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A presto sul tatami!

Il Maestro Hiroshi Katanishi, non ha certo bisogno di presentazioni, parlare con lui dà un grande piacere, per la sua intelligenza acuta, la sua esperienza e visione di vita. Ciò che siamo passa dall’educazione e dalle esperienze che abbiamo avuto, per noi parlano le scuole che abbiamo fatto, i libri che abbiamo letto, i maestri che abbiamo incontrato. Per questo motivo l’idea di parlare con un grande esperto ci elettrizzava, Shibumi e Katanishi, via internet, noi e il judo pensato, ragionato ed immaginato. Ci accoglie sorridente, con un pizzetto fatto crescere di recente, dalla splendida baita costruita sulle Alpi Svizzere, il tetto dell’Europa. Le prime battute sono di cortesia, lo ringraziamo di aver accettato di chiacchierare con noi, non è un’intervista formale, alcuni di noi lo conoscono e lo seguono con piacere quando viene in Italia. La prima domanda parte dall’osservazione di quanto la sua metodologia analitica si sposi perfettamente con la psicologia degli europei, risultando così estremamente chiara e fruibile dalla maggior parte degli allievi. La risposta è molto interessante: “Ero un judoka curioso e volenteroso, ma non ho mai desiderato diventare un campione. In palestra c’erano judoisti più forti di me e siccome quando c’è un problema bisogna trovare una soluzione, spesso chiedevo ai miei insegnanti spiegazioni sulla tecnica e sulla didattica. Quando venni in Europa mi accorsi che i bambini non erano poi così differenti da quelli giapponesi. Il mio maestro diceva che se hai una classe di 10 ragazzi e solo 2 capiscono, allora c’è qualcosa che non va, forse devi cambiare modo di parlare e spiegare. Se per esempio spiego che mae mawari sabaki significa girarsi e i ragazzi non capiscono, allora gli dico di guardare un muro e poi il muro dal lato opposto. Se spiego hikite non basta dire di tirare in alto ma è consigliabile far loro girare la testa per rivolgere lo sguardo verso la direzione dello squilibrio. Bisogna sempre cambiare le parole per adattarsi meglio ai judoisti che si hanno davanti. In più c’è un grande lavoro per cercare di rendere la tecnica facile e comprensibile”. (Attenzione facile e semplice non sono sinonimi, anzi non è affatto semplice rendere una cosa facile, c’è bisogno di molto studio e di uno smontaggio della tecnica in pezzetti facilmente ripetibili). Gli cito una considerazione che gli ho sentito fare durante una lezione e che mi ha molto colpito. Diceva il maestro Katanishi che nella vita normale le persone quando fanno delle cose spesso usano con intelligenza il corpo e riescono a capire come ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo, ma nel contesto judoistico questo spesso non accade e ci si ostina a fare sforzi irragionevoli. Il maestro sorride e annuisce. Dice: “l’uomo è pigro per natura, tende a trovare sempre il modo più economico per fare meno fatica possibile, una volta scoperto però si accontenta di ciò che ha trovato senza chiedersi se ci sono sistemi ancora più funzionali. In quel momento bisogna intervenire e spronarlo perché cerchi ancora nuovi e migliori accorgimenti. A volte invece è importante continuare a fargli fare quello di buono che stanno compiendo, soprattutto con i ragazzi, perché altrimenti si scoraggiano. Mai spiegare tutto e subito perché altrimenti si arriva ad un punto di saturazione perché in testa è tutto chiaro ma il corpo non riesce a stare dietro e si scompone tutto. Prendiamo per esempio i lavori manuali, se sono un artigiano e ho capito come fare un vaso non è detto che lo sappia fare, bisogna che il corpo impari piano piano. Il problema di una persona è il problema di tutte le persone, tutti abbiamo due gambe, due braccia, due orecchie, due occhi, i problemi che uno trova nello studio di una tecnica sono i problemi di tutti quanti, è importante che io faccia riconoscere gli aspetti più complicati perché gli allievi cerchino di superarli...e non domani, tra una settimana o un mese, ma da subito. E’ per questo che è importante parlare con il maestro e fare mondō con lui”. Mondō è uno dei quattro pilastri della metodologia di Kano Shihan: Mondō (domanda e risposta), koji (conferenza...allenamento intellettuale), kata (forma...codice), randori (controllare il disordine... libero adattamento). La domanda successiva verte sul fatto che nelle palestre in genere ci siano pochi ragazzi dai 15 ai 25 anni. Il maestro Katanishi risponde che l’insegnamento e la comunicazione devono adattarsi all’età degli allievi, quando si insegna ai bambini il judo deve essere si attrattivo ma bisogna obbligarli a seguire. Sin da bambini bisogna insegnare loro la disciplina ed il rispetto e sopratutto che sono lì per gli altri e non gli altri per loro; è questo che crea un legame di gruppo e fa diventare la palestra una famiglia. Sopratutto i giovani hanno bisogno di vedere nel gruppo di palestra un ambiente accogliente e familiare, questo è la cosa più importante, ancora più della qualità tecnica, costruire un ambiente sano dove c’è un forte legame di gruppo, dove loro sono felici di arrivare così che essi possano essere aiutati nella crescita, sopratutto in quei casi in cui la famiglia, o per il troppo lavoro o per altre situazione, è un po’ assente. Quando si arriva al judo adulto si scopre che esso non è più difficile ma è sicuramente più complesso. “Quanto è cambiata, con il passare del tempo, la sua visione del judo?” qualcuno domanda. Il maestro Hiroshi non esita e risponde: “Non è cambiata la mia visione del judo, ma non nego che il judo sia cambiato soprattutto perché è cambiato il regolamento arbitrale negli ultimi anni. Pensiamo solo alla valutazione dell’ippon, oggi è radicalmente diversa. Il paradosso è che si fanno le gare sportive e gare di kata (che è la base del judo) in cui il campione sportivo e quello di kata non condividono lo stesso concetto di lancio o proiezione (se nel nage no kata devo proiettare il mio compagno solo in un certo modo, nella gara sportiva posso farlo anche solo rotolare). Il presupposto del judo di Kano è che chi combatte accetti la caduta ma questo spesso non avviene e se gli atleti evoluti sono in grado con la loro preparazione di reggere fisicamente, ciò non è sempre vero per quelli più giovani; dovremmo essere più attenti a non esporli nell'età della crescita a troppi stress ed essere più attenti alla loro incolumità. Il judo di Jigoro Kano è un judo educativo oltre che sportivo ma sembra importante solo il secondo aspetto. Si dice che Kano lavorò intensamente per fare entrare il judo alle Olimpiadi, verissimo ma, io penso, che fece ciò per diffondere attraverso le Olimpiadi il metodo educativo, non solo quello competitivo”. La chiacchierata va ancora avanti in modo amabile e in assoluta spontaneità, ogni tanto una battuta e una risata mostrano che un’ intesa si è creata. Il Maestro dice: “se da una parte ci sono molti ragazzi che hanno mille interessi differenti e la loro disponibilità nei confronti del judo è molto limitata (è giusto che che possano fare judo due volte alla settimana senza nessun obbligo) dall’altra ci sono adolescenti che sentono il sacro fuoco per le gare di judo e dobbiamo costruire strutture capaci di farli crescere sia sul piano scolastico che in quello competitivo. Il Maestro (ora si scivola su un piano ideale) parla di scuole sportive statali che abbiano il judo all’interno della struttura e dei programmi scolastici, che vivano buone relazioni con i club di provenienza dei ragazzi e un avviamento lavorativo quando gli atleti termineranno l’attività agonistica. “Mi sembra un sogno irrealizzabile, anche se anche in Italia alcuni centri fanno un judo competitivo di ottima qualità e si trovano ad avere un gran numero di ragazzi di alto livello, ebbene tutto questo è sulle spalle delle famiglie e di insegnanti che rischiano tempo e investimenti senza mai un aiuto dal pubblico o da enti designati dallo Stato”. L’ora volge a mezzanotte quando, ringraziando, ci congediamo dal Maestro, “...a presto sul tatami!” è il nostro augurio spontaneo, ma non nascondo che dirlo, ci riserva molte preoccupazioni… “One gaeshi masu, Katanishi Sensei”… Post scriptum: Le frasi tra parentisi non sono state dette dal Maestro ma scritte per integrare le spiegazioni, spero con questo di non aver travisato o mal compreso le sue parole. Nel caso ciò accadesse chiedo perdono anticipatamente.

Judo e Teatro, con Gianluigi Gherzi.

