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La sprezzatura di un maestro zen

Ci sono persone che quando ti parlano ti cambiano la vita, non perché poi tu la mattina dopo non vai a lavorare o chissà che, ma ti inchiodano. Le senti forti, ti percuotono, entrano in te nel modo in cui non ti aspetti, ti sorprendono. Parlare con il monaco Fausto Taiten Guareschi, patriarca del soto zen italiano, è parlare con chi della tradizione ha fatto la propria vita. Quella tradizione intelligente che prende ciò che c’è di buono del passato e la fa vivere con gli abiti del presente. Quella tradizione che non nega la realtà odierna ma la integra, la sensibilizza nell’integrazione culturale. Parlare con il monaco Fausto è parlare dei suoi maestri, per condividere, con sagacia, ciò che ha introiettato, mutuato dagli esempi che lo hanno formato. Con noi parla soprattutto di Cesare Barioli. Il bravo maestro, dice Safouan, è quello che inciampa e fa dell’inciampo il tema della lezione. Fausto è parmigiano di Fidenza. Nel suo accento e nel suo rotacismo c’è tutta la sapienza di appoggiarsi su lettere che diano più forza alla parola, che appunto come detto sopra, ti sorprende, ti colpisce. Inizia la chiacchierata parlando di James Brown, poliedrico artista del gospel, soul, funk e del rhythm blues. Ci parla del testo di “It’s a man’s, man’s, man’s world” canzone del ‘66 che parla di un mondo di uomini che nulla varrebbe senza una donna o ragazza (di cui avere cura, è la tesi di Fausto Taiten). E siamo al primo insegnamento, prendiamoci cura l’uno dell’altra. Poi parla di Cesare, il rinunciante (calca sulla r di questa parola, ma la lascia galleggiare, dopo si capirà il perché), l’uomo della rinuncia (sannyasa in sanscrito). Nel Badagavita, Krishna rimprovera Arjuna: “Guerriero, hai diritto all’azione ma non ai suoi frutti”. Fausto commenta: “...questa è una rivoluzione assoluta (anche qui mette enfasi), la nostra strada è disinteressata (sannyasa)...la purezza d’intenti di quest’uomo (Cesare) mi toccò sin da subito”. Secondo insegnamento. Dice Fausto, eravamo a Milano nel 2018 quando feci un intervento per conto dell’Associazione Italia Giappone, che si intitolava “Dal pensiero compulsivo e molesto al pensiero sospeso per un’estetica dell’indisponibilità” in quell’occasione, citai la traduzione in italiano che avevo fatto del libro "Lo Zen e arti marziali" del mio maestro Taisen Deshimaru, la quale edizione aveva una prefazione del maestro Barioli che vorrei riportare: ”Parole, parole, parole, la luna sull’acqua, la riva in movimento...leggendo questo saggio, il campione sportivo non trova appiglio per accrescere il bagaglio di astuzie che lo porterà sul podio. La vita pone il koan della sincerità (makoto) per aprire il senso segreto della Via. La sincerità è rispetto di se stessi, scrutare nel profondo per trovare l’armonia nell’universo; coordinare il corpo, controllare la mente per liberare lo spirito e avvertire i campanellini d’argento che ci chiamano, il sottile profumo che tutto pervade” Cesare usava una prosa, dice Fausto Taiten, molto elegante. Terzo insegnamento; si rafforza l’idea che l’uso di sincerità nell’azione, insieme a sannyas, il disinteresse, la rinuncia, diano il vero senso della vita. Si va avanti parlando di poeti, di sensibilità, del fascino dell’alterità e dell’impossibilità di rappresentare una realtà emozionale profonda se non attraverso la poesia. Poi Fausto Taiten torna a parlare delle origini dello zazen in Italia, nuovamente attraverso uno scritto di Cesare: “...ma cominciamo dall’inizio. Negli anni fecondi del ‘68 ci si interrogava sul significato della vittoria sportiva (ancora sannyas). Al Busen, dojo di judo, giunse il monaco dal buffo basco nero e dalla voce profonda che parlava di un eterno presente, del vero combattimento e dell’intuizione. Ricordo che dopo la frenetica attività a cucire cuscini (zafu) un’isterica risata collettiva, ci colse in capo al primo quarto d’ora di meditazione a gambe incrociate. Il sensei la controllò, considerandola come un buon inizio, poi qualcuno entrò nella serenità e nell’attenzione legando questi stati al judo. Deshimaru era specialista di contrattacchi, sortiva all’improvviso dalla bonarietà e dallo humor per colpire con una frase che l’interlocutore avrebbe portato con sé tutta la vita. Misteri dello zen. Mi diede il rakusu ma non lo firmò, come faceva con gli altri, forse prevedendo che sarei rimasto nel judo. Ebbe subito un particolare riguardo per Guareschi, come se già sapesse che sarebbe stato il suo successore. Io e il maestro rimanemmo amici anche quando fu chiaro che la mia strada era un’altra, Fausto divenne il prediletto anche se i francesi godevano degli onori. So che il maestro ha dato a Fausto lo shiho (trasmissione del Dharma) ma lui deve frugare nella memoria perché il vero shiho, non è un certificato che tutti controllano, ma si nasconde in una frase, i shin den shin (da me a te) e solo Fausto la può conoscere." La chiacchierata continua con un cuore più grande, allargato da tanto amore e da riflessioni sul senso della vita, siamo grati a Fausto Taiten Guareschi per le sue parole. Concludo con una frase sarcastica e intelligente tratta da un libro scritto da Fausto Taiten, intitolato “Fatti di fuoco” che racconta la loro esperienza di zazen dei primi anni: “...quel che resterà non è il nostro sforzo di fare meglio, quello che rimarrà di noi è il superfluo, l’inutile”. One gaeshi masu, Fausto Taiten roshi Cesare Barioli è stato sicuramente il più prolifico traduttore, giornalista e scrittore di judo. Uomo di eccezionale cultura e grande fascino dedicò completamente la sua vita alla diffusione delle idee educative del judo e della personalià di educatore del fondatore del judo, Kano Jigoro. Formò come maestro migliaia di judoisti e scrisse le più belle pagine del judo italiano. Moustapha Safouan è stato scrittore, psicanalista e traduttore egiziano. Visse per lo più in Francia dove nel ‘49 conobbe Jacques Lacan e di lì iniziò la sua formazione. Il Bhagavad Gita è un testo sacro, è chiamato il Vangelo dell’India, nel poema si narra l’incontro di Arjuna, valoroso condottiero, prototipo dell’eroe, con Krishna, un’incarnazione (avatara) del Divino in forma umana…). Peter Brook ne fece un capolavoro cinematografico dal nome Mahabharata, che è il poema epico (oltre 100.000 versi) che contiene al suo interno il Bhagavad Gita. Taisen Deshimaru Roshi è stato un monaco buddhista giapponese fondatore dell’Associazione Zen Internazionale. Nato nel 14 fu negli anni trenta discepolo di Kodo Sawaki, uno dei monaci zen più importanti del Giappone. Visse a Parigi, iniziando, in estrema povertà, nel retrobottega di un negozio di macrobiotica a fare trattamenti shiatsu e e sucessivamente a divulgare lo zazen. La via spirituale di meditazione era ancora sconosciuta in occidente. Ebbe molto successo e scrisse molti libri guadagnandosi la stima di noti artisti, scienziati e acculturati di tutta Europa. Visse in Italia per un periodo (fu chiamato ad insegnare zazen al Busen Milano di Cesare Barioli) e fu questo che permise l’incontro tra maestro e allievo che rivoluzionò completamente la vita di Fausto, allora judoista al Busen, facendolo diventare poi dopo la morte del maestro Deshimaru suo erede e patriarca del soto zen (una delle due maggiori scuole giapponesi del buddhismo zen). Koan: affermazione paradossale, tipica della scuola renzai, usato per aiutare la meditazione e quindi risvegliare una profonda consapevolezza. Tra i koan più famosi “Puoi produrre il suono di due mani che battono tra loro, ma qual’è il suono di una mano sola?” Makoto, sincerità, una delle virtù del Budo Zafu, cuscino che assieme allo zabuton si usa per la meditazione Rakusu: indumento tradizionale del buddista zen, può anche significare l’ordinazione laicale. Roshi titolo onorifico, vecchio maestro, è più di sensei “Dal pensiero compulsivo e molesto al pensiero sospeso per un’estetica dell’indisponibilità” significa allontanarsi dal pensiero senza pause (pensiamo a certi dibattiti televisivi) andare verso la sospensione di giudizio e constatare l’indisponibilità verso sé stessi, rivolgendosi all’altro e prendendosi cura di lui. La disponibilità dell’altro ad esserci diventa la mia legge.

Horizonte Italia Brasile Onlus

Il judo non è solo uno sport o una disciplina per crescere, così come il gioco non è solo uno scherzo, una divagazione (La pedagogia del gioco, Frobel, Clapàrede, Dewey). Essi sono terreni germinativi, di osservazione, sperimentazione del sé, campi di realizzazione ove ognuno si mette in relazione con lo sconosciuto e osserva, specchiato negli occhi dell’altro, se stesso e il riflesso delle proprie azioni. Ma la cosa non finisce lì, in un tatami di judo, in dinamiche di un gioco; le scoperte si portano nella vita e questa a sua volta cambia a seconda delle scoperte che facciamo. Barbara Barone Silvestri era una giovane campionessa del Nippon Milano, allieva di Fulvio Aragozzini, arbitro internazionale e raffinato conoscitore del judo. Barbara ha un bel viso, un sorriso dolce e due splendidi occhi azzurri che passano da fermi laghetti montani a cupe profondità del mare. Angelo Fassi faceva un buon judo al Ronin Monza, era allievo di Libero Galimberti (uno dei fortissimi dello storico Busen Milano), poi studente di medicina che prestò servizio nell’86 presso la scuola di educazione fisica di Orvieto nel corpo dei Bersaglieri. Ironico e caustico, eclettico e con una vivissima intelligenza. Il tempo propone e il destino dispone; li ritrovo dopo qualche anno, a casa mia, sposati, mentre stanno facendo un viaggio in camper e di passaggio dalla Liguria. Passano ancora anni, ci perdiamo di vista, entrambi hanno smesso di fare judo. Poi arrivano gli anni 2000 e poco dopo, l’avvento di facebook. Si riallacciano i rapporti, si incrociano nuovamente i destini. Vengo a sapere che sia io che Angelo siamo appassionati del fumo della pipa, della sua storia e nello specifico, dell’oggetto artigianale. Angelo è più di un appassionato, è un fabbricante, per hobby, di pipe; sono belle e fumano molto bene. Angelo di professione è un affermato odontoiatra. In occasione di uno stage di judo a Milano, decido di passare a trovarli, abitano assieme a due figli, momentaneamente fuori per l’università, in una bellissima casa sui navigli, nel cui fondo lui ha attrezzato un perfetto laboratorio dove produce i suoi gioielli. Barbara invece si occupa di giardini; è una giardiniera dotta, disegna e realizza giardini di ogni tipo, l’importante per lei, dice, è stare con le mani nella terra. In quell’occasione parliamo di molte cose ma soprattutto del loro progetto che ormai è operativo da anni e che si chiama Horizonte Italia Brasile Onlus. Tutto nacque da una vacanza in Brasile, dice Barbara, sentimmo che dovevamo fare qualcosa per aiutare questi bambini. Intanto il “sentire” credo che sia già un grande risultato. Non perché siamo poco sensibili oggigiorno, ma perché la nostra sensibilità è molto estesa, ma solo superficialmente. Ovviamente questa è un’affermazione generica, i singoli casi non fanno testo, ma penso che dal punto di vista sociale, vuoi per il consumismo, vuoi per un nichilismo dilagante, vuoi per una pressione dei media, siamo una società molto emotiva, ma senza scendere in profondità, siamo di pancia, senza riflessioni, con tempi veloci e fatti solo di reazioni impulsive, con poca riflessione e sedimentazione. Questo tipo di elaborazione risponde a dei bisogni sociali e lavorativi senza dubbio, ci rende smart, veloci nella risposta, sempre sul pezzo come si dice nel gergo, ma alla fine della giornata ci sentiamo svuotati. Siamo come i secchi de “ la ngègne”. (Venivano così chiamati nel sud agricolo quei vecchi e ingegnosi pozzi azionati dall’animale, di norma un somaro, che girava in tondo azionando, tramite una ruota e una puleggia, i secchi che trasferivano l’acqua dal pozzo all’esterno. Così siamo noi, presto ci riempiamo e presto ci vuotiamo, operosi di giorno, per tutto il tempo che serve l’acqua ma poi a sera rimaniamo vuoti sino all’uso del giorno dopo). Siamo funzionari di apparato, la nostra vita e la nostra identità gira solo attorno al ruolo che rivestiamo a livello lavorativo (U.Galimberti). Anni prima Pier Paolo Pasolini identificava questo potere come un nuovo fascismo imperante, perché aliena l’uomo, distogliendolo dalla sua natura propria e rendendolo schiavo di bisogni, mode e consumi. Angelo e Barbara quindi non si fermarono alla semplice sensazione, che nella vita quotidiana viene subito cacciata da una sensazione successiva; non furono presi dal senso di impotenza e non si raccontarono che tanto non potevano farci niente. Si fermarono a riflettere e progettarono un intervento: la costruzione di una scuola. Serviva un investimento iniziale, una casa, e soprattutto trovare maestre e personale da coinvolgere nel progetto, e così fu. Angelo e Barbara andavano in Brasile almeno due volte all’anno, il resto lo seguivano da casa. A Milano incominciarono a organizzare concerti con musicisti brasiliani, samba, aperitivi e cene con il cibo preparato da Barbara per raccogliere fondi da impiegare nel progetto. Ancora oggi vanno avanti con queste iniziative, con la riffa che in palio ha le pipe costruite da Angelo o altri oggetti di chi vuol contribuire. Horizonte Italia Brasile Onlus ha compiuto oggi i 15 anni (2006) e aiuta 200 bambini ogni anno a Paripueira, in provincia di Maceiò (capitale dell’Alagoas uno degli stati più poveri del Brasile). Questo progetto è diventato come un figlio che non puoi più abbandonare, che nutri e fai crescere, finché un giorno sarà grande a sufficienza da andare avanti da solo, con le proprie gambe. In più c’è un aspetto che ci piace sottolineare, che questo progetto è nato e cresciuto da due judoisti e questo ha in sé un forte valore simbolico. (Per donazioni e ulteriori info www.horizontebrasil.org)

