisposte a fare determinati sacrifici, quindi diciamo che numericamente parlando siamo meno. Però si fa quel che si può e dove c’è volontà c’è tutto. C: Benissimo. Infatti specifico per gli amici che in questo momento Micaela è a casa mia. È arrivata il primo di agosto e andranno, lei e mia figlia, a Settimo Torinese a fare uno stage abbastanza improvvisato, ma subito molto frequentato, perché i ragazzi, dopo la chiusura del lockdown, hanno bisogno e voglia di allenarsi. Mi confermi questa tua voglia di ricominciare alla grande? M: Si, era proprio una necessità ritornare a combattere. C: Benissimo. Cosa sai del judo oltre all’aspetto sportivo, di cui parleremo dopo? Hai notizie di questo judo, cos’è per te il judo? M: Per me il judo è un modo di vivere, uno stile di vita. Il judo mi dà delle regole, mi insegna come vivere. C: Noto che Micaela è precisa e ha il dono della sintesi, ma è molto efficace nelle sue risposte. Tu hai avuto una carriera sportiva fantastica. Io ti seguo da qualche anno, hai cambiato tante categorie di peso, tante esperienze e hai sempre avuto soddisfazione notevoli dal punto di vista agonistico. Hai mai pensato di poter fare judo senza gare? M: No, perché io sono convinta che quando sei disposto a fare tanti sacrifici per qualcosa devi avere degli obiettivi. Io non riesco a vederlo come un hobby perché è una cosa dove ci impieghi troppi sacrifici e bisogna concretizzare. C: Il tuo sogno sportivo qual è in questo momento? M: Sicuramente vincere le Olimpiadi. Non partecipare o arrivare sul podio, io voglio proprio vincere le Olimpiadi, voglio prendere la medaglia d’oro e poi successivamente entrare in un’arma sportiva. C: Obiettivi di medio basso livello! Invece dal punto di vista della tua crescita tecnica, vedi dei miglioramenti? Pensi di aver bisogno di migliorarti e in che cosa? M: Allora, io penso che non si arriva mai ad una soglia in cui si è perfetti, ogni giorno possiamo imparare qualcosa di diverso. In questo periodo specialmente è importante perché sto cambiando tecnicamente; diciamo sto passando da un judo fatto da bambini ad un judo professionistico, sto imparando nuovi movimenti, nuove strategie. Sì, bisogna cambiare, non si possono usare sempre le stesse tecniche. C: Chi ti sta aiutando in questa crescita? È una persona o più persone? Perché ci possono essere diverse sfaccettature? M: No, sicuramente più persone. A livello tecnico, oltre al mio maestro, c’è anche mio fratello. Questo sport lo abbiamo sempre fatto insieme, quindi ognuno cerca di aiutare l’altro a crescere. E poi psicologicamente la mia famiglia, soprattutto mio padre che è il mio fan numero uno. C: Se tu avessi la possibilità di stabilire una scaletta delle tue priorità, nei prossimi due mesi cosa ti piacerebbe fare per poter migliorare? M: Allora, in questo momento ho avuto la fortuna di poter partecipare a questo stage che, in un modo o nell’altro, mi aiuterà a migliorare. L’altra componente è non fermarsi per tutto agosto perché è come buttare mesi e mesi di lavoro, quindi allenarsi ogni giorno finché le gambe non cedono. Anche perché comunque ogni giorno abbiamo modo di rilassarci e divertirci cioè, bisogna saper bilanciare le varie cose. C: Ti faccio una domanda, magari impegnativa per una ragazza. Hai mai sentito parlare di una valore educativo superiore del judo? Tipo concetti di "tutti insieme per crescere e progredire" o altre massime che i grandi maestri attribuiscono a Jigoro Kano e al judo superiore? Nel tuo mondo judoistico ne hai mai sentito parlare? M: Sì, perché ovviamente il gruppo fa tanto, cioè, quando si dice comunque tutti insieme per crescere, il gruppo fa tanto, soprattutto quando si va in gara. Io ho avuto la sfortuna di non avere un gruppo in palestra, quindi quando andavamo a fare le gare eravamo solo io, mio fratello, mio padre, ovviamente tutta la mia famiglia e magari qualche altro agonista. Ma non ho mai avuto la fortuna di avere un grande gruppo che ti fa il tifo dagli spalti. Quindi sì, è importante il crescere e progredire insieme. C: Benissimo, hai altre cose che vuoi aggiungere per salutare i nostri amici di questo blog Shibumi? M: Sì, che consiglio il judo a tutti perché io, per esempio, non riesco a starne senza, sono arrivata alcune volte addirittura a piangere perché magari non potevo andare in palestra, a disperarmi. Quindi sì, lo consiglio a tutti. C: Grazie Micaela M: grazie a voi Intervista registrata lo scorso agosto da C.Z.