Utile, non è mai la nostra vita, non siamo mai noi. Utile è il mondo se ricomincia a produrre, i treni e le macchine che trasportano al lavoro, il cibo da supermercato, le banche il denaro. Inutili noi, i nostri rapporti non stabili gli incontri segreti lo stupore di fronte alla bellezza i nostri spettacoli, le nostre piazze. Utile la città degli spostamenti inutili gli angoli, le panchine, le soste. Utile il motore che mai si spegne. Inutili noi dentro le case, senza più lavoro fuori né azioni da condividere. Noi, abbarbicati ai nostri pensieri inutili ai gesti minimi del contatto e della presenza alle parole preziose dentro i libri alle danze dentro i corpi chiusi. La lezione è arrivata: inutili noi. Che, oggi più che mai quello che ci fa vivere non è utile, ma superfluo, secondario, rinviabile. Utile la vostra vita utile. Non potevo iniziare a scrivere un dialogo tra Shibumi e Gianluigi Gherzi, poeta, scrittore, attore e regista teatrale, senza riportare questa sua poesia (che ci porta ai pensieri dei lockdown) tratta dal libro “A che pagina è la nostra fortuna?” Edizioni Anima Mundi. Il tema dell’incontro era quello (ardito!) di trovare delle connessioni tra judo e teatro. Gianluigi è una persona magnetica, capelli bianchi e arruffati, una voce tra il rauco e il metallico che srotola senza pause o dubbio alcuno fiumi di parole e concetti che investono, stordiscono e ubriacano. Poi si ferma, sorride mentre tormenta una sigaretta fine fatta a mano, dopo aver confrontato e inserito in perfetto ordine avvenimenti storici, analisi sociologiche, riassunti filosofici, dopo averci accompagnato a confrontare mondi e idee, tira il fiato dicendo “Aiuto!....ho fatto uno sproloquio!” e giù tutti una risata! Da vero attore è riuscito a far scaricare la tensione…. Il fil rouge è il rapporto tra le arti marziali (sotto il cui ombrello, per semplicità, ci mettiamo tutto un mondo anche in modo improprio) e il teatro. Gianluigi premette che il teatro per alcuni anni ha subìto una fascinazione per l’esattezza di movimento delle arti marziali, si ricercava un movimento rigoroso, a-personale che entrasse nel training dell’attore perché perdesse i tratti personali e gli aspetti psicologici (Il Terzo Teatro, manifesto di Eugenio Barba del 1976). Questa ricerca di comportamenti codificati, movimenti assoluti sono da collegare a tutte quelle “forme” (i kata) che altro non sono che esecuzioni in cui si ripulisce l’azione, attraverso la pratica, da interpretazioni e personalizzazioni. E’ la ripresa di un assoluto che ritorna matrice originale della tecnica e lavaggio mentale da tutta una serie di intenzioni e proiezioni. Procediamo quindi alla seconda domanda: “Che fine hanno fatto le avanguardie oggi?” Gigi parte inarrestabile...” Le avanguardie hanno semplicemente cessato di esistere; sostanzialmente nascono per superare il modello borghese, convenzionale, accademico, specchio dei buoni sentimenti e per fare ciò si lega ai movimenti sociali alternativi e ai pensieri politici (soprattutto di sinistra) proponendo un superamento del modello stesso. Ma la globalizzazione, che supera di gran lunga il modello borghese proponendo al suo posto quello economico, mette al centro dell’attenzione il totem dei mercati facendo cadere così l’avanguardia stessa in un tranello perché ponendola in un settore di mercato le lega mani e piedi rendendo inefficace ogni suo tentativo eversivo. Né più né meno del settore di biologico ricavato all’interno di un supermercato che utilizza le logiche della grande distribuzione. Perso quindi il senso dell’azione delle avanguardie, perché i loro segni diventano meno efficaci e i loro colpi non arrivano più al cuore delle persone, nasce il postmoderno, una grande marmellata dove stanno insieme tutti i codici, dove si capisce che tutto è stato detto e non c’è più nulla da inventare. L’unica soluzione appare dunque mescolare gli stili, manipolare i segni facendo ciò che puoi fare cioè quella di usare delle categorie postmoderne che sono la leggerezza e l’ironia. Per un certo verso questo postmoderno si porta avanti ancora degli strascichi per molti anni fino ad oggi, all’alba di un pianeta sull’orlo del collasso e dell’autodistruzione, infettato dall’ansia e malato di schizofrenia ma che ci porta al vero interrogativo di oggi: che rapporto c’è tra il teatro e la vita? E parimenti potremmo dire anche tra arti marziali e vita? Le avanguardie hanno cessato di rivolgersi solo a loro stesse e al loro ombelico e nasce ora un’esigenza e una sensibilità nuova che ci pone di fronte al tema di un ambiente logorato e in scadenza, con un eccesso di produzione e con una mancanza di redistribuzione. Il tema quindi centrale è la vita reale, la vita minacciata in un pianeta minacciato, la vita fragile per la caduta dei pilastri fondamentali: cultura, diritti e democrazia. La vita attaccata dalla pandemia in un mondo che si sente precario come non mai, spaventato e completamente all’oscuro di come difendersi dalle conseguenze abnormi del proprio scellerato modo di vivere e concepire la vita. Se un tempo arte e vita potevano essere staccati e l’artista poteva rallegrarsi di costruire mondi paralleli astratti e illusori che si contrapponessero alla vita borghese con la rigidità delle sue regole, con il Covid 19 il cambiamento è stato vertiginoso e velocissimo lasciando spazio alla ricombinazione delle domande esistenziali più profonde: chi siamo, dove vogliamo andare e come possiamo procedere senza affondare. Perché arte e judo o teatro e arti marziali non si preoccupano della fine del pianeta? Si può fare judo o teatro pensando che lo scopo possa essere dare ai presenti il recupero veramente di un equilibrio psicofisico, di salute, di plasticità e di agilità? Sapendo bene che di risposte non ne abbiamo ma possiamo solo costruire un grande laboratorio di domande aperte. Come dice Amitav Ghosh nel suo libro “La grande cecità”, se l’ambiente è così contaminato e in scadenza, ciò riverbera anche all’interno delle psicologie individuali; partendo dal presupposto della teoria che macrocosmo e microcosmo sono collegati, ciò che accade al mondo accade anche dentro di me. Posto che questa fascinazione tra teatro e arti marziali non è più presente, è chiaro che entrambe le discipline mirano a costruire, dentro ad universi apparentemente separati (arti marziali ma anche altre arti), una realtà con un dato che li accomuna, la ricerca di una ritualità che dia una maggior leggerezza rispetto alla realtà circostante, che consenta di non perdere il giudizio e la lucidità senza rinchiudersi in paradisi di un finto benessere (pensiamo solo alle enormi quantità di psicofarmaci e droghe in uso attualmente) che si auto alimentano per consentire alle persone di riuscire a galleggiare e a reggere le bordate della vita. E’ questa una delle possibili cose da fare, costruire insieme (arti rappresentative come il teatro e arti esperienziali come le arti marziali) una ritualità estremamente ricca. Smettere con la ripetizione di un rito morto (la ripetizione di gesti senza un contenuto, quasi tic quotidiani, tipo “come stai? Bene” fatto in modo automatico o un battere le mani perché lo fanno gli altri...) dedicandosi ai riti attivi, ritmo della vita (rito e ritmo hanno la stessa radice indoeuropea) partecipazione emotiva, atto significativo, cognitivo ed esperienziale. (Per esempio se io ogni mattina mi alzo e bevo un bicchiere di acqua e a questo gesto attribuisco un significato particolare, il ripetere nel tempo di questo semplice gesto diventa un rito che mette una parte profonda di me in contatto con una parte più in superficie e ciò mi conferisce un contenuto cognitivo). Quindi superiamo le logiche solamente di un benessere personale, attraverso i mille modi che ci possono essere per arrivare ad una forma di consapevolezza e apriamoci agli altri cercando di dedicare ad un collettivo questa ricerca di equilibrio e di relativo benessere. Soluzioni? Per esempio potenziare la forza filosofica delle arti (anche marziali perché no) dimostrando che il rito è vivo, il rito s’incarna e viene in aiuto nella nostra quotidianità, testimoniando una visione del mondo a livello collettivo e un rafforzamento della vita. Ritorna il concetto espresso da Amitav Ghosh, usciamo dalla grande cecità (che è anche quella di vivere tutto solo individualmente o a piccoli gruppi) e dedichiamoci insieme alla vita reale e ai suoi problemi. Nella vita reale coesistono anche visioni differenti, non dobbiamo vederla tutti nella stessa maniera così come accade tra gli amici, in famiglia o nel lavoro. Anche nel judo del Prof. Kano è tempo di abbandonare ideologie di gruppo o pregiudizi di appartenenza a categorie differenti. Non è più tempo di vedere ciò che ci differenzia ma ciò che ci unisce e allora saliremo insieme sul tatami (materassina del judo) per costruire un grande rito collettivo. Un tatami che non sottolinei più le differenze tra amatori e master, tra amanti di kata e amanti di randori, tra tradizionalisti e sportivi, ma un tatami che celebri con forza il piacere di sentirci tutti assieme judoisti. A.G.