L'ipnotista

Magro, occhi azzurri, viso scavato nelle guance, naso aguzzo ma ben proporzionato, un bel viso diresti, aperto, ma intuisci immediatamente che c'è qualcosa di nascosto in lui che non potrai mai conoscere; nonostante ciò, non sei allarmato. Parla rapidamente, a volte t’incalza o ti precede, a volte ti blandisce come se la soluzione l’avessi già trovata e fosse nelle tue mani; la sua voce è quasi sempre uguale anche se veloce come un torrente in discesa, ti ammalia, ti conquista e questo forse ti tranquillizza, per cui ti fidi. Se fosse un animale Giancarlo Russo sarebbe un uccello; forse assomiglia ad un compagno di scuola o uno che abita nel tuo palazzo, uno che hai sempre visto e anche questo fa sì che Giancarlo ti sia familiare; lo fai entrare, gli concedi una confidenza che altrimenti non gli daresti, qualcosa ti spinge a fidarti di lui. L’ipnotista, per metà, lo hai già accolto. Due ore e mezza di chiacchiere non si riassumono in meno, come minimo, di cinque ore, per cui voleremo per sommi capi sugli argomenti trattati per fare una sintesi simbolica. “Che cos’è l’ipnosi?” non è certo una guerra di cervelli in cui uno prevale sull’altro. Diremmo piuttosto che l’ipnotista funge da mediatore tra te e una parte di te. Tutti possono essere ipnotizzati anche se la parte terapeutica può non essere per tutti. Le onde degli stati mentali possono passare dal tipo beta (soggetto normale, stato di veglia), a quello gamma (stati di grande energia, tensione muscolare o mentale, gioia, paura), onde alpha (veglia ad occhi chiusi, inizio della meditazione), allo stato r.e.m. delle onde tetha (stato di profonda meditazione), sino a quelle del livello delta che è quello del sonno profondo. Lo stato di ipnosi si colloca tra lo stato alpha e tetha. L’ipnotista altro non fa che aiutarti a stabilire una connessione con te stesso, profonda; sei sveglio, presente come se fossi in uno stato di meditazione. Dal punto di vista dei tracciati e delle risonanze magnetiche funzionali i due stati sono sovrapponibili, la differenza consiste nell’obiettivo. Nell’ipnosi la presenza dell’operatore distrae l’attenzione dal sintomo e lo pone su di un pensiero risolutivo, nella meditazione c’è la sorta di conquista di un luogo/stato mentale che dà serenità. Giancarlo è un fisioterapista e per primo ha portato in Italia l’ipnosi nei trattamenti della terapia del dolore e nella preparazione al parto, il suo maestro è stato un famosissimo neurologo ceco, il Prof. Karel Lewit, sloveno di nascita ma che svolse la sua attività nella città di Praga. Il dialogo scorre veloce e interessante lambendo vari argomenti, dai luoghi comuni che vedono l’ipnosi come perdita di una coscienza propria a quella capacità di maghi o addirittura borseggiatori per spettacolo (pickpocketing) che utilizzano tecniche di distrazione e che sono capaci di farti spostare l’attenzione su parti del corpo che loro vogliono (il mago guarderà la mano che non compie la magia inducendoti così a fare altrettanto) o su oggetti che richiamino la tua attenzione (un anello con una pietra particolarmente luccicante) per farti interessare ad un particolare e sfilarti l’orologio e persino la cintura senza che tu te ne renda conto. Si parla dei poteri della mente, dall’estasi dei religiosi alle paralisi isteriche, dalla mente che osserva la mente, alla Dinamica Mentale (Vogt, Schultz), dai sogni premonitori all’ipnosi regressiva (che Giancarlo non pratica). Si parla della sua formazione e dell’incontro che fu determinante nella sua vita, quello con il suo maestro, il dottor Karel Lewit. Il professore di Praga, classe 1916, non solo gli insegnerà la meticolosità di un lavoro puntiglioso sulla persona vista dal punto della sua globalità, ma lo contagerà anche nel modo di concepire la vita. Il maestro è colui che rende possibile la dimensione di una vita spesa in una certa direzione. Il suo mentore infatti sviluppò un metodo di lavoro che si concentra sulla causa del dolore piuttosto che sulla ricerca di sintomi. Il dottore cecoslovacco continuò a curare disfunzioni dei movimenti e affezioni dell’apparato muscolo-scheletrico sino all’età di 98 anni ed è famosa la sua affermazione: “il mio miglior trattamento è stato l’ultimo”. Il mio maestro consigliava sempre ai suoi pazienti, dice Giancarlo, di intraprendere le arti marziali, perché danno un tipo di sapienza antica, globale, esperienziale, filtrata dal tempo e l’efficacia, che unificano la mente, il corpo e lo spirito in un unicum. Corpo e mente sono la stessa cosa, hai un corpo perché hai una mente che sente e hai una mente perché hai un corpo che percepisce la mente. E ancora “la mente è una funzione del cervello che può cambiare sé stesso come ciò che costituisce il corpo può influenzare la mente”. Giancarlo ci parla delle sue esperienze, ha fatto judo per anni (con maestri famosi, da bambino con il maestro Sojiro Kikugawa, poi al Judo Edera e con i maestri Di Francia e Ripandelli) per poi seguire un maestro cino-malese molto conosciuto, Choo Kang Sing che insegna uno stile antico di Kung Fu (Lam Kiun Pak Toi). E’ notte fonda quando ci salutiamo e lo ringraziamo della sincera e piacevolissima chiacchierata, ci congeda con un ultimo monito: judo, danza, musica e arti marziali sono esperienze di connessione interiore, il corpo con la mente e la mente con il corpo. Non avrebbe potuto terminare meglio. Buona notte Giancarlo.

L'arte e il Judo, fra il nero e il bianco

Si chiacchiera intorno alle opere, in bianco e nero, di Franz Kline, un pittore statunitense tra i maggiori esponenti dell’informale, un action painter, e osservandole sembra che abbiano a che fare con il judo, cioè che nelle sue opere si veda il judo. Ci si domanda se in fondo “il movimento crea l’arte”, cosa ne pensi Cinzia? Cinzia Cavazzuti sorride e ridendo dice: “Oh, mi dovevo preparare meglio!” Ridiamo tutti, mentre una voce femminile ironicamente annuncia che quest’argomento è il più semplice, il peggio deve venire... Altra risata. In fondo iniziare a parlare anche d’arte con una donna (che da tre anni copre la carica di vicepresidente del settore judo Fijlkam Lombardia), laureata all’Accademia delle Belle Arti di Milano (Brera), ex atleta professionista nel mondo del judo, e una seconda laurea in Scienze Motorie, era quasi scontato. La battuta iniziale si ferma lì, e si incomincia subito a fare un parallelismo tra arte e judo. "Personalmente vedo il judo, e anche il combattimento, come atto creativo; sia nell’arte ed anche nel judo, alla base c’è lo studio della tecnica, l’allenamento, gli instancabili esercizi spesso ripetitivi; però è soltanto quando sono ben appresi che scaturisce l’atto creativo, intendo dire quando si è acquisito quella leggerezza del fare, quei gesti che non sono pensati e che ti permettono di trovare delle soluzioni sempre nuove e adeguate. Questo aspetto dovrebbe essere parte dell’insegnamento, soprattutto dei più piccoli, è una parte che si sta perdendo, forse perché prima si lasciava più libertà nel randori e si condizionava meno i ragazzi, anche negli schemi di combattimento. Penso sia importante, invece, lasciare sempre uno spazio a risolvere da sé, proprio per alimentare la creatività". Quindi tu dici: l’arte in quanto creatività, cioè tu studi un modello poi hai la libertà di rappresentarlo. "Sì, il bello del judo è proprio questo contrasto: alla base c’è lo studio della tecnica in tutte le sue accezioni ed è quando hai ben assimilato, che diventa qualcosa di tuo senza nessun condizionamento, che puoi creare". Ed eccoci ad un’altra considerazione: “Sicuramente nel mondo dell’arte, dal ‘700 in poi, si comincia a vedere “l’avanguardia”, c’è anche nel mondo del judo?” "Mi piacerebbe! In realtà dovrei pensarci, ma penso di no. Certamente ci sono, e vedo, dei giovani che sono “presi”, appassionati. Però, rispetto alle nostre generazioni, oggi i ragazzi hanno anche più possibilità di scelta, di cambiare. Inoltre c’è da dire che purtroppo noi paghiamo le conseguenze di come si è sviluppato lo sport in Italia, non solo nel judo ma in tutte le federazioni". Come sempre una cosa chiama l’altra e si arriva a toccare argomenti che nemmeno pensavamo di sfiorare. Finiamo così a parlare di “donna e sport”. E’ un argomento intrigante e Cinzia non esita a dire che c’è ancora tanta strada da fare. Certo molte cose sono migliorate, ma siamo ancora lontani dal costruire quel reciproco rapporto di rispetto basato sulle diversità. Questo accade ovunque, ma se vogliamo guardare il nostro mondo possiamo prendere ad esempio quel che succede sul tatami, soprattutto nel randori: troppa forza o troppo paternalismo. Fuori dal tatami, anche se in forma diversa, le dinamiche sono le stesse. "E' considerare il valore aggiunto che può portare una donna all’interno del mondo del judo e non solo?" Chiede, provocando, Laura. "Sì, sono d’accordo con quello che hai detto poco fa riguardo alla donna che ha costruito tutto seguendo l’immagine maschile, forse era un percorso che si doveva fare per rompere degli schemi. Oggi il contributo della donna, in tutti i campi, diventa un valore aggiunto proprio per il modo completamente diverso della donna di affrontare le situazioni". Beh, la discussione si fa lunga, articolata e molto interessante toccando diversi aspetti della vita e anche del judo. Riportare tutto diventa davvero difficile, ma la sintesi si può racchiudere in una frase, che forse ci aiuta a trovare la chiave per un futuro: “annullare il bianco o il nero non è possibile, è quasi una idiozia semplicemente perché esistono entrambi. Dobbiamo coltivare, invece, la consapevolezza che “esistono entrambi” e che proprio per questa ragione devono viaggiare insieme per costruire qualcosa di nuovo, di bello". Quasi come i quadri di Franz Kline. Forse è questa la nuova avanguardia. Grazie Cinzia, della lunga e bella serata con una donna che vive il judo e per il judo.

....era chiaro che il judo fosse qualcosa di più.

La Svizzera è un’esperienza naturalistica importante, gli occhi del visitatore si riempiono delle meraviglie di una montagna incredibile (49 vette che superano i 4.000 m di altezza), sentieri per migliaia di chilometri, pascoli verdi e scoscesi, valli bellissime, cascate e corsi d’acqua, una presenza di costruzioni che si sposano perfettamente con la natura circostante. La posizione del paesino (400 anime) è stupenda, si trova ad una quota di 1650 m, raggiungibile solo in funivia o in cremagliera, è di fronte alla catena dello Jungfrau tra due 4000, il Monch e l’Eiger, la cui parete nord è tragicamente nota nel mondo alpinistico. Ed è in questa splendida cornice che si celebra lo stage di Murren, normalmente la seconda settimana di Luglio, a Murren, appunto, in Svizzera nel comune di Lauterbrunnen. Chi ha avuto la fortuna di partecipare a questo stage sicuramente, all’arrivo, avrà incontrato una signora magra con due treccine da ragazzina, che, salita su un panchetto, salutava gli ospiti dando indicazioni del programma dello stage in almeno tre lingue. Lei è Silvia Soave, l’organizzatrice. Come si inizia a far judo? Così un po’ per caso, di norma. Un’amica di Silvia faceva judo e lei chiese se poteva accompagnarla e vedere la lezione. L’insegnante fu intelligente, la coinvolse e Silvia fece la sua prima lezione in jeans e maglietta. Era il 1969 e il judo aveva avuto una notevole espansione anche se i club non si trovavano ovunque. Il pioniere fu un farmacista di nome dott. Hanho Rhy, coreano di origine, che per primo iniziò ad insegnare nel 1946. Allora era solo ju jutsu, col passare degli anni poi si differenziò anche come judo. Silvia trascorse alcuni mesi a Londra dove continuò a studiare il judo, e quando ritornò a casa incontrò il maestro che ancora oggi ricorda con piacere e con rispetto. Ecco potremmo dire che sì l’occasione è importante, il primo impatto deve essere positivo ma poi quello che agisce come forza trainante è la qualità dell’insegnante. Antonio Lazzarin, italiano della zona di Verbania, si era trasferito a Locarno per lavoro, quando lo videro far judo gli chiesero di insegnare presso il club di Muralto. Era una figura autorevole ma amichevole al tempo stesso, il suo judo era di ricerca della tecnica e di studio dei particolari. Di questo ha bisogno il judo per diffondersi, di una classe di buoni insegnanti. Qualità dello studio e ricerca tecnica fanno la qualità del tecnico, la personalità e disponibilità umana del tecnico lo trasformano in maestro. Da lì a poco iniziò anche la carriera agonistica di Silvia, in un paese che si stava sempre più organizzando lo sport e che faceva l’occhiolino ai paesi confinanti per vedere cosa di buono c’era da conoscere. Incominciarono così le prime uscite, in Olanda a Papendaal conobbero Tokyo Hirano, poi in Belgio Mahito Ogho, Wolfgang Hofmann e a Losanna arrivò un giapponese incaricato del Kodokan, Kazuhiro Mikami, classe ‘39 oggi 9° dan. Sul finire degli anni ‘70 il Judokwai/Judoclub di Losanna volle avere anch’esso un maestro giapponese e così tramite Mikami e Frédéric Kyburz (sempai di Katanishi a Tenri), giunse in Svizzera il maestro Hiroshi Katanishi che insieme a Hironori Shinomiya allenò la prima squadra femminile di cui faceva parte anche Silvia. La prima volta che vedemmo Hiroshi fu ai campionati svizzeri per stranieri dove sbaragliò tutti quanti. Fummo subito colpiti dalla finezza della sua tecnica, anche se io ero già più abituata, dice Silvia, perché anche il maestro Lazzarin era molto tecnico. Dice “…. con questi maestri così tecnici era chiaro che il judo fosse qualcosa di più che vincere o fare in modo di vincere…”. Silvia Soave per molti anni organizzò lo stage estivo con Tokio Hirano. Ricorda che lui raccontava di fare sempre, prima di andare a dormire, mille tandoku renshu (allenamento con l’ombra), che di notte sognava le tecniche e che bisognava pensare costantemente al judo (forse oggi lo chiameremmo una specie di allenamento mentale). A questo proposito ricordo di avere letto un’intervista a Ishikawa Sensei, il quale diceva che per un’ora di allenamento fisico suggeriva un’ora di allenamento mentale ripensando alle tecniche, le combinazioni e alle situazioni del randori. Sul metodo di Hirano è interessante parlare degli esercizi che faceva fare. Prima di tutto lavorare senza l’uso della forza, poi ripetere moltissime volte prima con un braccio poi con l’altro, poi il lavoro delle anche, delle gambe, infine tutto insieme. Non insegnava a rompere l’equilibrio allontanandosi e avvicinandosi sul piano sagittale ma sul piano trasversale cioè saltando dal basso verso l’alto per poi sparire sotto il compagno. Hirano, come tutta quella generazione apparteneva ad un periodo pionieristico fatto di un judo anche molto simbolico. Hirano condusse lo stage per circa 10 anni, poi Silvia prese in mano l’organizzazione dello stage con Hiroshi Katanishi che continua già da una decina di anni. Siamo alla fine della serata , un po’ stanchi e assonnati, ma Silvia ci fa una sorpresa: nella stanza arriva il suo compagno e suonando la fisarmonica ci dedica un paio di canzoni. E’ bellissimo sentirlo suonare e ci dice che da lì a poco sarebbe andato a Castelfidardo in provincia di Ancona per comprarsi una nuova fisarmonica italiana. Ci congediamo e ringraziamo Silvia, e anche il suo compagno, dandoci appuntamento al prossimo stage, quando si potrà….à bientot Silvia! Tokio Hirano (1922/1993) nacque nella prefettura di Kobe e iniziò a studiare judo a 12 anni con Fukushima sensei a Kyoto che lo indirizzò poi per gli studi universitari a Takushoku dove studiò con Ushijima sensei (altro mito della storia del judo, nato nel 1904 vinse due dei primi tre Campionati del Giappone di tutte le categorie, soprannominato il demone Ushijima, fu fondatore della International Judo Association. Di lui tutti avevano una paura folle per la durezza del suo metodo, il suo motto era “attacca finché il tuo cuore non smette di battere”. Ushijima sensei, 9°dan ebbe due allievi famosi, Hirano e Kimura. Nel ‘44 Ushijima, cercò di assassinare il generale H. Tojo, primo ministro giapponese e fanatico dell’entrata in guerra del Giappone). Dai maestri si può evincere che Hirano ebbe una formazione di stampo Kosen. Giunse in Europa nel ‘52 girando e insegnando un po’ ovunque; è famosissimo il lungo filmato girato presso il castello di Well con opa (nonno) Shutte (olandese di nascita, dentista di professione, iniziò judo con grande entusiasmo a 46 anni, diventò un grande specialista di newaza e assieme a Legget e Jasarin fu uno dei padri del Judo Tradizionale Europeo). Tokyo Hirano fu una leggenda del judo per due motivi: la sua enorme bravura e per il suo metodo di insegnamento. Nel ‘52 venne in Europa e rimase per sei anni. Per promuovere il judo Hirano sfidava pubblicamente tutte le cinture nere della città in cui andava. Nella città di Mannheim (Germania) sfidò 54 avversari dal primo al terzo dan e fece ippon a tutti in 34’, ma arrivò anche a batterne 73 in poco più tempo. Tale conteggio fu tenuto e nei sei anni di permanenza ebbe oltre 4.300 vittorie (Judoinfo). Durante la storia del judo, in Giappone, il modo per ottenere una promozione di grado dal Kodokan era quello di partecipare al Kohaku Shiai che si teneva due volte l’anno e segnando 5 ippon si poteva ricevere una promozione di un dan nella giornata. Hirano, ancora ragazzo, segnò 22 ippon solo di osotogari e conquistò abbondantemente il primo dan. A 19 anni era 5° dan. Durante l’Università studiò con Ushijima sensei. Si racconta che Hirano un giorno andò ad allenarsi presso il dojo della polizia metropolitana di Tokyo e in tre ore di randori, lui era una settantina di kg, segnò 500 ippon con 60 cinture nere. Mahito Ohgo studiò negli anni ‘60 presso la Tenri University e lì conobbe Wolfgang Hoffman (argento a Tokyo ‘64) che nel ‘63 lo portò in Germania dove contribuì moltissimo al miglioramento didattico tedesco insegnando in molti club tedeschi ma anche girando in Svezia, Danimarca, Svezia, Olanda, Svizzera e Austria. Fu anche docente presso la German Sport University di Colonia e diffuse in Europa la metodologia del tandoku renshu. Alla fine degli anni ‘70, il fondatore della Tokai University, Shigeyoshi Matsumae, judoka di alto rango, ammiratore di Kano Jigoro e industriale molto influente lo riportò a Tokyo dove Ohgo divenne suo consigliere personale con un focus sull’Europa. Fu segretario di Matsumae fino alla fine dell’attività che allora era di Presidente dell’IJF (1987). Hiroshi Katanishi nasce a Kobe nel ‘52 e frequenta la Tenri University con il famoso maestro Yasuichi Matsumoto ma esce dalle competizioni molto presto per un problema ad un polso così grave da rischiare l’amputazione dell’arto. Dal ‘70 al ‘74 allena la nazionale francese e nel ‘76 viene chiamato ad insegnare al Judokwai/Judoclub di Losanna. Lavora per la federazione svizzera e dal ‘79 al ‘85 e ne allena la nazionale femminile. E’ attualmente 8° dan e uno dei tecnici più stimati e famosi al mondo; ha avuto moltissimi allievi e molti campioni come l’attuale presidente della federazione svizzera Sergei Aschwanden o Oliver Schmutz. Collabora con i massimi tecnici d’Europa: Jane Bridge, Patrick Roux, Go Tsunoda, Frederic Demontfaucon e Frederic Dambach.

Educare lo sguardo

Magra, longilinea, un sorriso dolce in un viso spigoloso come per avvertirti: “non mi stuzzicare altrimenti trovi quel che cerchi”. In un’intervista trovata sulla rete, il giornalista le chiede chi siano stati i suoi insegnanti tecnici e i suoi d.t. in nazionale, Emanuela risponde subito che in quegli anni ha avuto un ottimo rapporto con la dott.ssa Muroni e il prof. Barigelli, il preparatore fisico, che le ha salvato le ginocchia mentre i tecnici e i d.t. le erano sostanzialmente indifferenti…..secondo lei occupavano quei posti immeritatamente. Eccola Emanuela Pierantozzi, coraggiosa, schietta, diretta quasi in modo imbarazzante, non si nasconde dietro dichiarazioni edulcorate, non applica quel "politically correct" che ormai ci impedisce di fare analisi, di vedere la realtà. Emanuela è una che punta i piedi a terra e si regge da sola; è determinazione pura, forza di carattere, come in quei combattimenti di judo vinti in giro per il mondo. E’ la prima atleta della nazionale che sentiamo fare analisi pesanti ma vere e che non ha paura di essere smentita. “L’ambiente della nazionale era pesante, non per le compagne o i compagni, ma per una dirigenza autoreferente che non si dedicava agli atleti ma che era più interessata alla politica e alla gestione del potere più che alla crescita di questi. Se non avessi vinto così tanto, mi sa che mi avrebbero cacciato, ero scomoda.” Stare tanto tempo lontano da casa rende fragili e spesso i poteri più forti ne approfittano, Emanuela ha coraggiosamente denunciato alcune cose, ma l’ambiente sportivo è omertoso e se gli atleti vogliono gareggiare devono imparare a tacere di fronte a molte ingiustizie oppure a non porsi neppure in una visione critica, a chiudere gli occhi e adattarsi, a essere soldati e non guerrieri. Forse dovremmo fare una riflessione sui nostri dirigenti sportivi, amministrativi e politici. Alcuni di noi hanno vissuto il ‘68 e l’occupazione scolastica del ‘78 in prima persona. Nel 1989 assistemmo alla caduta del muro di Berlino, alla svolta della Bolognina e nel dicembre al movimento delle Pantere nel mondo universitario. Eppure ancora oggi, si ha la sensazione di non aver migliorato sostanzialmente questo mondo. Non è bastata la visione cristiana della formazione infantile, non l'ebrezza dell’ideale politico giovanile e neppure l’utopia del Sig. Kano che concentra nel judo le massime internazionaliste che ci vedono in questo mondo per applicare il miglior impiego delle energie insieme agli altri collaborando per un mondo migliore. Sostanzialmente abbiamo cambiato poco e se vogliamo essere sinceri si ha la sensazione di avere molta meno autonomia intellettuale che negli anni ‘80, quando si percepiva il senso della libertà, legato a quello della responsabilità, e i diritti costituzionali erano dati per scontati. Ma torniamo a Emanuela, lei è bolognese ed è una regina del judo; un argento e un bronzo alle Olimpiadi, due ori e un bronzo ai Mondiali, due ori, tre argenti e due bronzi agli Europei, un oro ai giochi del Mediterraneo e sei assoluti vinti. La prima domanda è secca, quasi una rasoiata: “E’ vero che hai contribuito a far sì che i premi in denaro delle donne fossero equiparate a quelle degli uomini?”. Si, risponde Emanuela, “Nel 1989 vinco l’oro agli Europei ed Alessandra Giungi fa il bronzo, con quel risultato eravamo già P.O. (probabili olimpioniche), ma riceviamo metà premio rispetto ai maschi. Nello stesso anno, ai mondali di Belgrado, sempre io e la Giungi facciamo io oro e lei argento e andiamo assieme dal presidente della Federazione chiedendo pari premi per tutti. La disparità di trattamento è già di per sé un segno di arretratezza culturale, mettiamoci poi che l’Italia ha avuto più risultati in campo femminile che in quello maschile (come la Francia per altro ultimamente) e allora diventa tutto un’operazione commerciale: valgo il doppio ma guadagno la metà”. Si passa a parlare di judo e arte, vista la doppia vocazione di Emanuela come ex atleta di alto livello e come scultrice (figlia d’arte, tra le sue opere la statua di Pantani sita a Cesenatico). Sono interessanti le sue osservazioni. “Si, c’è molta similitudine tra arte e il bel judo; c’è l’armonia, un bel gesto che li accomuna ed emoziona. L’ippon è un punteggio qualitativo e non quantitativo come nella lotta, i combattimenti che amo di più sono quelli dove si cerca l’ippon, ma non sempre sono stata in grado di potermelo permettere perché sviluppare la tecnica richiede molto tempo e nella nostra mentalità c’è l’andare verso la soluzione il prima possibile. Forza, velocità e strategia si allenano più facilmente e danno risultati più immediati. Così diventi una macchina da guerra, copri le tue debolezze e hai meno tempo da dedicare alla crescita tecnica. Per inciso, fino a che non toglieranno il punteggio nelle classi dei giovani, non si riuscirà mai a crescere in modo esponenziale. Se un ragazzo deve fare risultato già dai 13 anni, forse la sua crescita tecnica subisce un arresto perché la vittoria diventa l’unico parametro del suo valore, per cui chi nasce dotato è fortunato, chi necessita di più tempo per maturare….addio!” Le poniamo una domanda sulla cultura judoistica: “Come mai secondo te uno che è appassionato di arte o che ama dipingere, spesso si riferisce ad autori distanti nel tempo, ad esempio Giotto (fine 1200) o il Parmigianino (1500) mentre un atleta se vede Kyuzo Mifune (fine dell’800, soprannominato il Dio del judo) sbadiglia?” Emanuela risponde senza incertezze “lo sguardo va educato, a meno che si abbia una propria sensibilità; dobbiamo abituare lo spettatore, il judoista, a qualcosa che non sia solo la forza o la potenza, ad apprezzare la bellezza di un movimento.” Le chiacchiere continuano scambiandoci anche le nostre esperienze e la nostra visione. Speriamo tutti che la nazionale sia cambiata rispetto a quella che Emanuela ha conosciuto da ragazza: “mi piacerebbe vedere una Federazione che avesse una programmazione, che tenesse di conto degli ex atleti e che aiutasse a trasferire le competenze in modo da entrare nel mondo del lavoro. In Germania chi insegna sport viene fuori da cinque anni di studi e non si improvvisa tecnico solo con un corso di due settimane. Io mi sono dovuta organizzare da sola, ho fatto l’Istituto superiore di Educazione Fisica e poi sono diventata docente del Corso di Studi di Scienze Motorie di Genova e ricercatrice. In Francia questo tipo di percorso è concordato assieme all’atleta per la terza fase della sua carriera (prima fase quella formativa e tecnica, poi la fase dell’età agonistica, poi il post agonismo con introduzione nel mondo del lavoro)”. L’ultima domanda è sui modelli che ha avuto da giovane. “Spesso mi riferivo alle colleghe francesi, ma sopra a tutte Ingrid Berghmans, la bellissima belga vincitrice di 11 medaglie ai mondiali, una delle sportive che hanno vinto di più nella storia dello sport”. Per quale motivo?” chiediamo noi. ”Perchè vinceva con il sorriso!” risponde Emanuela. Concludiamo con il detto latino “barba non fecit philosophum” (la barba non fa il filosofo) nel senso che se lo sport non ritorna a promuovere i migliori, nella gara come nella costruzione delle società sportive, se lo sport non educa a vincere sé stessi, vuol dire che è solamente uno slogan e non riesce all’interno di sé a realizzare ciò che propone fuori di sé. Grazie Emanuela, forte e aspra come le fragole con l’aceto.