Intervista al Maestro Takero Kurihara

C: Buongiorno a tutti, sono Claudio Zanesco e sono qui assieme all’amico e judoka 6° dan Franco Minimo per intervistare il Maestro Takero Kurihara. Buongiorno Maestro, cominciamo con alcune domande per conoscere meglio il suo passato. Dove ha iniziato la pratica del judo? K: Ho iniziato la pratica del Judo vicino a casa mia, a Kumamoto, la città dove abitavo da bambino. Kumamoto è considerato il paese del judo, poiché vi sono nati grandi campioni: Kimura, Iwatsuri, Uemura, Yamashita. Il Maestro era un signore anziano, aveva una drogheria e insegnava judo per passatempo. Avevo 8 anni, io non sapevo cosa fosse il judo e non immaginavo di dover indossare il judogi; ero cosi innocente e sprovveduto che credevo di poterlo fare vestito normalmente. Crescendo ho frequentato le scuole medie, la pratica si faceva più seria. Ho imparato meglio la tecnica e gli allenamenti sono incominciati a diventare più seri. Ricordo che il mio primo judogi serio è costato 1600 yen di allora. Sono diventato cintura nera a 15 anni. Dopo la scuola media sono entrato in un liceo e lì mi sono ritrovato in uno squadrone: erano tutti forti. Io ero sì cintura nera, però gli altri non erano da meno, anzi. Sai, proprio ieri (siamo nel settembre 2020) per caso guardavo in televisione un campionato del Giappone dell’Ovest contro l’Est (Bianchi-Rossi) e ho rivisto una squadra con cui avevamo fatto una finale, perdendo. Ieri faceva vedere le ragazze, dove combatteva la Abe, famosa nazionale Giapponese, Uta Abe (Shukugawa), stava combattendo la finale con Akira Sone (Nanchiku). La finale è stata vinta dalla squadra di Nanchiku, anche noi all’epoca abbiamo perso in finale con la squadra di Nanchiku. Successivamente, all’Università, dai 18 anni per 4 anni (l’università si chiamava Chuo, dove mi sono laureato in Economia a pieni voti) mi allenavo con Isao Okano, un grandissimo del judo con cui ho combattuto moltissime volte in allenamento e Shinobu Sekine con cui ho fatto una foto ricordo quando vinse le Olimpiadi di Monaco di Baviera. Ambedue e altri colleghi di Università vennero a salutarmi all’aeroporto di Haneda, quando partii per l’Italia. Erano un centinaio di persone. Anche il Maestro Kotani, sebbene si reggesse ad un bastone, ha voluto essere presente alla mia partenza per l’Italia. Anche al mio arrivo a Milano c’era un altro centinaio di persone ad attendermi. Ricordo che Fedele Toscani mi fotografò sulla scaletta dell’aereo. Avevamo un forte spirito di squadra. Quindi Okano e Sekine, due campioni Olimpici, erano all’aeroporto con Nakamura, campione a Montreal. Quando io sono partito il giorno 17 settembre del 1964 dall’aeroporto vi erano due campioni olimpici: il capitano della mia squadra, Nakamura, e Miyata, un mio compagno di liceo, che poi è diventato un consulente scientifico del governo degli Stati Uniti d’America. C: Quanti anni aveva quando è arrivato in Italia? K: Quasi 23. C: E che grado aveva quando è arrivato? K: Quarto Dan. C: Dove ha praticato judo in italia? K: Principalmente, anzi, direi esclusivamente a Milano, nella palestra di via Solari (Jigoro Kano Milano). C: Quindi ha insegnato nello storico Jigoro Kano Milano. K: Sì, qui ho una foto (Ci fa vedere una foto dell’epoca). Il Presidente era il Signor Novello, è stato proprio lui a farmi venire dal Giappone. C: Quindi la sua carriera di tecnico in Italia si è sviluppata praticamente a Milano; quanti tecnici e atleti è riuscito a coinvolgere nel suo judo in quegli anni? K: Moltissimi, ricordo Venturelli, Facchini, Castellan, Peloso (ride). Peloso è stato veramente il mio Maestro di vita Italiana. C: Di vita milanese suppongo. K: Sì, mi ha insegnato tante cose. Ricordo in particolare una vacanza in campeggio a Torre di Caino (Maratea). Due anni fa ci sono tornato, ma tutto era cambiato. In quell’occasione penso di essere stato ingannato da Peloso, perché aveva promesso di cucinare il pesce che avrebbe pescato, mentre si mangiavano solo formaggini perché nessuno riusciva a pescare! C: Maestro quale è stato, secondo lei, il periodo migliore per il judo vissuto qua in Italia, chiaramente dal suo punto di vista? K: Per me? Mah, sicuramente quando ho aperto il mio dojo, questo dojo. Perché ho potuto insegnare come voglio io, rispettando le tradizioni. Ancora adesso faccio rispettare delle semplici regole come la sistemazione delle ciabatte prima di salire sul tatami, non dimenticare il saluto e l’etichetta del judo. C: Lei è rimasto legato molto alle tradizioni del suo paese. Deduco che Lei oltre alla tecnica, che sappiamo tutti essere sopraffina, ha cercato sempre di portare la cultura del judo. K: Sì certo, sempre. Tanti capiscono, ma purtroppo tanti non si impegnano per capire. C: Negli ultimi anni ci sono stati cambiamenti in questo senso. Ha trovato difficoltà? La gente è cambiata? diversa? Come vive questi cambiamenti? K: Per esempio, nel corso dei bambini si fa fatica a spiegare come indossare la cintura; anni fa si faceva vedere e imparavano subito. Ci saranno tanti motivi, fra cui l’abbassamento dell’età, prima cominciavano a 8 o 9 anni. Invece adesso a 5 anni. C: In che anno ha aperto il suo club? K: nel 1970. C: L’altro giorno il maestro Piero Comino mi ha detto che è grazie a lei che è arrivato il judo a Udine. Ci spiega questa cosa? Piero Comino ha riferito solo che se a Udine c’è il judo è grazie al maestro Kurihara. K: (Risate) Un giorno a Padova ho incontrato Piero Comino che mi chiese “Maestro, possiamo avere un maestro giapponese?” Gli risposi (ride) “Eh, maestro giapponese costa caro”, allora lui chiese “Ma quanto dobbiamo pagare mensilmente?” Gli risposi “Come minimo 350 / 400 dollari” lo sfidai, “Allora potete pagare? Se non potete pagare nemmeno mi impegno a cercare. Dovete garantire i pagamenti.” Avevo pensato di far venire anche qualcuno dalla Francia, perché dal Giappone costava tanto. Non c’erano come adesso le tariffe economiche sugli aerei, quindi si doveva pagare tanto. Cercai in Francia e in Inghilterra per capire se c’era un’occasione per rintracciare qualcuno. Poi per caso sentii il Maestro Kuroki, che voi non credo conosciate perché è un judoka di un’epoca diversa dalla vostra. Questo Maestro Kuroki ha insegnato a Torino per due anni, ma voleva tornare in Giappone, diceva “Io torno perché faccio il professore di ginnastica in Giappone.” Io avevo già salutato e fatto gli auguri e poi non so dopo quanti mesi, dopo un bel po’, mi chiese “Non c’è posto per me in Italia?”. “Bene”, pensai io. Allora ho chiamato Comino e poi Kuroki ha fissato un giorno per incontrare la società di Udine, la società Yama Harashi. Poi ci fu la creazione della Tenri Udine dove si allenava Laura di Toma, un fenomeno del judo. Questo mi ricordo di quella questione. C: Tecnicamente lei chi ritiene essere il suo Maestro di judo? O ha avuto più di un Maestro? K: il Maestro Kotani è il mio maestro che ha voluto addestrarmi come “Maestro di judo”, mentre il Maestro Yamabe dell’Università di Chuo mi ha addestrato come combattente. Penso che questi due Maestri siano stati fondamentali per me. C: Kotani Sensei è stato uno dei grandi della storia del judo. Quindi c’è una linea che lega il fondatore del judo al suo Maestro e quindi a Lei. Cioè, Jigoro Kano è stato insegnante di Kotani sensei e poi anche Kurihara sensei. K: Beh, in mezzo ci sono due generazioni, io sono della terza generazione. Kotani Sensei era un mito a quell’epoca. Quando io sono partito per l’Italia, Lui aveva 63 anni; ricordo che qualche giorno prima della partenza c’era un canadese molto forte che faceva anche “Catch americano”; era venuto ad allenarsi per le Olimpiadi. Ho fatto randori con lui, ma non riuscivo a fare Ippon... solo piccoli vantaggi come koka e yuko. Il Maestro Kotani si arrabbiò molto con me, ci ha fatto randori lui e mi ha dimostrato che a 63 anni, (muove la testa ed esclama “porca miseria”), in un colpo solo è riuscito a fare Ippon. Però questo era per dimostrami che era veramente forte e che a 63 anni aveva ancora un fisico fortissimo. Tornai in Giappone dopo quattro anni ed era cambiato molto, invecchiato. C: Mentre in Italia ci sono stati degli insegnanti di judo italiani che l’hanno piacevolmente sorpreso o interessato? Parlo dei primi anni. K: (Scuote la testa) mai pensato. C: Forse è una domanda a cui è difficile rispondere. K: Sì, non rispondo perché mi viene rabbia. C: Strana risposta. Perché viene rabbia? K: (risate) Sei furbo, (rivolto a me) intelligente. C: Va bene, andiamo avanti. Io mi ricordo di Lei come l’amico Franco Minimo che è qui con me adesso, dei bei tempi degli anni 80, fine anni 70/80. Dove abbiamo avuto molte occasione tecniche da sviluppare insieme, mi ricordo molti allenamenti, corsi, trasferte, proprio un bel periodo interessante. Poi però c’è stato come un allontanamento dalla Federazione. È stata volontaria o semplicemente è “andata così”? K: (Pensa a lungo) Un grande dirigente dell’epoca, Lombardo, si era arrabbiato furiosamente con me. Vi spiego: ogni domenica tenevo l’allenamento degli agonisti della regione. Venni chiamato all’improvviso dal Giappone perché era morta mia madre, sono andato via senza avvisare, pensavo che, quello che allora era un mio aiutante, il Maestro Beltracchini, mi potesse sostituire e partii per il Giappone. Allora, io penso che sia stato uno sbaglio perché io prima di partire dovevo telefonare, solo che ero un po’ agitato. Tra l’altro, tornato in Giappone, i miei amici hanno trasformato il tutto in una festa perché ero lì con loro dopo tanto tempo. Al rientro in Italia, il mio incarico era andato ad altri. Io non ho detto niente perché per prima cosa so di aver sbagliato io perché dovevo avvisare. Non è che io ho voluto abbandonare la Federazione. È andata così. C: Adesso che grado ha maestro? K: Sono ottavo dan dal 2002, sono diventato alto grado diciotto anni fa. (ci indica il diploma in originale appeso nel dojo). C: Quindi è già 18 anni che è ottavo dan! Scusi, ma penso che siano in pochi a saperlo, io non lo sapevo che Lei in questi anni è stato insignito di questo importante riconoscimento; è uno dei gradi più elevati e più qualificati in Italia. K: Sì, la curiosità è che me lo hanno dato il 18 settembre del 2002, nello stesso giorno del mio arrivo in Italia, 38 anni dopo. C: Bella ricorrenza 18 settembre del '64 e 18 settembre del 2002. Vedo qui (in palestra su una parete) una foto di suo figlio con il grande Yamashita. K: Yamashita è un fenomeno. Bravissima persona, molto attento, pensa che lui ha fatto randori con mio figlio soltanto una volta. Dopo 8-10 anni ci siamo rincontrati e mi ha detto così: “Eh Maestro, suo figlio era un combattente sinistro “tagliente”. Porca miseria, si ricordava tutto, fantastico”. C: Che rapporti intrattiene con il suo Giappone judoistico? K: Negli ultimi anni non molto, ho un po' abbandonato i contatti. C: Ha lasciato andare! I suoi interessi sono ormai totalmente qui, suo figlio Hayato sappiamo essere il primario della Chirurgia d’urgenza e del trauma all’Humanitas di Milano. K: Sì, lui è un bravo medico. C: Ricordo una gara al Ronin di Monza quando lei Maestro fece un balzo dalla balaustra per fermare uno strangolamento fatto ad un suo allievo di cui l’arbitro non si era accorto. K: Sì, mi ricordo di quell’episodio. C: Dei ragazzi del judo Lombardo nel periodo in cui se ne occupava, di chi ha maggiori ricordi? K: (risata). Lui (Franco Minimo) e Asmeri Marino, ma poi tanti altri, Fontana, Vecchi, e tanti altri. Con Asmeri ricordo sempre di un torneo a Parigi, abbiamo fatto il viaggio insieme. Minimo, poi anche Vecchi. Stavamo perdendo il treno e Vecchi mi ha preso per il braccio e praticamente sollevato sul treno, quel giorno ho corso più di Mennea, bei tempi. La prima volta che ho visto Minimo durante una gara a Brescia avevo notato il suo bel Tai-otoshi e da quel momento seguivo sempre i suoi incontri. C: Per finire questa intervista. Le chiedo, quanti anni ha Maestro? Lei insegna ancora attivamente? K: Il mese prossimo il 25 (Ottobre2020), compio 79 anni. Sì, certo. Tutti i corsi del mio dojo li tengo io. C: Ne approfittiamo per farle gli auguri allora, a nome di tutti gli amici e allievi che lo hanno conosciuto. K: Tra l’altro per 18 anni ho insegnato alla Scuola Militare Teuliè di Milano. Lì per ogni docente mettono un elenco con i rispettivi compleanni e anche se non sono stato Professore della Scuola, ma solo insegnante di Judo, il mio compleanno era segnalato insieme a quello dei docenti scolastici. Ricordo felicemente quegli anni, poiché i miei allievi mi hanno reso orgoglioso diventando Ufficiali di Alto grado. Non posso non ricordare anche gli anni passati all'Istituto Leone XXIII, scuola superiore dei Padri Gesuiti di Milano, dove ho insegnato per parecchi anni ed è con particolare orgoglio che ricordo che molti dei miei allievi, una volta raggiunta l’età adulta, sono diventati importanti dirigenti d'azienda, medici, avvocati e qualcuno... anche politico. C: (Verso la moglie) Signora vogliamo aggiungere qualcos’altro? MOGLIE: no no basta. Franco Minimo: Maestro mi hanno riferito che alle Olimpiadi di Barcellona, c’era tutta la nazionale giapponese schierata e c’era un posto vuoto in mezzo. Di chi era? Claudio: del Maestro Kurihara? Minimo: Vero? K: no no, non è vero!! C: allora è vero! (Risate) C: Appena arrivato in Italia cosa le è piaciuto di più? K: il Chianti! (Risate) C: Grandissimo. Vuole aggiungere qualcos’altro, Maestro? K: No, grazie a voi per tutto. C: Grazie mille Maestro Kurihara. Dopo l’intervista visitiamo il Dojo, bello, sobrio, dedicato al judo con due bei tatami, sullo sfondo due judoka che eseguono una bella tecnica, il Maestro ci dice che era lui nel suo speciale Hane Goshi, una tecnica un po' abbandonata. Aggiungo che ultimamente Ono Shoei l’ha in parte recuperata, scuote la testa e aggiunge: “Quello che non mi piace adesso è che tutti buttino la testa verso il basso per proiettare, è pericoloso, io proibirei quelle azioni. Anche Ono cade dalla guancia destra, ma se fa un piccolo errore può creare un incidente, in più i giovani imitano questa tecnica e può diventare molto pericoloso”. Judoka di altri tempi e con un altro spirito, non vi è nulla da fare. Intervista integrale realizzata da Claudio Zanesco - Franco Minimo. Settembre 2020.