La scuola di Pordenone: "il mucchio selvaggio"

Chi è Marino Marcolina? Classe 1945, nativo di Domanins (PN), un uomo tagliato con la scure, aspro come le montagne di cui si è sempre circondato; nella vita si è distinto per il carattere e la personalità. Leggendario nella lotta a terra, amato e mitizzato da alcuni, ma sicuramente temuto dai più. Si narra che per un periodo girasse per le palestre friulane e che molti judoisti prima di entrare in palestra controllassero se per caso ci fosse anche lui, nel qual caso, qualcuno decideva di tornare il giorno dopo. Di lui si è detto molto, a volte sfiorando la leggenda, dalla sua adesione alla Legione straniera, alla sua abilità come combattente con le armi o senza. Guardia del corpo dell’Editore Rusconi, faceva parte, negli anni di massimo splendore, del Bu Sen Milano, sotto la guida di uno dei più famosi insegnanti di judo: Cesare Barioli. Fu in quel periodo che divenne molto amico di Marcello Bernardi, cintura nera del Bu Sen, famoso pediatra e autore di apprezzati libri e manuali. In quegli anni circolava la bizzarra battuta di Marcolina, che spesso accompagnava il dottore nei salotti della Milano bene: “ Marino, ma a lei piacciono i bambini?” risposta di Marino che tratteneva a stento la risata a denti stretti: “Siii…..cotti però!!!!”. Non bastano per definirlo i quattro Campionati Italiani vinti consecutivamente o la finale nel 1975 fatta con l’altoatesino Herbert Pramstaller con cui, andati a terra dal primo minuto, ha lottato per altri quattro con attacchi, parate e contrattacchi fino a che riuscì a chiudere l’incontro con uno shime waza. Quale arbitro avrebbe avuto l’ardire di dare l’interruzione? Sì, perché la sua non era una fama conquistata a tavolino, fuori dal campo di battaglia, bastava incontrarlo per averne soggezione! Al Bu Sen Milano ricordano ancora le ore di allenamento di Marino e Alfredo Vismara la domenica pomeriggio o in qualsiasi momento libero avessero. I mille uchikomi e i 250 piegamenti sulle braccia a fine lezione o i randori che non terminavano neppure qualora la coppia fosse uscita dal tatami; con qualcuno non terminavano nemmeno con la resa, ma con lo svenimento magari anche finendo in altri locali del dojo. Negli anni in cui tornò a Pordenone cercò di mettere su un gruppo di allievi di cui i principali sono riuniti questa sera qui per l’incontro con Shibumi. La redazione ha sentito doveroso dedicare un po’ di attenzione a questa scuola che ha disegnato un pezzo della storia friulana come di quella italiana. L’esuberanza fisica del maestro Marcolina era proverbiale e il suo tempo libero si divideva tra il judo e le uscite in montagna. Fu in questi due ambienti che forgiò i suoi allievi: John Parutta, Walter Argentin, Giancarlo Pizzinato, Enzo De Denaro. Qualcuno li soprannominò “ il mucchio selvaggio”, e in quegli anni diedero esempio di come si impostava la lotta a terra, dal punto di vista della qualità e della didattica. L’emozione di essere tutti riuniti è palpabile, la vita mette assieme e poi magari separa per varie ragioni; Pizzinato si connette dal Messico, dove attualmente vive, Enzo da Udine. Alla serata partecipano anche il maestro Comino di Udine, altro grande protagonista del judo friulano e Alberto Grandi di Mestre che si allenava con loro. Una chiacchierata di quasi tre ore non facile da riassumere per cui, ci perdoneranno gli amici e allievi, ci limiteremo, tranne poche eccezioni, a riportare le frasi del maestro Marcolina, che è una persona profondamente schietta e cristallina, un’icona, coerente nel suo ruolo di “primus inter pares” di colui che instancabilmente esorta, spinge, batte, sollecita, soprattutto con azioni (sberle), ma anche con moniti che vengono fuori da una profonda esperienza e ricerca. Se ciò non bastasse, ciò che impressiona è la sua fisicità, la sua risata sempre soffocata, la sua ampia dentatura e il suo parlare con la bocca quasi serrata con voce rauca e profonda, quasi come un avvertimento minaccioso. Parla del suo maestro (C.B.) e dice di lui che era un vero maestro, un catalizzatore di forti personalità, uno studioso del judo e un grande tecnico. Il Bu Sen Milano si era riempito di persone di grande cultura e la pratica era sincera; ogni componente condivideva con gli altri ciò che imparava, così che 1+1+1 non faceva mai 3 ma molto di più. Il maestro si metteva al servizio degli altri e facendo ciò dava un esempio, un metodo. Quando Marino ritornò in Friuli dopo il ‘74, cominciò la ricerca di allievi, creando anche un po’ di imbarazzo per chi era passato da due o tre allenamenti alla settimana ad allenarsi tutti i giorni e più volte al giorno. Ricordo le volte che salivo in Friuli con il mio primo insegnante, un ottimo judoista, Enzo Meneghini a cui devo moltissimo. Egli era conscio che per migliorare ulteriormente dovesse frequentare gente forte e si era legato molto a Marino e ai suoi allievi tanto da essere nella squadra che dall’82 sfiderà i professionisti del judo, Carabinieri e Finanza che fino allora avevano occupato sempre i primi posti delle classifiche nazionali. La squadra della Libertas Udine fece storia, era guidata dal Maestro Comino che tuttora è uno dei grandi riferimenti del judo friulano. “Come si fa Marino a diventare così forti?” Marino richiama sempre alla sostanza delle cose “per allenarti devi creare una tensione emotiva, se non c’è emotività non esce la tecnica” e poi “la forza dello spirito non va mai dimenticata” e ancora “ la stanchezza è una sensazione, dovete imparare a dominarla”. Il suo intercalare più frequente è invece: “basta cazzate, randori!” Continua Marino: “il judo dal punto di vista professionale è limitativo, perché lo fai per te stesso; è più interessante farlo per migliorarsi e offrire questo anche agli altri” e ancora “vivi meglio tu e fai vivere meglio gli altri”. Poi cita, a proposito del combattimento, Miyamoto Musashi “ quando sfoderi la spada è per uccidere” per dire che la gara dà una forte emozione, ma non è il combattimento reale dove regna il dualismo vita o morte. Dice: “nella gara posso concentrarmi sui miei avversari, so chi sono e come combattono; il combattimento vero invece, può essere mai o due volte di seguito”, ciò per evidenziare che il combattimento è imprevedibile e imponderabile nel suo accadimento. Cita anche la Bhagavadgita: “il guerriero è colui che si oppone al caos” per chiarire la definizione di guerriero più consona al comune senso della vita. Non me ne vogliano gli allievi se parlo poco di loro, sono stati dei miti, per me di qualche anno più giovane, modelli che non ho raggiunto dal punto di vista della tecnica, dell’efficacia e della bravura, ma che mi hanno ispirato a dare quello che potevo senza risparmiarmi nello sforzo. Enzo De Denaro dice: “il tempo e il caso colpiscono ogni uomo” (cfr Munich film di Spielberg) riferendosi al fatto che il loro incontro è stato anche un po’ casuale e che attraverso la voglia di allenarsi duramente insieme, avevano costruito un fortissimo legame di amicizia e la capacità di sognare insieme. Ritiene che l’appellativo di “scuola” viene dopo, qualcuno lo verifica ad esperienza conclusa. Così la pensa anche Giancarlo Pizzinato aggiungendo che per lui Marino ha rappresentato lo spalancarsi delle porte di una piccola palestra di provincia verso una regione prima, poi una nazione e poi il mondo intero, con la conseguente crescita umana. Walter Argentin invece richiama, giustamente, che tutti i discorsi fatti su cosa sia o cosa offra il judo, devono essere legati al concetto dell’ippon che deve essere inteso non come il risultato di un rotolamento, come purtroppo oggi spesso si vede, ma come il risultato di un movimento perfetto e assoluto che lascia stupiti gli spettatori ed ammirati gli avversari. Prescindendo da questo aspetto il judo perde parecchio del suo fascino e mistero. Grazie a tutti di cuore per la serata, per quello che ci avete lasciato e per il piacere, in questo tempo di assenza dal judo, di rivedervi ancora una volta insieme! A.

Competizione o Collaborazione?