I sogni non si spengono

C: Ciao a tutti, farò delle domande a Micaela Sciacovelli, una ragazza del 2004, che pratica judo in Puglia, amica di mia figlia. Faremo delle domande, così, fra le più disparate, per capire cosa pensa Micaela del Judo, cosa pensa del suo judo, quali sono i suoi obiettivi. Incominciamo con una domanda molto semplice: Quando hai iniziato a fare judo e dove? M: Allora, ho iniziato che avevo 5 anni e mezzo, a Bari, in una palestra che sia chiama Fit&Joy. C: Fai ancora judo lì? M: No, abbiamo cambiato palestra per motivi vari, niente di importante. C: Benissimo, diciamo quindi che sono dieci anni e più che fai judo. Com’è il rapporto con il tuo maestro o con i tuoi insegnanti? M: Ho un solo maestro e con lui ho un rapporto simile a quello padre figlia, nel senso che gli posso dire tutto senza paura, senza vergogna, senza niente. Come un padre perché lui per me vuole solo il meglio. Diciamo che questo percorso lo stiamo proseguendo insieme e se dovessi raggiungere i grandi obiettivi ci sarà anche lui con me e sarà tutto merito suo. C: Benissimo, quindi capisco che è un ottimo rapporto, perché lo hai paragonato addirittura ad un rapporto tra padre e figlia. Com’è il judo a Bari o comunque il judo in Puglia, come lo vivi tu personalmente? M: Sicuramente non è uguale a quello che si pratica al nord, vediamola così. Perché diciamo che giù ci sono meno persone predisposte a fare determinati sacrifici, quindi diciamo che numericamente parlando siamo meno. Però si fa quel che si può e dove c’è volontà c’è tutto. C: Benissimo. Infatti specifico per gli amici che in questo momento Micaela è a casa mia. È arrivata il primo di agosto e andranno, lei e mia figlia, a Settimo Torinese a fare uno stage abbastanza improvvisato, ma subito molto frequentato, perché i ragazzi, dopo la chiusura del lockdown, hanno bisogno e voglia di allenarsi. Mi confermi questa tua voglia di ricominciare alla grande? M: Si, era proprio una necessità ritornare a combattere. C: Benissimo. Cosa sai del judo oltre all’aspetto sportivo, di cui parleremo dopo? Hai notizie di questo judo, cos’è per te il judo? M: Per me il judo è un modo di vivere, uno stile di vita. Il judo mi dà delle regole, mi insegna come vivere. C: Noto che Micaela è precisa e ha il dono della sintesi, ma è molto efficace nelle sue risposte. Tu hai avuto una carriera sportiva fantastica. Io ti seguo da qualche anno, hai cambiato tante categorie di peso, tante esperienze e hai sempre avuto soddisfazione notevoli dal punto di vista agonistico. Hai mai pensato di poter fare judo senza gare? M: No, perché io sono convinta che quando sei disposto a fare tanti sacrifici per qualcosa devi avere degli obiettivi. Io non riesco a vederlo come un hobby perché è una cosa dove ci impieghi troppi sacrifici e bisogna concretizzare. C: Il tuo sogno sportivo qual è in questo momento? M: Sicuramente vincere le Olimpiadi. Non partecipare o arrivare sul podio, io voglio proprio vincere le Olimpiadi, voglio prendere la medaglia d’oro e poi successivamente entrare in un’arma sportiva. C: Obiettivi di medio basso livello! Invece dal punto di vista della tua crescita tecnica, vedi dei miglioramenti? Pensi di aver bisogno di migliorarti e in che cosa? M: Allora, io penso che non si arriva mai ad una soglia in cui si è perfetti, ogni giorno possiamo imparare qualcosa di diverso. In questo periodo specialmente è importante perché sto cambiando tecnicamente; diciamo sto passando da un judo fatto da bambini ad un judo professionistico, sto imparando nuovi movimenti, nuove strategie. Sì, bisogna cambiare, non si possono usare sempre le stesse tecniche. C: Chi ti sta aiutando in questa crescita? È una persona o più persone? Perché ci possono essere diverse sfaccettature? M: No, sicuramente più persone. A livello tecnico, oltre al mio maestro, c’è anche mio fratello. Questo sport lo abbiamo sempre fatto insieme, quindi ognuno cerca di aiutare l’altro a crescere. E poi psicologicamente la mia famiglia, soprattutto mio padre che è il mio fan numero uno. C: Se tu avessi la possibilità di stabilire una scaletta delle tue priorità, nei prossimi due mesi cosa ti piacerebbe fare per poter migliorare? M: Allora, in questo momento ho avuto la fortuna di poter partecipare a questo stage che, in un modo o nell’altro, mi aiuterà a migliorare. L’altra componente è non fermarsi per tutto agosto perché è come buttare mesi e mesi di lavoro, quindi allenarsi ogni giorno finché le gambe non cedono. Anche perché comunque ogni giorno abbiamo modo di rilassarci e divertirci cioè, bisogna saper bilanciare le varie cose. C: Ti faccio una domanda, magari impegnativa per una ragazza. Hai mai sentito parlare di una valore educativo superiore del judo? Tipo concetti di "tutti insieme per crescere e progredire" o altre massime che i grandi maestri attribuiscono a Jigoro Kano e al judo superiore? Nel tuo mondo judoistico ne hai mai sentito parlare? M: Sì, perché ovviamente il gruppo fa tanto, cioè, quando si dice comunque tutti insieme per crescere, il gruppo fa tanto, soprattutto quando si va in gara. Io ho avuto la sfortuna di non avere un gruppo in palestra, quindi quando andavamo a fare le gare eravamo solo io, mio fratello, mio padre, ovviamente tutta la mia famiglia e magari qualche altro agonista. Ma non ho mai avuto la fortuna di avere un grande gruppo che ti fa il tifo dagli spalti. Quindi sì, è importante il crescere e progredire insieme. C: Benissimo, hai altre cose che vuoi aggiungere per salutare i nostri amici di questo blog Shibumi? M: Sì, che consiglio il judo a tutti perché io, per esempio, non riesco a starne senza, sono arrivata alcune volte addirittura a piangere perché magari non potevo andare in palestra, a disperarmi. Quindi sì, lo consiglio a tutti. C: Grazie Micaela M: grazie a voi Intervista registrata lo scorso agosto da C.Z.

Un atleta in Giappone

C – Ciao Ares, siamo qui per un'intervista informale relativa alla tua esperienza giapponese. Cominciamo dalla parte che forse ti è più vicina: la pratica sportiva. Come è? Come hai vissuto la pratica sportiva in Giappone? (Ricordo che Ares è nazionale juniores di ginnastica). A – Per il lavoro di mio padre, sono andato in Giappone con la famiglia. Al mattino frequentavo la scuola e il pomeriggio andavo a fare gli allenamenti, come fossi stato in Italia. All’inizio mi sono iscritto in un club che poi ha chiuso per vari motivi, quindi sono passato a un centro nazionale, con uno degli allenatori della nazionale giapponese. Eravamo 5/6 e ci allenavamo quasi tutti i giorni. Mi resi conto che dovevo imparare la lingua, sia per migliorare il mio allenamento e anche per dialogare con i miei compagni di pratica. Per un periodo, ci siamo trasferiti in Canada, poi siamo tornati in Giappone. Il nuovo club, nel quale mi sono iscritto, aveva una palestra dedicata agli sportivi della mia età: una ventina di ragazzi, studenti del liceo, ma anche più piccoli. Qui mi sono integrato meglio, anche nella metodologia dell’insegnamento perché avevo molti riferimenti. Osservando i miei compagni sono riuscito ad assimilare un po' della loro tecnica, la quale è diversa, molte cose sono diverse da come le conosciamo noi. Così ho migliorato la mia ginnastica in modo esponenziale. Posso dire che nelle gare che ho fatto, da piccolo, in Italia il mio risultato si è sempre fermato a circa metà della classifica, non ero proprio un bravo ginnasta. Poi, dopo le esperienze fatte in Giappone mi sono reso conto di avere un potenziale che forse gli altri miei compagni italiani non sono riusciti a sviluppare. C – Scusa, dici questa cosa perché il sistema di allenamento è diverso? Senza entrare troppo nel tecnico, perché forse ci sarebbe bisogno di una spiegazione un po' più complessa, ci sono sistemi di allenamento diversi dall’Europa? Per quanto riguarda l’attività agonistica, parte molto presto come in Europa? Sono percorsi come da noi o ci sono dei tempi di maturazione diversi? A – Anche in Giappone le gare si suddividono per età: dai piccolini, poi passi alle fasce successive etc. Decisamente è diversissimo quando passi da una gara liceale a quella universitaria. Queste ultime sono molto seguite. L’atleta giapponese lavora tecnicamente fino all’università per poi riuscire a competere in gare universitarie, infatti è in questo contesto che loro maturano di più. La mia esperienza mi ha portato a vedere piccoli ginnasti giapponesi e inglesi, e si nota subito che in Inghilterra sono molto più bravi dei nipponici, però quelli giapponesi arrivano all'università e sono un numero maggiore ad avere un punteggio che in Inghilterra fanno solo dieci atleti. C – Quindi ci confermi una diversa impronta e metodologia. A – Prima della pandemia è venuto a Tokyo un allenatore della nazionale tedesca di ginnastica con lo scopo di studiare i ragazzini giapponesi; era stato in Inghilterra con lo stesso obiettivo. Ha notato subito che i bambini giapponesi non erano bravi, ripetevano solo le basi, mentre i ragazzini in Inghilterra riuscivano già ad eseguire esercizi più complessi. Poi vedi che una volta cresciuti i giapponesi sono migliori: mettono massa fisica, si sviluppano e riescono a fare quello che vogliono in termini di esercizi perché hanno una base che in altri paesi non approfondiscono. C – Secondo la tua esperienza questo tipo di impostazione è applicata a tutto il mondo sportivo e non che hai potuto conoscere in Giappone, ad esempio la scuola piuttosto che altre realtà? A – Secondo me sì, perché è proprio la loro mentalità. Per ottenere un obiettivo devi applicarti e studiare la base, saperla perfettamente per poi riuscire a fare una determinata cosa. Alcuni giorni fa, mia mamma mi ha detto: “ Vedi, in Italia un sacco di cantanti iniziano la carriera prima di saper proprio cantare. Al contrario, in Giappone, quando conosci dei cantanti è perché sanno già cantare, hanno studiato musica fin da piccoli, sono diventati musicisti. Non vedrai mai un giapponese improvvisarsi cantante”. C – Perfetto, grazie. Parliamo della vita quotidiana. Come era la tua vita in Giappone, o meglio, non è tanto quello che facevi al mattino, pomeriggio o sera, ma proprio quello che ti trasmettevano o quello che era il modo di essere di questi ragazzi della tua età. Se riusciamo a fare un confronto. A – In Italia vai a scuola, poi hai del tempo libero, nella seconda metà della giornata ti alleni e torni a casa; diversamente in Giappone ho notato e vissuto all’interno della palestra un diverso spirito di squadra. Quando torno in Italia vedo che tutti fanno il loro lavoro, ma sono un po' più individualisti. In Giappone nel weekend si esce insieme, si mangia insieme, c’è questo spirito, questo concetto di squadra che poi si trasmette anche in palestra. L’allenatore non dà sempre le indicazioni per migliorare, ci lascia creare le nostre esperienze e se qualcuno è più bravo lo invita a correggere gli altri per fare meglio. C – Quindi siete allievi e insegnanti oserei dire. Mentre la vita quotidiana? Nel nostro immaginario i giapponesi sono tecnologici, precisi, ordinati, ubbidienti ( nel senso positivo della parola), nella tua esperienza hai riscontrato queste tipologie? O sono luoghi comuni? A - Sì, normalmente il giapponese è ordinato, preciso, al lavoro non sgarra… Devo dire che ho frequentato studenti di 16/17 anni, sono andato nelle loro case un paio di volte e non sono ordinatissimi; ho vissuto con una famiglia, durante la chiusura di Tokyo, per un mese e mezzo, c’erano scatoloni ovunque, c’erano le tute per fare allenamento in un angolino, vestiti appesi per tutta la casa… Secondo me non si fanno distrarre dalla disorganizzazione che c’è nei loro alloggi, in compenso durante gli allenamenti sono molto ordinati e precisi. C – E come è andato il periodo di lock down, vissuto in una casa giapponese, loro ospite per circa un mese e mezzo? A – La chiusura giapponese non è stata totale, infatti da Tokyo mi sono trasferito in un’altra prefettura per poter continuare ad allenarmi. Non è stato difficile vivere in casa loro, grazie anche al fatto che conosco la lingua e chi mi ospitava era un amico di palestra. Sono sempre stati molto gentili, particolarmente attenti a propormi cibi della loro tradizione, ma con particolare attenzione alle mie esigenze di sportivo. E’ stata un’ avventura molto interessante. C – Hai dei rimpianti, o ricordi qualcosa di particolare della tua vita giapponese? A – Ho vissuto normalmente: scuola, sport. Durante la chiusura mi sono trasferito al mare in casa di questo amico, ma tutto sommato niente di eccezionale. Normale. Il rimpianto è sicuramente quello di non aver potuto visitare il Giappone a nord come a sud, per vedere meglio le loro differenze. Ci tornerei a vivere, molto volentieri. C – Parliamo delle Olimpiadi, cosa hai visto e capito della preparazione fatta per questo evento mondiale? A – In Giappone lo sport è praticato da quasi tutta la popolazione, soprattutto scolastica. Praticamente è quasi un obbligo fare sport. La preparazione andava a gonfie vele, dalle mascotte sui mezzi pubblici, alla realizzazione di impianti nuovi per le varie discipline. La sospensione è stato uno shock, sicuramente. Molte iniziative sulle costruzioni sono state fatte con particolare attenzione al risparmio energetico, hanno rifatto vecchi impianti, sistemati per le nuove esigenze moderne, con rispetto all’ambiente. Hanno usato moltissimo i mezzi pubblici per pubblicizzare l’evento, non mi sono accorto di una particolare pubblicità relativa al fondatore del judo, ma questa è la mia esperienza. C – Una domanda anche alla mamma Saula, ex campionessa di pesistica Olimpica. Sei rimasta in Giappone in totale 4 anni, hai potuto praticare la tua disciplina? S – Si, ho potuto insegnare in palestre, ho contribuito anche a preparare una loro atleta per il livello internazionale. Come già detto da Ares si pratica molto lo sport a livello liceale e universitario, che è la base dell’organizzazione. Hanno impianti comunali fantastici, con attrezzi e spazi per tutti gli sport, con salette pubbliche per la pesistica olimpica, saletta piccola con l’accesso a due persone per volta le quali si allenavano liberamente, tra l’altro con attrezzature di primo livello. Ho notato che in pratica tutti hanno la base per fare allenamento da soli e, informandomi, ho scoperto che tutti imparano le basi della preparazione atletica alle medie superiori, licei. Si possono, quindi, allenare liberamente in questi impianti liberi, con accesso a pagamento. Si incontrano anche tantissimi anziani, chiaramente nelle ore mattutine, e tutti molto preparati . In Giappone, gli sportivi che utilizzano questi impianti, quando terminano l’allenamento, puliscono gli attrezzi per la persona successiva. Praticamente quello che ora è richiesto da noi in Italia, a causa del coronavirus, lì esiste già da tempo perché è insito nella loro educazione. C – Torniamo ad Ares. Domandona! Se un domani tuo figlio volesse fare ginnastica preferiresti un allenamento alla giapponese o all’occidentale? A – Personalmente sceglierei un metodo a metà, tra il fare esperienza da soli come preferiscono lì e insegnare molto come si fa in Italia. Il giusto mix a mio parere sarebbe l’ideale. Aggiungo che per apprezzare i loro metodi devi entrare nella loro fiducia, comunicare con loro, pensare come loro. Se cerchi di importi ti lasciano fare ma ti “abbandonano” non insistono per insegnarti in senso ampio, devi conquistare la loro fiducia. A quel punto cambiano tante cose. C – Hai vissuto in Italia, poi Giappone, Canada, di nuovo in Giappone, ritorno in Italia, Giappone ancora, tutti questi cambiamenti, questi modi di pensare e di essere, ti hanno reso la vita difficile? E quali fra questi ritieni più adatto a te? A – Fra tutti questi cambiamenti, devo dire che lo stile giapponese è quello che più mi si addice, penso che non cambierò più il mio stile di vita, mi è entrato troppo dentro. Quando sono tornato per fare i primi due anni di liceo a Busto ho fatto molta fatica a reintegrarmi, nonostante i vecchi amici e la ginnastica. A mio parere un Giapponese che viene a vivere in Italia fa molta fatica ad ambientarsi proprio per le loro abitudini perché sono metodici, poco espansivi. Forse è più facile per un italiano imparare a vivere come loro che il contrario. Ringrazio Ares Federici (ginnasta della Nazionale Azzurra, classe 2002) e sua mamma Saula Nascimben per la piacevole chiacchierata. C.

Epigenetica e judo

Laureanda in biologia, 24 anni, l'età in cui stai per uscire dall'adolescenza, ma non sai ancora con che scarpe e per dove. Un judogi appena acquistato, a poco prezzo, di un giallo paglierino inguardabile che rilasciava un odore pungente, selvatico, destinato a entrare nella memoria olfattiva, che permette di distinguere il novizio ad occhi chiusi. “No problem, 1 o 2 lavaggi a 90 gradi e diventa bianco e profumato!”..già, anche lui doveva subire uno shock (termico nel suo caso) per eliminare le impurità..lo stesso che avrei subito io da lì a poco.. più di uno, in realtà. Il primo? Piedi nudi. Io, che anche d'estate portavo in casa le scarpe (per cosa poi? Scappare, rincorrere?). D'improvviso sentii tutta la fragilità delle mie esili caviglie sommergermi e salendo sul tatami titubante ebbi il secondo scossone. Tutte quelle distinzioni sociali che tanto detestavo, ma che mi aiutavano in parte a distinguere, erano sparite. Tutti uguali lì sopra. Dott, prof, sig.. ricco, povero, credente, ateo.. nessun riferimento, solo un kimono bianco con una cintura che distingueva esperti da non. “Il re è nudo”, io ero nuda, ma come me, tutti lo erano. Così iniziò il mio percorso nel più efficace “gioco da tavolo” della vita che abbia conosciuto, il judo. Sapete cos'è l'epigenetica? E' la branca della genetica che si occupa di quei caratteri ereditabili influenzati dal tempo e dallo spazio (epi- in greco significa "sopra"), non cambia ovviamente il gene, la sua sequenza, ma la sua espressione, il fenotipo. Ciò significa, semplificando, che nel nostro DNA esistono come delle piccole porte di accesso a determinate sequenze, in grado di aprirsi o chiudersi a seconda degli stimoli ambientali che arrivano. Stimoli che devono essere ovviamente ripetuti, costanti, consapevoli o no, ma che alla fine vanno ad aprire o chiudere quelle porte, permettendo l'espressione o meno di quei geni. Ciò che viene definita predisposizione genetica, altro non è che questo. Il gene c'è, ma la sua espressione dipende dall'ambiente che ci circonda. Pensiamo all'influenza che hanno le cattive abitudini alimentari e l'inquinamento sulle problematiche fisiche (la predisposizione famigliare ai tumori ad esempio) oppure il disagio sociale o famigliare su quelle psichiche. Ma la magia sta da un'altra parte. Una rieducazione costante e continua, può invertire il processo o impedire che si realizzi. Nell'ambito del judo, questa sorta di riprogrammazione è insita nel suo percorso (do) ed è di inestimabile valore sociale. Insegnare ad una persona a cadere, rialzarsi, ripetere all'infinito una tecnica, combattere senza fare del male, affrontare la paura, rispettare chiunque abbia davanti, aiutare il compagno a crescere, in un circuito ripetuto senza fine che penetri nel profondo, induce degli automatismi che, consapevolmente o no, fuori dal tatami finiscono per sostituire i vecchi schemi. Alcune porte si aprono altre tornano a chiudersi. Judo e vita, vita e judo. Un progresso che da una parte si ripercuote nell'altra, senza volerlo, perchè qualcosa nel profondo, nel DNA, è cambiato. Noi siamo solo uno dei tanti fenotipi possibili di un unico genotipo, che altro non è, strano a dirsi, che il risultato delle nostre scelte e delle opportunità che offriamo a noi stessi. Il fato rappresenta le carte che ci sono state date alla nascita, il destino è come ce le giochiamo.... L.