Ascoltiamo, colpiti dalla semplicità con cui è in grado di affrontare argomenti di grande profondità, il Prof. Giovanni Cristofolini, docente di botanica dell’Università di Bologna, mentre ci racconta il suo punto di vista sul tema dell’evoluzione, il significato e l’origine di questo concetto e le implicazioni che ha in termini sociali e di prospettive future. Lo abbiamo trovato illuminante, per noi che spesso ci interroghiamo sull’evoluzione, sul ruolo e sul destino del judo. Evoluzione per la scienza occidentale è un concetto che fa parte del sentire comune, viene accettato come il fatto che la terra sia tonda e non piatta. Ma non è sempre stato così, non fino a duecento anni fa. Oggi diamo per acquisito il concetto di evoluzione nel nostro ambiente, ma non necessariamente si può dire che l’evoluzionismo sia vero, così come non si può dire che il creazionismo sia falso, poiché non ci sono elementi per dimostrarlo. Nelle asserzioni scientifiche non si tratta di vero o falso; le teorie scientifiche, quelle non dimostrate matematicamente, sono infatti semplicemente il modo più razionale di spiegare i fenomeni che vediamo, come dice Popper, il modo più parsimonioso, che richiede meno ipotesi. L’ideale è spiegare tantissimi fatti con una singola affermazione. Più fatti spiego con quella affermazione più essa è solida, ma si potrebbe sempre dimostrare che in alcuni casi è falsa, come ha fatto Einstein per la gravitazione universale. Se parliamo di evoluzione è perché l’evoluzionismo è in questo momento la spiegazione più razionale o parsimoniosa per spiegare la diversità dei viventi, ma questa teoria non si può dire vera in assoluto. Cerchiamo di giustificare nel modo più ampio possibile la diversità dei viventi. Le altre spiegazioni, fino ad oggi, non possono competere. L’evoluzione comunemente viene riassunta in tre passi: Esiste una variabilità genetica per cui nessun individuo è uguale ad un altro, e questa sarebbe casuale e scritta nel DNA. Non ci sono due individui e due specie uguali. Esiste una competizione perché sulla terra le risorse sono limitate, non tutti possono sopravvivere, c’è una lotta per l’esistenza. Esiste una selezione determinata dall’ambiente. Non sopravvivono tutti, sopravvive il più adatto, colui che compie il suo ciclo vitale fino a riprodursi. Sono validi questi punti? E’ vero che questo basta a spiegare l’evoluzione oppure no? Partiamo dal primo: la variabilità casuale. Darwin diceva che “le variazioni sono tanto comuni e diverse negli organismi allo stato di natura, come se fossero prodotte dal caso. Questa espressione evidentemente non corretta, serve a manifestare la nostra completa ignoranza sulla causa delle singole variazioni". Darwin è stato aspramente criticato (vuole sostituire il caso a Dio), ma semplicemente intendeva che le variazioni sono così diverse e imprevedibili che è difficile spiegarle. Son passati 150 anni e aveva ragione. Il DNA ha una sua struttura, delle sue compatibilità, non può variare in qualunque modo. Ma c’è una strada molto complessa, di cui oggi si occupa l’epigenetica, fra ciò che è scritto nella sequenza del DNA e l’organismo. Il concetto che la variabilità sia casuale è un mito nato nella seconda metà del 900 ("Il caso e la necessità", Jacques Monod) su cui si è alimentata tanta letteratura e tanti miti. La variabilità casuale è un mito del secondo 900, non era vera ai tempi di Darwin e non è vera oggi. Dire che è casuale è dire che non sappiamo controllarla. Il secondo punto riguarda la competizione. L’evoluzione va avanti per competizione e lotta per l’esistenza. Ma c’è solo competizione? Che ci sia è indubbio; c’è competizione per lo spazio, per il cibo, per l’acqua, per ogni cosa. Che ci sia, è sotto gli occhi di tutti. Ma non esiste solo questo meccanismo. Siamo costituiti da cellule che contengono un nucleo e gli organuli, tra cui i mitocondri per mezzo dei quali la cellula respira. Prima della cellula eucariote è apparsa quella procariote che assomiglia ad un mitocondrio. Una cellula eucariote che fermentava e non poteva respirare ha inglobato cellule procarioti in grado di respirare ed è diventata anch’essa in grado di respirare. Così come nelle piante ci sono i cloroplasti, deputati alla fotosintesi ed alla produzione dell’ossigeno che respiriamo, per cui esistono molte prove sperimentali che siano il risultato di un processo di endosimbiosi con una cellula procariote. Si potrebbe quindi azzardare l’ipotesi che i più grandi passi dell’evoluzione siano avvenuti per cooperazione, se usiamo termini moderni, o simbiosi, se usiamo termini biologici. Un secondo esempio di cooperazione biologica è quello dei funghi. I funghi hanno un corpo fruttifero, che vediamo, e filamenti sottili, le ife, che si sviluppano diffusamente nel terreno e si insinuano nelle radici delle piante di cui utilizzano i prodotti della fotosintesi. Non sono parassiti poiché ampliano l’apparato radicale della pianta e ne aumentano la superficie di assorbimento dell’acqua, e pare persino che colleghino anche piante diverse tra loro passando il nutrimento da una pianta più forte a una più debole. Un terzo esempio è quello delle leguminose, che arricchiscono il terreno di azoto perché nel terreno ci sono batteri Rhizobium che si insinuano nella radice delle leguminose e la radice forma dei tubercoli di reazione all’infezione; il batterio insieme alla leguminosa produce un enzima che cattura l’azoto molecolare e lo trasforma in azoto organico. Ancora una volta una simbiosi. Noi viviamo grazie a questo perché all’origine della nostra catena alimentare ci sono le piante e l’azoto organico è un elemento costituente delle proteine. Allora si può dire che i passi fondamentali nei processi evolutivi, non sono nati per competizione, ma per collaborazione. Terzo punto: la selezione naturale. L’evoluzione avviene perché sopravvive il più adatto. Cosa significa il più adatto? Si fa spesso l’esempio dell’occhio che è una struttura complessa che funziona se è completa di tutte le sue parti (cristallino, retina…). Ma se le mutazioni vanno passo per passo, non esiste una mutazione che fa comparire l’occhio improvvisamente! Da queste osservazioni nasce il concetto del disegno intelligente. C’è un progetto e un progettista; la cosa è stata fatta perché c’era un fine e funziona con un fine. Dunque esiste un ente supremo che ha progettato tutto. Questa teoria pretende di essere significativa e razionale, ma non lo è, perché vuole spiegare un fenomeno fisico invocando un principio metafisico. Tuttavia il problema esiste ed esige una risposta. Una risposta la dava Lucrezio l’epicureo che sostiene, seguendo Epicuro, che tutto ciò che esiste avviene per caso: in questo universo grandioso, infinito nel tempo e nello spazio, gli atomi si uniscono per caso e quando si uniscono danno origine a qualcosa che può funzionare o meno ( non si sono formate le gambe per correre, è perché ci sono le gambe che corriamo). Prima è venuto l’organo e poi è venuto il suo uso. Tra il finalismo aristotelico, tutto esiste per un fine, e la casualità oggettiva di Lucrezio esiste una terza via. Per illustrarla prendiamo l’esempio del formaggio di fossa. Come si è originato l’ha spiegato un pizzicagnolo di Grassina, vicino a Firenze, che si rifornisce in Romagna. I contadini romagnoli producevano formaggio e alla fine dell’anno passavano gli esattori delle tasse dello stato pontificio a riscuotere le decime. Per nasconderlo lo mettevano sotto terra (prima mutazione). Gli esattori si presentano col cane e lo trovano (seconda mutazione). Il contadino avvolge il pecorino in foglie di alloro e artemisia e i cani non lo sentono più (terza mutazione). Arriva il 1860 e con l’unita d’Italia le tasse si pagano in altro modo, ma quel formaggio piace al contadino e continua a farlo così. Secondo dopo guerra, ripresa economica, si continua a fare perché risulta vantaggioso a livello commerciale. La storia è istruttiva perché indica una cosa che Darwin cercava di chiarire fin dall’inizio: la specie evolve in una ambiente che evolve; ciò che è più adatto oggi non è detto che sia più adatto domani e viceversa. Nel sangue abbiamo l’emoglobina, molecola complessa con un atomo di ferro al centro che trasporta ossigeno nel sangue. Nelle piante c’è la clorofilla, che è una molecola simile all’emoglobina ma con un atomo di magnesio che svolge un’altra funzione, il trasferimento di elettroni nella fotosintesi. Le leguminose, infettate da Rhizobium, cominciano a sintetizzare la leg-emoglobina che contiene anch’essa ferro, ed è un enzima che cattura l’azoto molecolare e lo trasforma in azoto organico. Allora, visto che compito della scienza è di trovare la strada più parsimoniosa, dobbiamo pensare che questa strada estremamente complessa, di costruire una molecola così fatta, sia successa tre volte in modo uguale per rispondere a tre cose diverse o è più semplice pensare che quella molecola si sia evoluta una volta per qualche scopo e poi in diverse situazioni è stata utilizzata? Noi utilizziamo nell’evoluzione i pezzi che abbiamo. La natura funziona così. Darwin suggeriva questo, non affidiamo tutto al caso, l’occhio può essere l’utilizzo di un organo che all’inizio aveva un’altra funzione, come il formaggio. L’evoluzione quindi, alla luce di questo, non ha una direzione, un fine, non ha uno scopo , non esiste dire che uno è più evoluto o uno è meno voluto. Darwin non ha mai usato la parola evoluzione, lui parlava di “discendenza con modifiche” e a seconda dell'ambiente e dei casi questa discendenza risulta più adatta a una situazione o all’altra. Ciò che oggi è adatto, domani non è adatto e dopodomani è adatto per qualcos’altro. Darwin ci ha insegnato che la natura non si adatta ai nostri schemi; i lavori di Darwin sono pieni di osservazioni in cui lui annota scrupolosamente tutte le osservazioni che corroborano, ma anche che non corroborano le sue attese. Quindi, come Shakespeare fa dire ad Amleto, si può ben affermare che “ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante non ne spieghi la tua filosofia”. Dobbiamo cercare di capire le cose ma, non dobbiamo mettere una gabbia che racchiuda il tutto perché non ci si riesce. Clero e nobiltà (diritto divino) erano contro l’evoluzione, erano fissisti. La borghesia è evoluzionista perché cerca competizione. Il concetto per cui il forte combatte il debole che soccombe è stato alla nascita del darwinismo sociale e nazista. Ancora oggi, questa società che divinizza la competizione fa una lettura forzata di queste teoria dell’evoluzione per cui tutto è competizione. Ma non dobbiamo leggere la natura forzandola per rispondere a quello di cui abbiamo bisogno, e farle dire quello che vogliamo per sostenere le nostre attese e i nostri pregiudizi. La scienza non cerca la verità, ma spiegazioni razionali e non è destinata a capire tutto il mondo; ti fa fare un passo e ti fa capire che c’è un percorso senza fine. E ora le domande: Ne judo si parla molto di collaborazione, è uno dei sui valori fondanti, e spesso, nella società attuale pecchiamo in questo senso. Se l’evoluzione va avanti per collaborazione e l’intera società umana è basata sulla competizione, allora siamo di fronte ad un buco nero. Ci sono speranze per noi? L’evoluzionismo racconta il passato ma non racconta il futuro, è una disciplina storica. Sono pessimista per la specie umana perché la cooperazione è fondamentale. Dimenticare questa dimensione è un guaio. Il judo, se è portatore di certi valori, non deve dismettersi o adattarsi. Il judo è come il pecorino di fossa, vale per quello che è, non deve adattarsi a quello che c’è. C’è una teoria evolutiva affascinante, la teoria dell’evoluzione discontinua, per salti. Ci sono catastrofi nel corso della storia del pianeta. Improvvisamente scompaiono un gran numero di specie. La lettura possibile è che lo spazio viene occupato sempre più fino ad un punto di collasso, scompaiono tante specie contemporaneamente, ma poi, improvvisamente, lo spazio viene occupato da nuove specie. E queste specie che in precedenza erano limitate a spazi marginali, vivevano in piccoli spazi, quando si libera l’ecosistema, senza competizione, con massima possibilità perché c’è massimo spazio, si riappropriano degli spazi. Se questa lettura è vera, significa che la potenzialità dell’evoluzione non sta nella competizione ma nella sopravvivenza di piccole specie che stanno a margine, ma mantengono viva la fiaccola. Mai avere paura se si è in minoranza. Emilio del Giudice, il padre della fisica quantistica italiana, diceva che in natura la collaborazione è fondamentale, mentre a noi è passata solo l’immagine della sopravvivenza del più forte. Sperare che il judo sia una risoluzione, siccome la speranza è una categoria cristiana, ci lascia in attesa, ma a noi piace l’idea dell’azione, stiamo al margine, organizziamo e appena c’è uno spazio occupiamo. Sì, cerchiamo di fare quello che si può, speriamo di essere capaci, non cerchiamo di adattarci e di andare dietro al mercato. Esistiamo, manteniamo vivo un pensiero e una tradizione. I valori sono quelli per cui vale la pena di vivere. Meglio essere in minoranza e avere la coscienza di fare il meglio che si può che accodarsi ad una maggioranza in cui non si crede. Venendo da una infanzia impregnata di cultura contadina, in cui il contatto stretto con la terra trasmetteva dei valori e dei ritmi alla vita, e osservando che oggi l’uomo spesso si pone al di fuori della natura le chiedo se l’osservazione dei cicli della natura può essere uno sfondo di riferimento per l’uomo, Ha ancora un senso oggi? E’ il senso, più che un senso. Abbiamo un rapporto difficile con la natura, è un rapporto antico, da quando siamo diventati una civiltà cittadina. I primi versi di Dante ne sono testimoni, di quanto sia diffidente l’uomo di città che rifugge alla selva selvaggia. Nell’evoluzione sociale ha prevalso la visione cittadina, quella contadina è rimasta schiacciata. Ma l’unico ritorno è quello, lì c’è linfa, non nel chiuso della città. Lì c’è ancora vita, la sorgente di vita è lì. Questo ci riporta al dualismo tra mente e corpo, la città ha tanta mente e poco corpo. Manca il contatto con la terra. L’uomo è completamente distaccato dalla natura, dalla madre terra. La separazione tra mente e corpo risale al cristianesimo, molto anticamente, un dualismo che è diventato fondamentale, fa parte della società occidentale, mediterranea, (Atene e Gerusalemme) che poi è diventata la cultura occidentale. In culture diverse questa separazione non c’è. L’occidente ha radice tutta ad Atene e Gerusalemme. Ci si può riuscire a ritornare all’unificazione di mente e corpo? A insegnare ai nostri bambini a tornare a questo? Siamo arrivati a riempire lo spazio, la nostra società sta lavorando per l’estinzione. Questo tipo di sviluppo sta facendo il pieno. Al mondo ci sono sacche di marginalità diverse che non corrispondono a questo modello occidentale, c’è molta umanità in alcuni luoghi marginali, che ha ancora valori diversi. Non tutto il mondo è appiattito. C’è molta più complessità. Le novità non verranno dalle metropoli del nord del mondo, ma dal sud del Mondo, le novità verranno da lì. Non possiamo presumere che la nostra azione abbia grandi effetti sul pianeta, ma ognuno cerchi di insistere sul proprio ecosistema, bisogna aver la coscienza di aver fatto quel che si può. Ogni singola persona che si porta a ragionare in questo modo di compassione, comprensione reciproca, è un qualcosa di importante; si lascia il proprio ambiente migliore di quello che è. Noi dobbiamo spargere luce vicino, abbiamo una candela e dobbiamo illuminare dove possiamo. Dobbiamo diffondere conoscenza che significa consapevolezza, la capacità di controbattere certe idee, come quella della competizione e della sopravvivenza del più adatto che è solo ideologia. Combattere le ideologie. Diffondere il senso di fratellanza, facciamo parte di un sistema e andiamo avanti se tutto il sistema va avanti. Prof, che cos’è per lei un maestro? Un maestro, dovrebbe avere sempre voglia di imparare e non pensare di essere un maestro e deve voler bene alle persone, le deve amare. Curiosità e amore per gli altri. Non occorre saper tutte le risposte, occorre saper tutte le domande. Esistono ancora le avanguardie? Nell’arte nella pittura una generazione rompe il passo rispetto a quella precedente e stabiliscono nuovi gusti nuove tendenze. C’è ancora differenziazione tra le generazioni? Come mai c’è mancanza di rottura tra le generazioni? Sembra che non ci siano avanguardie. Le rotture avvengono a distanza, con certi intervalli di tempo. L’ultima è stata nel 68, anche all’interno dei giovani, della stessa generazione. Non so se ho visto altre rotture paragonabili a quella. Ci sono altre rotture striscianti che non vanno per generazione, ma per sesso. Potrebbe stare maturando una rottura donna uomo nella nostra società. L’unica che vedo è questa, non generazionale, ma di genere.

Shibumi incontra Cadot

Salutiamo il nostro ospite, Yves Cadot, 6° dan alla soglia dei 50 anni, ricercatore presso il Centro per gli studi Giapponesi, docente presso l’Università di Tolosa e membro della Società Giapponese per lo studio del Budo. Il suo livello di competenza è tale da essere stato chiamato in Giappone ad insegnare la storia ed il pensiero del Prof. Kano. Dopo averlo seguito nelle conferenze che ha fatto in giro per l’Italia, lo accogliamo a Shibumi e lo ascoltiamo con grande emozione. La prima domanda riguarda le elezioni del nuovo Presidente della Federazione Francese, che, a sorpresa, ha sbaragliato il presidente uscente Jean Luc Rougé. “Non so se cambierà molto la situazione nei dojo (palestre), ma sicuramente cambierà in generale nell’ambiente judoistico. Molti maestri erano stanchi della situazione attuale e volevano modificarla; se non ci fosse stato un cambiamento molti di loro avrebbero lasciato la Federazione. Quindi ora non si sa cosa succederà ma almeno c’è un po’ di speranza in un miglioramento. Rougé è stato presidente per 16 anni e precedentemente direttore per 14, di fatto erano 30 anni che rappresentava la Federazione, con le stesse persone, gli stessi amici che erano nei posti chiave. Si spera ora che ci sia una vera e propria riorganizzazione della dirigenza e un cambiamento." La seconda domanda verte su una bellissima lettera che Patrick Roux (ex-campione d’Europa, tecnico sopraffino ed attualmente uno dei tecnici della nazionale più forte d’Europa, la Russia, nonché maestro di Yves) ha inviato al presidente uscente Rougé. Una lettera particolare, scritta col cuore: “E’ una bella lettera, sorprendente. Perché Patrick ha l’abitudine di mettersi all’opposizione in modo diretto, mentre in questo caso ha parlato dell’amore per il Judo ed ha cambiato angolazione, ricordando a tutti che l’importante è stare sul tatami e fare judo. Di fatto dice che l’entourage di Rougé non amava il judo di per sé, in quanto disciplina educativa ma era interessato solo al risultato agonistico del Judo; per loro, il Judo, era un prodotto da vendere, come fosse una lavatrice. Inoltre da due settimane si denunciano casi di abusi sessuali su minori: visto quindi che la giustizia entrerà nel merito, ci sarà per forza un cambiamento del modo di agire della Federazione. Non si può parlare di educazione e poi abusare di ragazzine. Ora il Judo francese è in una situazione di crisi totale, ha delle cose terribili e cose positive, vedremo se cambierà." A questo punto non possiamo non osservare che queste cose sono accadute, purtroppo, anche in Italia e con amarezza non sembra che nel nostro paese i dirigenti abbiano agito meglio. Quello che si contesta in Francia, come in Italia, è di avere tenuto occultate certe notizie, come se questo comportamento non fosse dissimile da quello del violentatore che conta soprattutto sull’omertà e sulla paura che la vittima ha anche solo di chiedere aiuto. Ma questo rientra in un discorso più ampio che riguarda un misto tra sessismo, maschilismo e misoginia, e confidiamo che la magistratura francese farà il suo corso. L’ospite viene incalzato, da dove viene questa crisi del judo? “Ci siamo dimenticati due cose: il progetto iniziale del Judo che invece sta venendo fuori in altri sport, lo sviluppo cioè di valori morali. Allo stesso modo i maestri di Judo dicono la stessa cosa, ma lo fanno paragonandosi ad insegnanti di altri sport, quando invece è il contrario. Ci si dimentica che il Judo è stato creato per rendere l’uomo autonomo e utile alla società: il Judo è fatto per far acquisire valori. Il Judo è un progetto di vita, non un progetto per muovere il corpo e fare allenamento. Secondo me in Francia molti maestri lo hanno dimenticato. Di fatto quando un judoista smette di fare gare, i maestri non sanno più cosa proporre alla persona per fare judo, un po’ di ginnastica o difesa personale, ma non più judo. Non c’è più passione perché non è più compreso il vero scopo della pratica, i maestri non capiscono più qual è il messaggio principale e iniziano ad avere paura di tutto ciò che vi è “al di fuori”. A volte si dice di fare attenzione al MMA o Krav Maga perché sono pericolosi, ma di fatto lo dicono perché temono che essi siano in concorrenza con il judo, non capiscono che il problema è come ci si pone di fronte alle cose. Non è un problema se la gente ha voglia di fare Krav Maga o MMA, se noi facciamo judo bene, poco importa cosa fanno gli altri, a noi importa fare un buon judo che ci insegni a stare dritti, con una bella postura ecc… Attraverso il judo impariamo ad entrare in contatto ed in relazione con l’altro, il judo ha uno scopo totalmente diverso dalle altre arti marziali di combattimento. C’è un altro problema in Francia, cioè non si fa più tanto randori, non c’è più abbastanza pratica. La finalizzazione di tutto all’agonismo ha corrotto il metodo di allenamento, solo botte per rinforzarsi e vincere le gare." Yves, in che senso non si fa più randori? "Innanzitutto per prima cosa nei club si fa poco randori, magari solo 3/4 cambi a fine corso, poi di solito non è randori ma shiai, quindi di fatto quando si inizia a diventare anziani non si può più confrontarsi con i più giovani, cosa che si dovrebbe poter fare invece, ma che non è più possibile a livello fisico. Inoltre, quando succede questo, il Judo diventa poco efficace, si perde il concetto di lancio ed il modo di proiettare è solo un tirare giù. Si può comunque fare Judo parlandone (“da intellettuali”) però se si perde la pratica si perde tutto, il messaggio cade senza l’esempio e non colpisce più." Rispetto a questa situazione che mi sembra comune in Francia come in Italia, che proposte faresti per cambiare? "Secondo me il miglior modo è avere dei bravi judoisti che danno un buon esempio. Non so se conoscete Frederic Dambach o Yves Glotin; quando hai queste persone che alla loro età fanno un judo molto bello ed efficace, molto tecnico e senza forza, fai randori con loro, stai bene ed hai piacere, allora tramite questa esperienza puoi convincere la gente. Non puoi dire ad un ragazzo che si allena per fare i campionati nazionali francesi o mondiali che non fa bene quello che sta facendo senza dare un esempio. Di fatto bisogna convincere la gente sul tatami dandogli un modo di fare differente." In Francia c’è un gruppo di persone che tratta questi temi? Che prendono in considerazione modelli differenti? "Sì certo, ci sono per esempio gli stage come quello di Montpellier, dove le persone che partecipano sono più o meno su questa lunghezza d’onda e c’è anche un’associazione che si chiama www.stagejudo.org oppure Stage Judo-Home (Fb), dove sono stati linkati dei dojo che appoggiano questa idea, in modo che se uno si muove in Francia per lavoro o studio e vuole fare Judo, sa che queste palestre portano avanti il judo in questo modo. Ovviamente è una cosa che avviene fuori dall’egida della federazione francese ma noi cerchiamo sempre di sensibilizzare tutti a questo tipo di visione. La federazione è molto centralizzata con ramificazioni in 15 regioni diverse che si chiamano leghe; per esempio io sono nella lega della mia regione e dall’interno provo a cambiare qualche cosa. Molti anni fa c’erano dei gruppi di Judo tradizionale (Michigami ed Ichiro Abe) però di fatto tutti gli allievi hanno smesso di fare Judo dicendo che il Judo è morto e perso. Secondo me invece, c’è bisogno di gente che abbia voglia di perseguire la causa e che combatta sia dall’interno che dall’esterno della Federazione." Qualcuno chiede perché hanno smesso di fare judo “Finché erano in vita Michigami ed Abe, essi erano al di fuori della Federazione ed erano molto forti e carismatici, quindi nessuno diceva niente; contemporaneamente la Federazione ha messo dei dojo in tutte le cittadine francesi. Michigami ed Abe hanno formato circa 10/15 allievi reali, quindi quando uno è morto e l’altro è tornato in Giappone, si sono trovati pochi allievi contro 15.000 società ed era impossibile continuare a perpetuare il messaggio. Soprattutto perché molti dei loro allievi non erano professionisti o grandi atleti, ma notai o avvocati o gente che comunque aveva un altro lavoro. Di fatto era una battaglia contro i mulini a vento." Chi segue da anni Maestri come Katanishi per una scelta metodologica, cercando di organizzare stage di respiro internazionale, ha dovuto ridimensionarli a stage nazionali, fino a farli diventare amicali (gli amici del Maestro K.) perché sostanzialmente queste iniziative non hanno suscitato interesse. Un disinteresse che coinvolge anche tutti quei discorsi retorici sulla qualità della formazione e sull’educazione del judo che poi sul piano pratico non interessano che ad una minoranza. Cosa pensi di ciò? "Il problema è che di fatto se tu hai dei ragazzi giovani che vogliono fare gare e diventare forti, devi mandarli in uno stage da gente specializzata che fa quel tipo di lavoro. Magari i miei una volta li porto ad uno stage di Katanishi, ma poi nel bilancio dell’anno comunque dovrò portarli a stage della Federazione, oppure i miei allievi li mando là ed io vado agli stage che interessano a me e mi fanno crescere come insegnante. Per questo a mio parere è importante combattere all’interno della Federazione. Così facendo si può creare una linea di pensiero che dica sì, anche questi stage sono interessanti, bisogna andarci, con partecipazione attiva della Federazione stessa. Se ci si divide si perde e si prendono due strade totalmente diverse, non si crea dialogo e non si fa niente insieme. D’altra parte bisogna ritrovare la speranza nel Judo e nel progetto che il Judo propone. Bisogna avere soprattutto fiducia nei ragazzi poiché molti vogliono diventare campioni ma non tutti: c’è anche chi è interessato a diventare una persona sicura di sé e che punta ad una crescita personale. Può esistere un judo che non è fatto solo di muscolazione e shiai." Ma da cosa dipende questa deriva del judo, qual é la causa scatenante? "Secondo me è iniziato tutto dall’introduzione del koka (piccolo vantaggio) e dello shido (ammonizione). Cioè dall’idea che si poteva vincere senza proiettare l’avversario, ma facendolo richiamare per scarsa combattività o segnando un piccolo vantaggio. Se per vincere puoi fare solo ippon devi rimboccarti le maniche e fare molto judo." Quindi per un problema di arbitraggio? "Sì, dal momento che si inizia a poter vincere senza far cadere l’avversario. Di fatto si introduce un pensiero deviato, si induce a potenziare la difesa, a far prendere shido all’altro, a fare un piccolo punto e vincere con strategia." In Giappone si parla ancora di Judo Renaissance? (un programma per una salvaguardia dell’aspetto morale del judo). "No, non se ne parla più. Al suo posto è venuto fuori il Judo Mind Project (M.I.N.D. acronimo: Manner-modo di fare, Independence-indipendenza, Nobility-nobiltà, Dignity-dignità). Anch’esso per ricordare gli insegnamenti del suo fondatore Kano Shihan. Attualmente il judo è migliorato, dal 2012 è tornato ad essere più dinamico, gli atleti vincono molto di più in gara e riescono ad avere un grande successo. Far judo è diventato più piacevole per gli stessi giapponesi (un tempo era più legato al senso del dovere). Comunque sono scettico su questi progetti: perché mutuare significati da altre culture? Nel judo di Kano c’è già tutto, forse hanno dimenticato le loro radici?" La Federazione Francese utilizza la tua approfondita conoscenza del pensiero di Kano? Fai i corsi agli alti gradi? "Spesso faccio delle conferenze, soprattutto agli alti gradi, ma non nel dojo, in una sala conferenza, di fatto è quello che chiamano aspetto di cultura generale, non approfondiamo il pensiero di Kano. Nel dipartimento invece (Lega) sono responsabile della formazione dei maestri ma di fatto anche qui si tratta di un’azione di marketing perché all’esame finale, che è nazionale, non viene richiesta la mia materia. Posso influire molto poco nella loro formazione." Che cosa fai durante questo lockdown? Anche in Francia i dojo sono chiusi? "Faccio corsi su Zoom per gli studenti. Nel primo lockdown facevo una traduzione al giorno di Jigoro Kano. Ci sono molti dojo che sono in strutture municipali e pubbliche, quindi per forza sono bloccati. Nei dojo privati invece ci puoi andare, ma di fatto non potresti spostarti (come da noi in Italia) ti puoi muovere solo per motivi di salute o per necessità e oltre 1 km non puoi spostarti per più di un’ora. In Francia solo gli atleti di livello e interesse nazionale possono allenarsi. Se sei un maestro di judo invece puoi dire che devi “mantenere” il tuo livello tecnico per lavoro, quindi puoi usarlo come espediente per praticare." Non pensi Yves che la crisi che sta attraversando il judo sia la crisi di tutta la nostra società? "Certamente, ma proprio per questo ci vuole qualcosa di stabile. Per questo bisogna andare verso il recupero del pensiero educativo del fondatore Kano Shihan. Una cosa che mi ha molto segnato negli ultimi anni, è che la Francia è il paese dei diritti dell’uomo, me lo hanno insegnato sin da quando ero piccolo. Quando c’è stata la crisi con l’immigrazione, la Francia ha detto “chiudo tutto”. Come si può essere credibili quando si hanno valori solo in assenza di problemi? I valori hanno peso ed importanza nel momento in cui esiste il problema, è in quel momento che si vede la coerenza. E’ la stessa cosa per il judo, la società non funziona, quindi il Judo ancora di più deve rimanere saldo al suo interno e trovare i valori di crescita e di sviluppo della comunità judoistica. Il judo fisico, atletico e competitivo non è per tutti, ma la sua pratica sì; il randori può essere fatto a qualsiasi età, Jaques Seguin (è uno dei maestri più famosi di Francia, ha compiuto da poco 79 anni) fa randori tutte le sere, con persone attente naturalmente, buoni judoisti, è lì che il judo ritrova il maggior senso. Se togliamo la pratica costante dal judo, esso diventa una teoria non più interessante di altre." Il nostro blog si chiama Shibumi, abbiamo conosciuto questo termine giapponese dalla lettura del bellissimo romanzo omonimo di Trevanian. Come tradurresti la parola shibumi? "La traduzione letterale è “il gusto amaro”. Il secondo significato è “un fascino calmo e profondo che non si vede” un “gusto poco appariscente ma calmo e profondo”." Con questo ultima domanda lasciamo il nostro ospite pieni di riconoscenza per le cose che ci ha regalato. Domo arigato gozaimasu Cadot Sensei, one gaeshi masu, à bientot sur le tatami!