"Quell'incontro"

Riporto l'apertura di un articolo scritto da Massimo Recalcati (psicoanalista): "Un maestro si distingue, dice Moustapha Safouan, scrittore e psicoanalista egiziano, quando inciampa e fa dell’inciampo il tema della lezione. I bravi maestri sanno inciampare. Non temono il limite del sapere. La lezione è un rischio ogni volta, ma i bravi maestri non temono la caduta." Per spiegare come una lezione di judo può cambiarti la tua visione d'insieme, vi racconto ciò che mi è accaduto in occasione di uno stage di judo svoltosi nel 2006 in un romantico contesto ubicato nello splendido comune di Urbisaglia (Mc) dove sorge l'abbazia di Chiaravalle di Fiastra. A quei tempi ero alla ricerca di un modello, di uno stile.
Lo stile passa innanzitutto attraverso il corpo del maestro e trova la sua manifestazione nel modo in cui prende tra le mani il judogi, nel modo in cui organizza la sua lezione, nelle citazioni, nei riferimenti, nel modo in cui affronta la platea dei partecipanti, nella sua voce.
Le voci!! Quelle voci dei nostri maestri che ancora portiamo con noi, quella stridula, quella roca, quella metallica, quella che sembrava che si stesse spegnendo da un momento all'altro e poi ricominciava come un'onda. Lo stile ha a che fare con il corpo del maestro, ma innanzitutto ha a che fare con la sua capacità di trasmettere il suo sapere. Il primo effetto prodotto da quel maestro fu quello di vivere un’esperienza non solo cognitiva, mentale e fisica, ma quasi trascendentale con uno stato di spossatezza finale. Il suo corpo e la sua mente avevano dato una prima risposta alle mie domande: l’allievo non è una testa vuota da riempire. L’allievo non è più un recipiente che il sapere del maestro deve colmare. Socrate risponde al suo allievo Agatone: "Io sono vuoto come te e come te desidero sapere". Dunque, quel maestro ha incarnato il desiderio di sapere e questo mi ha messo in movimento, illuminandomi.
Volevo tornare allievo, desideroso di divenire allievo di quel maestro. Rimasi colpito da quell'uomo capace di utilizzare il suo sapere non come cemento.
Il suo fare, accompagnato dal suo dire, portava finalmente luce, chiarezza e armonia.
Vi dicevo che, dopo quella lezione, volli divenire un suo allievo ... non prima di avergli sottoposto una richiesta scritta alla quale ebbi risposta dopo qualche mese.
Fu quell'attesa a mantenere vivo il desiderio di sapere.
Quel lasso di tempo fu la mia prima lezione con lui.
Gia' !!! ... perché il maestro sa custodire la mancanza, il vuoto, che abita il centro del sapere.
Dal suo "si ... va bene" ho iniziato quel percorso di formazione che non si è più interrotto sino a trasformarsi in una vera e propria relazione tra due vite. Io sono la caricatura di quel maestro.
In un primo momento ho cercato di imitarlo.
Poi mi sono reso conto di essere la somma dei maestri che ho avuto, ma sono anche una loro deviazione.
Grazie a quel maestro conosciuto in età adulta mi sono identificato in uno stile.
Grazie a lui ho appreso che il sapere diventa tale proprio quando viene riconquistato. Continuando a frequentarlo ho capito che c'è insegnamento, educazione, quando c’è amore per la stortura della vita. Questo amore si traduce per il maestro nel gesto più alto del suo insegnamento, l’ultimo, quello finale e cioè che il maestro sappia lasciare andare i suoi allievi. Jaques Lacan lo dice in un modo poetico molto intenso; che il maestro sappia tacere l’amore. Non c’è trasmissione possibile senza l’amore del maestro verso il sapere, ma l’esito ultimo della trasmissione è che egli taccia sull'amore, perché se corrispondesse all'amore vincolerebbe l’allievo.
Quel maestro ha incrociato e si è sovrapposto al ruolo del genitore. Il dono maggiore della genitorialità è il dono della libertà, è saper perdere i propri figli.
Da lui ho imparato a capire qual'è il ruolo e la funzione di un maestro: formare persone autonome dai modi e dal fare gentile.
.... ma da quel maestro desidero continuare a imparare !! R. L.

Riflessioni notturne...

Quando ascolto i judoisti, a volte sento pronunciare una frase “….sai, judo è una filosofia!”. Bene, questa volta non mi gioco una frasetta (che non dice nulla) ma mi impegno a porre in modo filosofico le domande che riguardano la pratica prima, l’insegnamento poi, del metodo judo. Il judo è una forma di educazione? Sì, noi lo crediamo e attraverso lo studio di un combattimento amplifichiamo l’allenamento judo collegandolo all’allenamento vita. Per esempio si incomincia a dire a dei ragazzini arruffati e casinisti, timidi e scontrosi, paffuti e imbranati che le ciabatte che li accompagnano dallo spogliatoio alla materassina (tatami, spazio di pratica) vanno messe in ordine prima di salire. Secondo trauma, prima di iniziare bisogna fare un saluto tutti insieme, composti e con l’abbigliamento ordinato (dai pantaloni, che di pantalone non hanno che l’approssimazione vista l’assenza di tasche, patta e bottoni, a una giacca insolita e una cintura, lembo di stoffa indomabile e disperazione di tutti i bambini perché ingovernabile). Ma perché tutte queste “cerimonie”? potrebbe chiedere un bambino, se non fosse già passato dal quel trita-cervelli che è la scuola primaria, primo passo verso l’omologazione e la perdita di una propria originalità. Beh, l’educazione è ciò che rende accettabili i traumi e fa in modo che li affronti volentieri, perché dall’altra parte non vedi un’autorità col fischietto, ma prima di tutto una persona, che sorride e ti aiuta, ricordandosi delle sue prime esperienze. Lo scopo naturalmente non è tenere l’ordine fine a se stesso, ma spingere a mettere in ordine le cose piano piano per aiutare a mettere ordine in testa e tra i pensieri. In quel combattimento, che farà molti anni dopo, dovrà aver spinto la conoscenza su di sé a tal punto da masticare la tensione, sputarla, salire a combattere concentrato e nel tempo presente….perché il judo non fa sconti….se non sei presente con il corpo e con il cuore torni subito alla casella di partenza senza ripassare dal via. Cerchiamo quindi un’attitudine al cambiamento, nella vita quotidiana siamo sempre distratti da ricordi e desideri, navigando tra il vissuto e la progettualità, tra il passato e il futuro. Nel judo questo non è possibile, si è nel qui, ora. Il judo è un gioco che faccio insieme ad un altro, sentendo i suoi punti di forza, proteggendo i miei, ascoltando il suo corpo e il suo respiro, valutando e soppesando dove e quando portare l’attacco. Per fare questo devo confondermi con l’altro, entrare profondamente in un sistema dove anch’io sono un po’ l’altro, anche solo per un istante, perché la proiezione la guadagno se per un attimo gli rubo l’equilibrio e lo guido giù a terra dove voglio che lui trovi lo spazio per una caduta senza ferita, controllato fino alla fine. Quando si prende un ippon (chiamiamo così l’azione perfetta in cui proietto l’altro di schiena a terra) dall’altro, se non si è in gara, siamo contenti, perché siamo carta su cui è scritta una bella frase, chiodo su cui si è appeso un bel quadro, siamo parte di una cosa perfetta. Perché questo cerchiamo nel judo, l’esercizio costante alla perfezione. Si studiano le tecniche migliaia di volte, da fermi, in movimento, con il compagno che ti facilita, con il compagno che si oppone, da tutte le posizioni e in tutte le varianti. La perfezione quindi esiste (!) nella ricerca sincera di essa, in un miglioramento continuo. Nella ricerca della perfezione bisogna però conoscere il senso del limite, non esagerare nelle proporzioni, non essere troppo veloci o troppo forti, troppo rigidi o troppo flessibili...dobbiamo essere nella giusta misura e quando siamo nell’armonia delle cose, le cose vengono a noi. E’ uno stato di grazia che dura poco, anzi ti accorgi che è arrivato solo perché non c’è più, è ripartito. Quindi è il viaggio la cosa più importante da fare, il tempo della ricerca più importante del tesoro da trovare. Questa ricerca costante dell’equilibrio, questo rispetto assoluto del limite ci riporta all’impianto fondamentale del pensiero greco che sul limite e sull’accettazione del più grande dei limiti, la morte, costruisce la sua drammaturgia. Parallelamente nel judo si dice che la costante accettazione di ricevere la tecnica dell’altro, le migliaia di cadute (simbolo della sconfitta) che si fanno nel tempo portano il judoista ad accettare per brevissimi istanti lesioni temporanee dell’io. Fino a dire che, simbolicamente, la caduta, la sconfitta sono “la morte” dell’io. La nostra tesi è che con il tempo, la pratica profonda del judo porti ad accettare con minor dramma la morte, ad accettare l’ultimo combattimento senza desiderio di vittoria o paura della sconfitta, perché l’unico modo per segnare punto alla morte è accettarla come si accetta l’inevitabile. Da qui il senso di essere parte di un ciclo e la meravigliosa sensazione di appartenere alla natura delle cose, sentire la forza della terra e con il respiro percepire l’energia del cielo. A.