Sotto le vele del Judo

“Cerco di fare una piramide, raggiunto un obiettivo, vado più su…” Si è presentato cauto, serio, giustamente sospettoso e al contempo curioso di capire chi avesse davanti, quasi abbottonato. Poi lentamente si è sciolto, aspettando l’intervento di ognuno di noi, alcuni dei quali non conosceva, e solo allora ha capito di essere tra amici, che cercavano di carpire da lui suggerimenti ed esperienze che potessero essere utili al loro agire. Così, dopo aver aspettato e capito se valesse la pena, se fosse tempo utile quello che passava con noi, utile a noi e a lui, perché è uomo del fare, Gianni Maddaloni ci ha regalato se stesso. “Sono contento che mi abbiate invitato, perché sono sempre aperto al confronto, mi piace capire e arricchire le mie esperienze perché quando uno è nato per dare e per fare, lo dice il judo, insieme si migliora” Così ci racconta della sua attività in tempo di Covid, tempo in cui più che mai è necessaria l’azione, nell’aiutare la gente della sua Scampia e i ragazzi che vogliono praticare, perché “quando togli il judo ai ragazzi, gli togli la vita”. La sua giornata, e quella di sua moglie e dei volontari del servizio civile che li aiutano, comincia alle 8 del mattino con la preparazione del cibo che, con l’aiuto della Caritas locale, viene distribuito alle persone delle Vele. Poi si va in palestra, dalle 10 alle 12, con gli agonisti. E poi di nuovo alle 16:30 ci si trova per organizzare il lavoro del giorno dopo e dalle 17:30 alle 20:30 di nuovo sul tatami. Tutti i giorni tranne uno di recupero. E’ questa la vita di Gianni Maddaloni oggi, sempre più dedita al sociale, ai detenuti, ai bambini del quartiere e agli anziani, e sempre più vuole esserlo nel futuro, sacrificando l’attività agonistica, affidandola ad altri tecnici che collaborano con lui. “Cerco di fare una piramide, raggiunto un obiettivo, vado più su. Lo scopo è fare del bene, a questi bambini che trattiamo come dei figli, e anche se le delusioni ci sono, continuiamo a fare. Sto a 528 detenuti presi in affido dai servizi sociali dal 2008. Lo faccio perché ho esperienza di periferia, esperienza di vita vissuta” Certo Gianni sogna ancora le Olimpiadi, c’è già arrivato tre volte, a Sidney, Pechino e Londra, ma poi oggi c’è la questione del cibo e quindi il suo sogno si è allargato, verso la realizzazione di una Cittadella dello Sport, dove poter dar lavoro ai ragazzi della zona e opportunità ai bambini e ai ragazzi e di un Banco Alimentare fisso, che possa distribuire cibo tutti i giorni ai bisognosi di Scampia, oggi più che mai . “Io ho una patologia, che è di pensare agli altri prima di pensare a me, e credo che tanti maestri di judo ce l’abbiano, non solo io” “C’è gente che usa il judo, noi ci facciamo usare dal judo. Il judo parla di questo” A Scampia il 10% dei giovani che frequentano la palestra sono figli di detenuti e ragazzi con situazioni problematiche e spesso tra loro esce il campione, il motivato, il talentuoso, proprio perché vedono nel judo un’opportunità di riscatto e vi si dedicano anima e corpo. Iniziano da piccoli, prima giocando, poi dagli 8 ai 10 anni iniziando il lavoro tecnico, lo studio della posizione, di renraku, gaeshi, kumi kata. Dai 13 ai 16 anni su 20, 25 cinture marroni si distinguono 7/8 campioni che arrivano alle finali. Questi risultati si ottengono principalmente attraverso l’educazione a vivere in gruppo e attraverso l’azione attenta del maestro che, come un genitore, sa dosare severità e gentilezza ottenendo stima, rispetto e concentrazione. La stessa stima e lo stesso rispetto che Gianni si è guadagnato e ha dimostrato nei confronti degli altri tecnici, durante le gare. “Io ho amici pugliesi, siciliani, lombardi e la politica vorrebbe dividerci, ma noi siamo uniti, perché sono tantissimi anni che viviamo quell’emozione che ci dà il judo. La gara è un attimo, ma sulla materassina io mi sento bene, perché il tatami è energia. E dobbiamo rimanere uniti” “Per noi prendere ippon significa imparare a vincere, voler imparare a vincere, l’ippon è un’occasione di crescita” L’obiettivo sportivo per Gianni è secondario allo sviluppo dell’essere umano; il primo obiettivo è infatti di dare dei valori ai ragazzi come sono stati dati a noi dai nostri maestri. I bambini in palestra sono come dei figli putativi affidati da madri e padri che lavorano o che non possono essere presenti. “Il judo è un’arte, si può vivere di judo, ma bisogna formare i ragazzi ai principi del judo, non solo tecnici, ma anche morali” Principi che Gianni ha ricevuto dai suoi genitori, che per primi, grazie alla loro fermezza, lo hanno tenuto lontano dalla strada; dal suo maestro, Enrico Bubani, che lo ha accolto a 18 anni come un padre, dopo due anni da quando aveva perso il suo, e all’Università di Napoli in cui ha avuto la fortuna di lavorare e che lo ha immerso in una cultura diversa da quella in cui era cresciuto. L’esperienza gli ha insegnato e dall’esperienza continua a trarre ispirazione prendendo esempio dai migliori. Ha sempre cercato idee ed esempi, frequentando molte palestre, prendendo appunti, riprendendo con la telecamera e analizzando i filmati. E ancora oggi grazie ai media, guarda video e ruba idee. “Come si fa a non rubare? Ricordo il maestro Barioli, i suoi occhi, la sua postura, metodico, preciso, corretto. E dove vedevo che stava lui andavo. Dove stavano i Vismara andavo io perché loro combattevano bene a terra, mi affascina il loro ne waza.” E queste idee rubate lo hanno portato alle Olimpiadi, nel 2000, e la vittoria del figlio Pino gli ha regalato la possibilità di aprire una grande palestra, che lui ha voluto sotto le Vele. Perché lì c’era bisogno e questo il judo gli ha insegnato soprattutto: andare dove c’è bisogno. “Io sono come tu mi vedi, di 10 miei amici d’infanzia di Scampia, 8 sono metà al cimitero e metà al 41 bis. Io so come loro la pensano, so cosa li fa grandi e cosa li fa piccoli. Li devi accarezzare, devi prendere i figli e soprattutto la complicità delle donne, perché loro sono quelle che possono ingannare il marito, ma non il figlio. Li conosco perché ci sono stato non dentro, ma di fianco, vicino, e non li lascio. Perché credo che più della metà di loro, con le opportunità, possano cambiare”. Il sogno di Gianni è di dare opportunità di lavoro ai suoi ragazzi. Da trent’anni tante fabbriche hanno chiuso e il lavoro è venuto meno lasciando terreno fertile alla Camorra, che Gianni definisce “l’espressione del sistema, quello reale” . Dare opportunità attraverso la Cittadella dello sport e aumentando le scuole ad indirizzo sportivo, formando tecnici ed insegnanti che possano trovare nello sport uno sbocco lavorativo. “Bisogna mettere insieme le buone persone, quando ci si trova con un gruppo, prima si è in 5, poi in 10, poi in 20 e non bisogna stravolgere il mondo, ma fare quello che si sa fare e farlo bene e così cambiano le cose! Ci mettiamo insieme e facciamo del bene e possiamo arrivare ovunque, ma bisogna fare più che parlare. Meglio essere un grande Re in un piccolo regno, che un grande stronzo davanti a Cristo”. Questo è l’augurio e la speranza del maestro Gianni Maddaloni e non possiamo che accoglierla e farla nostra augurando a lui e a tutti noi di vedere realizzati questi sogni! Grazie Gianni e a presto, sul tatami!