CorpoMente

(…) Le radici della fisica, come di tutta la scienza occidentale, vanno ricercate nel primo periodo della filosofia greca, nel sesto secolo a.C., in una cultura nella quale scienza, filosofia e religione non erano separate. I saggi della scuola di Mileto nella Ionia non erano interessati a tali distinzioni. La loro aspirazione era scoprire la natura essenziale, ovvero la costituzione reale, delle cose che essi chiamavano φύσις. Il termine « fisica » deriva da questa parola greca e perciò significava, originariamente, lo sforzo di scoprire la natura essenziale di tutte le cose. Naturalmente, questo è anche lo scopo principale di tutti i mistici, e in effetti la filosofia della scuola di Mileto era fortemente permeata di misticismo. La cultura greca successiva definì i filosofi della scuola di Mileto « ilozoisti », cioè « coloro che pensano che la materia sia animata », poiché non facevano alcuna distinzione tra animato e inanimato, tra spirito e materia. In effetti, essi non avevano neppure un termine per indicare la materia, in quanto consideravano tutte le forme di esistenza come manifestazioni della φύσις, dotata di vita e di spiritualità. Così Talete sosteneva che tutte le cose sono piene di dèi e Anassimandro concepiva l'universo come una specie di organismo alimentato da uno « pneuma », il respiro cosmico, allo stesso modo in cui il corpo umano è alimentato dall'aria. La concezione monistica e organicistica della scuola di Mileto era molto vicina a quella delle antiche filosofie indiana e cinese e le corrispondenze con il pensiero orientale sono ancora più forti nella filosofia di Eraclito di Efeso. Eraclito credeva che il mondo fosse in perenne mutamento, in eterno « Divenire ». Per lui, la staticità dell'essere era pura illusione. Egli considerava il fuoco il principio universale, simbolo del continuo scorrere e trasformarsi di tutte le cose; riteneva che tutte le trasformazioni nel mondo nascessero dall'azione reciproca dinamica e ciclica dei contrari e pensava ogni coppia di contrari come un'unità. A questa unità, che contiene e trascende tutte le forze opposte, dava il nome di Logos. La rottura di questa unità cominciò con la scuola eleatica, secondo la quale esisteva un Principio Divino al di sopra di tutti gli dèi e di tutti gli uomini. Questo principio fu inizialmente identificato con l'unità dell'universo; in seguito tuttavia fu visto come un Dio intelligente e personificato che sta al di sopra del mondo e lo governa. Ebbe così inizio una tendenza di pensiero che alla fine condusse alla separazione tra spirito e materia e a un dualismo che divenne caratteristico della filosofia occidentale. Un passo decisivo in questa direzione fu compiuto da Parmenide di Elea il cui pensiero era in forte contrasto con quello di Eraclito. Parmenide chiamava il suo principio fondamentale l' Essere e lo considerava uno e immutabile. Riteneva impossibile il mutamento e giudicava pure illusioni dei sensi i cambiamenti che a noi sembra di percepire nel mondo. L'idea di una sostanza indistruttibile come causa delle proprietà cangianti nacque da questa filosofia e divenne uno dei concetti fondamentali del pensiero occidentale. Nel quinto secolo a.C. i filosofi greci tentarono di superare l'acuto contrasto tra le concezioni di Parmenide e quelle di Eraclito. Allo scopo di conciliare l'idea dell'Essere immutabile (di Parmenide) con quella dell'eterno Divenire (di Eraclito), essi sostennero che l'Essere è manifesto in certe sostanze invariabili le quali, mescolandosi e separandosi, danno luogo ai mutamenti che si verificano nel mondo. Questo portò al concetto di atomo, la più piccola unità indivisibile di materia, che trovò la sua espressione più chiara nella filosofia di Leucippo e di Democrito. Gli atomisti greci tracciarono una netta linea di separazione tra spirito e materia, immaginando la materia composta da diversi « mattoni fondamentali ». Questi erano particelle completamente passive e intrinsecamente inerti che si muovevano nel vuoto. La causa del loro moto non veniva spiegata, ma era spesso associata a forze esterne ritenute di origine spirituale e fondamentalmente diverse dalla materia. Nei secoli successivi, questa immagine divenne un elemento essenziale del pensiero occidentale, del dualismo tra mente e materia, tra corpo e anima. Non appena si affermò l'idea di una separazione tra spirito e materia, i filosofi rivolsero l'attenzione al mondo spirituale, più che a quello materiale, all'anima umana e ai problemi etici. Questi problemi dovevano occupare il pensiero occidentale per più di duemila anni dopo l' apice raggiunto dalla scienza e dalla cultura greca nel quinto e nel quarto secolo a.C. Le conoscenze scientifiche dell'antichità vennero sistematizzate e organizzate da Aristotele, il quale creò lo schema che doveva diventare la base della concezione occidentale dell'universo per duemila anni. Ma Aristotele stesso era convinto che i problemi riguardanti l'anima umana e la contemplazione della perfezione di Dio fossero molto più importanti dell'indagine del mondo materiale. Il' motivo per cui il modello aristotelico dell'universo non venne messo in discussione per tanto tempo fu proprio questa mancanza di interesse per il mondo materiale e la forte presa della Chiesa cristiana, che sostenne le dottrine aristoteliche per tutto il Medioevo. Un ulteriore sviluppo della scienza occidentale doveva verificarsi solo nel Rinascimento, quando gli uomini cominciarono a liberarsi dall'influenza di Aristotele e della Chiesa e mostrarono un nuovo interesse per la natura. Verso la fine del Quattrocento lo studio della natura fu affrontato per la prima volta con spirito realmente scientifico e vennero effettuati esperimenti per controllare le ipotesi teoriche. Poiché parallelamente si verificò un crescente interesse per la matematica, questo sviluppo condusse infine alla formulazione di teorie propriamente scientifiche, basate sull'esperimento ed espresse nel linguaggio della matematica. Galilei fu il primo a combinare conoscenza empirica e matematica e perciò viene considerato il padre della scienza moderna. La nascita della scienza moderna fu preceduta e accompagnata da uno sviluppo del pensiero filosofico che portò a una formulazione estrema del dualismo spirito-materia. Questa formulazione comparve nel Seicento con la filosofia di René Descartes, il quale fondò la propria concezione della natura su una fondamentale separazione tra due realtà distinte e indipendenti, quella della mente (res cogitans) e quella della materia (res extensa). La separazione <<cartesiana>> permise agli scienziati di considerare la materia come inerte e completamente distinta da se stessi e di raffigurarsi il mondo materiale come una moltitudine di oggetti differenti riuniti insieme in una immensa macchina. Una siffatta concezione meccanicistica del mondo fu sostenuta da Isaac Newton, che su questa base costruì la sua scienza della meccanica e la pose a fondamento della fisica classica. Dalla seconda metà del Seicento alla fine dell'Ottocento, il modello meccanicistico newtoniano dell'universo dominò tutto il pensiero scientifico. Era accompagnato dall'immagine di un Dio monarca che dall'alto governava il mondo imponendo a esso la sua legge divina. Di conseguenza, le leggi fondamentali della natura ricercate dagli scienziati vennero considerate le leggi divine, invariabili ed eterne, alle quali il mondo era soggetto. La filosofia di Cartesio non fu solo importante per lo sviluppo della fisica classica, ma ebbe anche un'enorme influenza su tutto il modo di pensare occidentale fino ai giorni nostri. La famosa frase di Cartesio Cogito ergo sum ha portato l'uomo occidentale a identificarsi con la propria mente invece che con l'intero organismo. Come conseguenza della separazione cartesiana, l'uomo moderno è consapevole di se stesso, nella maggior parte dei casi, come un io isolato che vive <<all'interno>> del proprio corpo. La mente è stata divisa dal corpo e ha ricevuto il compito superfluo di controllarlo; ciò ha provocato la comparsa di un conflitto tra volontà cosciente e istinti involontari. Ogni individuo è stato ulteriormente suddiviso in base alle sue attività, capacità, sentimenti, opinioni, ecc., in un gran numero di compartimenti separati, impegnati in conflitti inestinguibili, che generano una continua confusione metafisica e altrettanta frustrazione. Questa frammentazione interna dell'uomo rispecchia la sua concezione del mondo <<esterno>>, che è visto come un insieme di oggetti e di eventi separati. Si considera l'ambiente naturale come se fosse costituito da parti separate che devono essere sfruttate da vari gruppi di interesse. Questa visione non unitaria è ulteriormente estesa alla società, che viene suddivisa in differenti nazioni, razze, gruppi religiosi e politici. La convinzione che tutti questi frammenti -in noi stessi, nel nostro ambiente e nella nostra società- siano realmente separati può essere vista come la causa fondamentale di tutte le crisi attuali, sociali, ecologiche e culturali. Essa ci ha estraniati dalla natura e dagli esseri umani nostri simili. Essa ha provocato una distribuzione delle risorse naturali incredibilmente ingiusta, che crea disordine economico e politico: un'ondata di violenza, sia spontanea sia istituzionalizzata, che cresce sempre più e un ambiente inospite, inquinato, nel quale la vita è diventata fisicamente e spiritualmente insalubre. La separazione operata da Cartesio e la concezione meccanicistica del mondo hanno quindi portato nello stesso tempo benefici e danni; si sono rivelate estremamente utili per lo sviluppo della fisica classica e della tecnologia, ma hanno avuto molte conseguenze nocive per la nostra civiltà. È affascinante osservare come la scienza del ventesimo secolo, nata dalla separazione introdotta da Cartesio e dalla concezione meccanicistica del mondo, e che anzi poté svilupparsi solo sulla base di una concezione del genere, superi oggi questa frammentazione e ritorni nuovamente all'idea di unità espressa nelle prime filosofie greche e orientali. Al contrario della concezione meccanicistica occidentale, la concezione orientale è di tipo <<organicistico>>. Per il mistico orientale, tutte le cose e tutti gli eventi percepiti dai sensi sono interconnessi, collegati tra loro, e sono soltanto differenti aspetti o manifestazioni della stessa realtà ultima. La nostra tendenza a dividere il mondo percepito in cose singole e distinte e a sentire noi stessi come unità separate in questo mondo è considerata un'illusione che deriva dalla propensione della nostra mente a misurare e a classificare. Essa è chiamata avidya, o ignoranza, nella filosofia buddhista ed è considerata uno stato di turbamento mentale che deve essere superato. Le varie scuole del misticismo orientale, sebbene differivano fra loro in molti punti particolari, sottolineano tutte l'unità fondamentale dell'universo che è la caratteristica principale del loro insegnamento. L'aspirazione più elevata dei loro seguaci -siano essi Indù, Buddhisti o Taoisti - è quella di diventare pienamente consapevoli dell'unità e della interconnessione reciproca di tutte le cose, di trascendere la nozione di sé come individuo singolo e di identificarsi con la realtà ultima. Il raggiungimento di questa consapevolezza - chiamata <<illuminazione>> - non è solo un atto intellettuale ma un'esperienza che coinvolge l'intera persona e che fondamentalmente è di natura religiosa. Per questo motivo, la maggior parte delle filosofie orientali sono essenzialmente filosofie religiose. Nella concezione orientale, quindi, la divisione della natura in oggetti separati non è fondamentale e ciascuno di tali oggetti ha un carattere fluido e continuamente mutevole. La concezione orientale del mondo è perciò intrinsecamente dinamica, e il tempo e il mutamento ne sono elementi essenziali. Il cosmo è visto come una unica realtà indivisibile, in eterno movimento, animata, organica: materiale e spirituale nello stesso tempo. Poiché il movimento e il mutamento sono proprietà essenziali delle cose, le forze che causano il movimento non sono esterne agli oggetti, come nella concezione della Grecia classica, ma sono una proprietà intrinseca della materia. Corrispondentemente, l'immagine orientale della divinità non è quella di un sovrano che dirige il mondo dall'alto, ma quella di un principio che controlla ogni cosa dall'interno: Colui che, risiedendo in tutti gli esseri, da tutti gli esseri è diverso, lui che tutti gli esseri non conoscono, per il quale tutti gli esseri sono corpo, lui che governa dall'interno tutti gli esseri, questi è il tuo atman, l'intimo reggitore, l'immortale. (Brhad-aranyaka-upanisad) Dai prossimi capitoli risulterà chiaro che i principi fondamentali della concezione orientale del mondo sono gli stessi che ritroviamo nella visione del mondo che sta emergendo dalla fisica moderna. Lo scopo che mi propongo con queste pagine è di far capire come il pensiero orientale e, più generalmente, il pensiero mistico forniscano alle teorie della scienza contemporanea un importante e inerente riferimento filosofico: una concezione del mondo nella quale le scoperte scientifiche dell'uomo possono trovarsi in perfetta armonia con le sue aspirazioni spirituali e la sua fede religiosa. I due temi fondamentali di questa concezione sono l'unità e l'interdipendenza di tutti i fenomeni e la natura intrinsecamente dinamica dell'universo. Quanto più profondamente penetriamo nel mondo submicroscopico, tanto più ci rendiamo conto che il fisico moderno, parimenti al mistico orientale, è giunto a considerare il mondo come un insieme di componenti inseparabili, interagenti e in moto continuo, e che l'uomo è parte integrante di questo sistema. La concezione del mondo organicistica, <<ecologica>>, delle filosofie orientali è senza dubbio una delle principali ragioni dell'immensa popolarità che esse hanno recentemente ottenuto in Occidente, specialmente tra i giovani. Nella nostra cultura occidentale, che è ancora dominata da una visione meccanicistica e frammentata del mondo, un numero crescente di persone ha visto in essa la ragione che sta alla base della diffusa insoddisfazione presente nella nostra società e molti si sono rivolti alle vie orientali di liberazione. (…) Dal 1° capitolo de Il Tao della fisica di Fritjof Capra - Ed. Adelphi