Furiko tomoe nage san

E’ trascorso un anno da quel giorno, non si è più fatto molto judo da allora, nessuno lo avrebbe potuto immaginare ma qualcosa avrebbe cambiato il mondo.. Ci sono persone che incontri che ti lasciano un ricordo per sempre. Non so da cosa dipenda, non conosco l’alchimia che caratterizza questi incontri ma sento che c’è un passaggio di “cose”, piccoli “significanti” di cui non so dire il nome. Così è accaduto con Katsuhiko Kashiwazaki, classe 1951, medaglia d’argento nei 63 kg ai Mondiali di Vienna del ‘75 e oro nei 65 kg in quelli a Maastricht dell’81, 7 volte medagliato in tornei internazionali (come Kano Cup e Torneo di Parigi) e per 7 anni medaglia ai Campionati giapponesi. Kashiwazaki Sensei è stato chiamato dal Maestro Corrado Croceri, tecnico molto conosciuto e pluricampione italiano, suo amico da circa 40 anni. Lo stage si è svolto nei gg 19 e 20 dicembre a Corridonia per festeggiare i 45 anni del Dojo Kenshiro Abbe Gruppo Marche. Assieme al Maestro sono stati ospitati una decina di judoisti universitari giapponesi di Tokyo, alcuni molto forti a terra perché frequentatori del Kosen judo. Arriva presto al palazzetto con moglie e allievi, saluta tutti cordialmente, è sorridente e per nulla dimostra i suoi 68 anni, visto i capelli neri e la pelle pressoché priva di rughe, come molti giapponesi. Ci cambiamo poco dopo, ha un fisico asciutto, longilineo, dita lunghe e affusolate, potrebbe essere un musicista, lo accompagna nella traduzione il Maestro Piercarlo Cappelli, famoso maestro di Torino che parla un giapponese fluente. Kashiwazaki Sensei, parla sottovoce, è simpatico e sa come trattare con gli europei, ha lavorato da giovane con le nazionali d’Inghilterra, Canada e Germania e in molti stage in tutta Europa. Scherza, dice che il suo judo è datato (i Maestri Cappelli e Croceri sorridono), non è più attuale. A sedici anni si è rotto il gomito e negli anni seguenti è stato operato tre volte, il suo tiro preferito era seoi nage, doveva scegliere se smettere o cambiare tecnica, scelse di concentrarsi nel newaza, dopo diventerà la sua specializzazione. Successivamente comincerà a specializzarsi nei sutemi per poter rendere tutto più efficace e compatibile nelle competizioni. Dice di non essere bravo in uchimata o tecniche simili (ancora sorridono i maestri). Mostra i suoi speciali, furiko tomoe nage in più varianti (che potremmo tranquillamente chiamare il tomoe nage di Kashiwazaki, visto che nessuno mai è riuscito a riproporlo come speciale) e il suo favoloso uki waza, in cui ha un uso fondamentale della testa per avere una posizione stabile e non far vedere il gesto all’altro. E’ elegante ed efficace, gli uke vengono lanciati a svariati metri nel tomoe nage, insiste nel timing di spinta del piede e sul ruolo di uke che deve fare la giusta reazione. Quando una coppia non riesce nell’esecuzione lui interrompe, chiama un ragazzo dei suoi e chiede di riprovare, questa volta tutto riesce...segno che il judo fatto bene si fa in due. La prima lezione termina così, con una mezz’ora di randori. Il giorno dopo si inizia con ne waza, qui il Re si rimette la sua corona e non c’è più storia per nessuno. Mostra le basi della lotta a terra, veloce preciso, indica come progredire, supera le difese da soffocamento senza uno sforzo, una stilla di sudore, una smorfia di fatica. Sorride e apporta sempre nuove soluzioni, se uke fa così, io faccio cosà, se invece gira di qua io vado di là...Diventa come Garry Kasparov, i suoi arti sono i pezzi di una scacchiera e si muovono veloci e sicuri in combinazioni di attacco. In un baleno ripenso alla finale del mondiale dell’81 con Nicolae, la troppa foga messa nel tiro fa fare al rumeno un giro e mezzo atterrando di fianco, solamente yuko poi il veloce lavoro di Kashiwazaki per arrivare all’osaekomi, alcuni secondi d’immobilizzazione e Nicolae interrompe l’azione catturandogli la gamba destra, Kashiwazaki lavora per 13” per sfilare la gamba inutilmente, poi senza perdere la continuità reimposta il lavoro legando il braccio destro del rumeno e per venti secondi cerca di togliere la gamba sinistra dalla morsa di Nicolae il quale le abbraccia entrambe col sinistro. Poi il capolavoro del nipponico, il quale si trova al fianco sinistro di Nicolae con la gamba destra catturata dal rumeno in una specie di sankaku e il pantalone della gamba sinistra di Kashiwazaki controllato dal forte braccio sinistro di Nicolae. Il nipponico allora passa la mano sinistra internamente al braccio che tiene il pantalone va a fare una presa al ginocchio del pantalone destro del rumeno (qui c’è un momento di suspense perché quasi sembra che sia diretto a prendere il pantalone dall’interno, non lo può fare, sarebbe sanzionato, infatti sale di dieci centimetri e prende la stoffa più in alto), strappa la presa che gli blocca la gamba sinistra, sfila la gamba destra da quelle di Nicolae e si conquista l’oro mondiale. Pura poesia….mi ricorda Italia-Germania 4 a 3 nel ‘70 a Città del Messico, alla fine ero stanco come se avessi giocato. Durante il randori di fine lezione mi avvicino, entrambi guardiamo gli altri muoversi e, aiutato dal Maestro Cappelli, gli dico che a mio avviso lui ha rappresentato uno spartiacque nello studio del ne waza, c’è un prima e un dopo Kashiwazaki. Certo questa è la mia opinione e niente di più, ma credo che il suo modo fantasioso di lavorare a terra abbia dato una svolta alla stessa, alleggerendo il ne waza che sembra più dinamico e privo di potenza. Il suo judo è apparentemente senza forza, lui accelera il ritmo e coglie sempre il vuoto dell’altro. Lavora su piccoli particolari, lega sempre un braccio per annullare una spalla, un braccio e persino un poco l’anca dell’altro, non concede spazi e mette sempre uke in posizioni scomode dove non può fare una buona controffensiva. Lui ringrazia e mi risponde che nella sua vita di judoista iniziata a 10 anni, ha sempre sognato di “inventare“ delle tecniche di judo, dei modi di fare... bisogna dare spazio alla creatività, studiare a fondo la “forma” per poi cercare di personalizzarla e renderla più efficace possibile. “...Il ne waza è più lento della lotta in piedi, anche se non sei troppo dotato puoi ragionare e costruirti delle strategie. Essere un buon lottatore a terra può aiutarti anche nel tachi waza perché hai meno paura di cadere a terra. Ho studiato molto i sutemi per rendere più efficace quello che sapevo fare a terra e perché sono difficilmente contrattaccabili”, scrive nel libro “Fighting Judo” pubblicato con le foto di T. Donovan, un famoso fotografo inglese e c.n. di judo. Grazie Kashiwazaki Sensei, ti porterò con me nello studio del judo per la tua grande umiltà e per la bellezza del tuo talento. A.

Un viaggio fra realtà arte e tecnologia

Subito ci sconvolgono alcuni dati: Shangai che è la più grande città della Cina con più di 28 milioni di abitanti, occupa uno spazio che corrisponde a circa 9 volte la superficie di New York e la sua municipalità si estende per un territorio ampio come il Belgio. I cantieri edili presenti in quella città, prima delle Olimpiadi del 2008, erano pari ai cantieri edili dello stesso anno realizzati in tutta Europa. Sono numeri che ci colpiscono e ai quali non siamo abituati. Ma che idea si è fatto Marco dopo queste collaborazioni con i cinesi? L’organizzazione è la cosa che salta più agli occhi degli occidentali, grandi masse di lavoratori che si alternano ogni sei ore, che riescono a rifare una piazza in una notte, a costruire un grattacielo anche con masse di operai non specializzate e questo grazie, oltre alla capacità organizzativa, a una dedizione assoluta dei lavoratori, ad un ottimismo incredibile nel futuro e nella potenza della nazione. Un popolo di circa un miliardo e mezzo (quasi il 20% della popolazione mondiale) che è passato con grande rapidità da un comunismo severo ad un consumismo programmato, dalla povertà assoluta ad avere ogni anno nuovi miliardari (nel 2006 erano 13, oggi sono 373) e dell’unico paese che nel periodo del Covid 19 sta chiudendo con un pil a +4,9%. E’ trascorso molto dalla povertà degli anni 30 dove i contadini cinesi, i più grandi coltivatori del tè del mondo, non avevano neppure la possibilità di berne se non due foglie la domenica (“La buona terra” premio Pulitzer di Pearl S. Buck) o dalla Grande Rivoluzione Culturale di Mao Zedong del 1966 (dove racconta lui stesso che vivevano con un pugno di riso al giorno e di un uovo sodo al mese). In questo grandissimo senso di servizio per il proprio paese, ci sono poi compresi più di mezzo milione di “paria” cinesi, secondi e terzi figli nati fuori dal controllo delle nascite, a cui lo stato non riconosce né identità né diritti ma gestisce come forza lavoro, oppure carcerati privi di qualsiasi diritto e usati come schiavi moderni per approntare appalti a costi bassissimi in quanto la manodopera non è retribuita. Il numero di queste persone è pazzesco, quasi il doppio degli abitanti degli Stati Uniti, molto più della metà degli abitanti dell’Europa: schiavitù legalizzata! Il raccontare di Marco rimane dentro, ma va elaborato per non cadere nel banale. Abbiamo iniziato a parlare della Cina, quasi per caso, perché la sua professione lo porta a girare il mondo. Il mondo artistico, museale e non solo. Ovviamente si finisce a parlare d’arte, o meglio “su cosa è l’arte”. Anticipa subito che è una domanda a cui non è facile rispondere “… è una sensazione, uno spostamento di asse per cui lo spettatore viene mosso dall’opera, che non lo restituisce al mondo uguale come prima, ma gli fa cambiare il punto di vista e soprattutto non lo abbandona nei giorni seguenti.”Sino a diventare un concetto, un simbolo… Il discorso scivola sull’arte che è tale solo se supportata da un valore economico, sul fatto che il concetto di artista è rappresentato da una comunità che decide di riconoscerlo tale e ciò facendo gli attribuisce un valore. Dopo aver premesso che il villaggio globale sembra aver appiattito tutte le differenze generazionali per cui non ci sono più grossi contrasti di gusti tra i più e i meno giovani e che siamo tutti in una grande marmellata, la domanda che segue e che sta diventando ricorrente, è la seguente: “Esiste ancora l’avanguardia?”. Marco ci pensa un attimo poi risponde in modo particolarmente interessante. Le avanguardie come le conosciamo dall’inizio del 900, con la loro risonanza, i loro salotti culturali, sostenute da città che mostrano una voglia di rinnovamento e che si inseriscono in particolari contesti storici e culturali, appunto quelle avanguardie non ci saranno più almeno in quel modo. Oggi le avanguardie sono nelle tecnologie, potrebbero essere non più solo quelle che strutturano un linguaggio ed un gusto nuovo, ma quei piccoli gesti quotidiani che muovendosi nella rete tentano di mantenere saldo il senso critico e il pensiero originale. Piccole incursioni e scoperte giornaliere che non ci fanno prendere in modo scontato tutto quello che ci arriva come reale ma che mettono in discussione una foto oppure una notizia non prendendola per forza per vera ma andandola a verificare in modo critico e ragionato. Stiamo andando avanti nella notte quando una spia al nostro interno ci rivela un lavoro interessante che Marco ha realizzato con Studio Azzurro: i portatori di storie. La cosa nacque molti anni fa durante un workshop (seminario) per realizzare un’installazione interattiva con l’Accademia delle Belle Arti di Casablanca. Nel gruppo locale di supporto, c’era un ragazzo che proveniva dalla zona rurale della catena dell’Atlante, ai piedi del deserto e che si era trasferito nella grande città per studiare. Ma il mese di trasferimento era agosto e tutta l’università era praticamente semi deserta. Così ebbe un’idea, per orizzontarsi in una città così grande, incominciò a fermare le signore per strada o nei mercati chiedendo dove potesse andare per comprare il pane più buono o altre cose del genere. Raccoglieva i fogliettini con le indicazioni o le mappe fatte dalle persone che fermava e che disegnavano sulla carta come raggiungere quei luoghi. Fece ingrandire quei biglietti con stampe molto grandi, cominciò a tappezzare le pareti di un’aula e fece un reportage fotografico del tutto, dopodiché ripulì le pareti dell’aula. L’idea fu colta al volo, incominciarono a fare interviste alle persone che si rendevano disponibili, una volta spiegato il progetto e a raccontare un po’ la loro storia, quando si era creata un poco di confidenza chiedevano di indicargli la parte secondo loro più interessante della città. Li facevano camminare per una passerella lunga 14 metri e li riprendevano con una telecamera che li seguiva di fianco. Il genere delle persone era vario, dal notaio al barbone, dall’operaio al commerciante, come in uno spaccato sociologico. Presentarono il lavoro ad una galleria d’arte e la mostra ottenne un grande successo. Si poteva accedere a questa grande galleria che aveva proiettato su una parete di 14 mq tutta una serie di persone che camminavano in varie direzioni, tramite sensori di movimento indicando con una mano si apriva un focus di indagine sulla persona indicata e questa raccontava brevemente una parte della città a cui era molto affezionata. L’operazione si chiamava Sensitive city (https://www.studioazzurro.com/opere/sensitive-city/). Questo modo di conoscere una città attraverso l’esperienza della gente fu ripetuto in molti posti e con differenti temi, da una tribù di indiani di Santa Fe (New Mexico) a città come Matera, Chioggia e Lucca. Dal Cile all’Europa sino alla realizzazione di una operazione artistica dal nome Mediterraneo, dove artigiani di tutti i paesi che si affacciano su quel mare illustravano i lavori storici che stavano scomparendo. La discussione continua fino a tardi passando per vari temi, dallo sviluppo dell’arte al potenziamento di questa come valore esportabile e come strategia di espansione e di colonizzazione, come l’esperienza della Pop Art o del cinema americano che di fatto hanno colonizzato il resto del mondo creando uno stile di espressione e un indotto pazzesco. Di come l’America riesce a creare lavoro e turismo culturale con niente e noi fatichiamo a dare anche solo visibilità a ciò che facciamo. Per esempio ho scoperto quanto siamo famosi nel mondo per esperimenti e progetti di Fisica e quanto poco siamo capaci di creare ricchezza da questo, mentre noi usiamo le teche e i poster per illustrare gli esperimenti, gli altri paesi costruiscono parchi avventura tematici sulla scienza con il virtuale. Non faccio fatica a credergli perché subito mi affiora il ricordo della visita fatta molti anni fa al museo di Cremona degli Stradivari. C’era una sala, nemmeno tanto grande, con i più famosi violini del mondo e per sentirne il suono bisognava chiamare un addetto che accendeva un radioregistratore portatile di pessima qualità, mentre a casa io avevo appena comprato un impianto Bose (...disarmante il confronto!). Un esempio recente è l’M9, il museo del 900 a Mestre costato 80 milioni di euro e, definito dal Gazzettino di Venezia come il più grande flop museale italiano perché la gente non si ferma a visitarlo ma preferisce andare a vedere Venezia. Costruito per le scuole ma disertato dalle stesse perché non si è capaci di costruire un circuito virtuoso. E’ il museo più tecnologico d’Europa con 250 poltrone con l’oculus per la realtà virtuale. E’ notte fonda, salutiamo Marco Barsottini, con un po’ di amaro in bocca per le ultime constatazioni, ma felici per la serata che ci ha regalato e per la sua grande disponibilità. Buona notte Marco...a presto! Marco Barsottini, parmigiano di nascita e milanese di adozione, è un professionista che studia il rapporto tra arte e nuove tecnologie, la video comunicazione. Ha collaborato con Studio Azzurro. Ha fondato poi, con altri soci, studio CamerAnebbia (www.cameranebbia.com) il cui sito raccomandiamo di visitare.