Riflessioni allo specchio

Abbiamo invitato Giuseppe Di Cesare al consueto salotto del mercoledì perché è un amico, innanzitutto, e perché sentivamo che avrebbe potuto aggiungere un tassello alle domande che negli ultimi tempi ci stiamo ponendo. Siamo partiti dall’empatia, facendo riferimento alla collaborazione di Giuseppe con Giacomo Rizzolati, padre dei neuroni specchio. “(…..) La scoperta dei neuroni specchio indica che il sistema motorio è l’impalcatura su cui è costruita la nostra comprensione delle azioni degli altri. Si noti che quando parlo di sistema motorio includo anche i sistemi emozionali, motori già nell’etimologia della parola. Ne consegue che anche la comprensione vera delle emozioni altrui risulta essere empatica, e che pure queste emozioni son from inside.” (Rizzolati G., In te mi specchio, 2016 ed. Bur) Le zone del cervello che si attivano nelle relazioni empatiche, che hanno a che fare col sentire ciò che l’altro sente, sono sia motorie che emotive. Nel judo, ad esempio, si sente l’altro in modo motorio, l’informazione dell’altro giunge attraverso il contatto. Si riesce a percepire l’altro anche dalla sua postura, da come si muove, da come fa il saluto. I neuroni specchio si attivano anche guardando l’altro muoversi e combattere e innescano in noi delle risposte che creano connessioni proprio come se stessimo muovendoci con lui, o come lui. Per questo è importante, ad esempio durante una competizione, osservare l’avversario prima di affrontarlo, perché è come se ci stessimo allenando fisicamente al confronto. La ripetizione del gesto rende più forti le connessioni neurali e più veloce il meccanismo con cui il cervello richiama queste azioni quando servono. Durante il combattimento richiamiamo quelle azioni che abbiamo ripetuto con una velocità di esecuzione che è proporzionata al tempo e al numero di volte in cui le abbiamo esercitate. Se durante l’azione si comincia a pensare (alla paura della sconfitta, alla morte, al desiderio di vittoria..), il cervello non richiama più le azioni motorie in automatico e con la stessa velocità a causa di una sorta di “sovraccarico mentale” che impedisce al flusso di informazioni motorie di intervenire in modo automatico. Per le neuroscienze mente e corpo sono una cosa sola, non esiste distinzione, essendo la mente il centro che regola il sistema motorio ed emotivo e il cervello l’organo da cui dipendono le funzioni vitali. Rizzolati spiega la differenza tra dualismo mente-corpo, che per la scienza non esiste, e dualismo anima-corpo che ha a che fare col misticismo, dando un’interpretazione originale e provocatoria del pensiero di Cartesio: “(…..) Una delle ragioni per cui i miei insegnanti ci facevano studiare certi testi di filosofia è che (…) sia gli scienziati sia i filosofi si sono interrogati su cos’è questo oggetto particolare, o meglio quest’organo da cui dipendono le nostre funzioni vitali……(...)per quanto riguarda le neuroscienze, la figura più importante è quella di Cartesio (….). Cartesio è stato il primo che , nel discorso sul metodo, si è interrogato tanto sulla mente quanto sul corpo. (…) il dualismo cartesiano non solo ha permesso, ma è stato essenziale per lo sviluppo della scienza dell’uomo, liberandola dalle scorie vitalistiche. Cartesio ha compiuto un’azione rivoluzionaria per i suoi tempi, per quell’epoca era inaudito pensare a un’anima della quale ci si poteva disinteressare e, distinto da essa, a un corpo da studiare come se fosse una macchina…(…..). Ai suoi occhi il corpo è una struttura meccanica che si può osservare impiegando le stesse tecniche con cui si studia la natura. Noi oggi, talvolta non ci rendiamo conto di questa impostazione e le assegniamo un significato diverso. (….) Da un lato egli accolse, con grande interesse, gli sviluppi della scienza moderna; dall’altro però non potè evitare che la teologia potesse esercitare i suoi diritti sul mondo. (…) Di qui il famoso “dualismo”, la cui giustificazione è riconducibile al fatto che se non si fossero separate le sostanze (materia e spirito, corpo e anima) entrambe ne sarebbero uscite confuse e irrimediabilmente danneggiate.” (Rizzolati G., In te mi specchio, 2016 ed. Bur) Per poter combattere bene devi essere anche intelligente, poiché lo sport richiede un’azione muscolare, ma soprattutto mentale. Il saper fare è alla base della nostra intelligenza motoria. Se ci allontaniamo da ciò che sappiamo fare in nostro cervello non risponde più agli stimoli. E’ per questo ad esempio che nei bambini autistici alcuni studi hanno evidenziato che i neuroni a specchio sembrano avere un basso funzionamento. Un bambino autistico riesce a vedere un’azione motoria, ma non riesce a capirne l’intenzione (se la persona è aggressiva, arrabbiata, divertita). Si è pensato che possa essere dovuto ad una mappatura del loro sistema di connessioni nervose diverso da persone non autistiche, sarebbe necessario avvicinarsi al loro schema motorio per capire il loro stile di comunicazione. Questa cosa si può osservare nei bambini emiplegici i quali apprendono di più dall’esempio di altri bambini con gli stessi problemi perché li percepiscono più vicini al loro sistema motorio. In generale si riesce ad apprendere ciò che più si avvicina al nostro schema mentale. Per questo è importante arrivare all’insegnamento delle tecniche partendo dai fondamentali, da movimenti semplici che gli schemi motori degli allievi riescano a riconoscere come affini. Il nostro cervello infatti, possiede delle strutture neuronali innate, una sorta di vocabolario di atti motori (afferrare, spingere…) che attraverso l’esperienza creano collegamenti, vere e proprie catene di atti motori più complessi. Se mostro un’azione complessa ad un bambino che ancora non ha sviluppato le connessioni motorie utili ed essenziali ad agirla, non sarà in grado di ripeterla nella maniera corretta; il suo corpo non sarà in grado di capirla. E’ utile quindi spezzare un’azione complessa in azioni più semplici aggiungendo nuovi anelli alla catena in modo progressivo. L’empatia è fondamentale per l’apprendimento perché più si comprende l’altro più si può crescere con l’altro e apprendere dall’altro. La mancanza di empatia si può facilmente riscontrare quando in un sistema si instilla la paura dell’altro o la diffidenza. Siano di esempio i comportamenti razzisti (l’altro è diverso da me) o, viceversa, chi sceglie di non mangiare carne perché, in un certo senso, è in empatia con gli altri animali.

Flow

Articolo estratto dal blog di Cristina Piccin, judoka e preparatrice mentale, https://www.factorpmentalpreparation.com/ Lo "stato di grazia", grazie all'allenamento “Pensare? Come si può pensare e colpire la palla nello stesso istante?!” Yogi Berra - giocatore di baseball Vi siete mai chiesti cosa succede nel nostro cervello e nel nostro corpo quando una tecnica, un movimento, un'azione ci sembra così facile da eseguire in un combattimento, in una partita, in un'esibizione o ad esempio quando quella corsa o quella gara ci era sembrata scivolarci tra le dita, portandoci senza alcuna fatica alla vittoria e ad una delle nostre migliori prestazioni? Per noi sportivi più esperti questa non è cosa rara e spesso rimane sempre impressa nei nostri ricordi di gara, affermerei quasi, che ricerchiamo addirittura questa sensazione, questo “stato di grazia”.
Né ho avuti diversi nel mio percorso di judoka, e spero e - aggiungerei - lavoro per poter essere aperta a questo “stato psicologico ottimale” il giorno della gara nel futuro. Me ne ricordo uno ancora con preciso, grazie ad un video che mi fu stato fatto dell'ippon (ippon = parola che indica il punto massimo nel judo che attribuisce al judoka la vittoria nel combattimento) – sottolineo qui l'importanza della presenza del video come strumento di oggettività e di ricerca per gli allenatori e gli atleti nella preparazione mentale/tattico-tecnica post-competizione.
Mi trovavo in un Continental Open a Bucarest, in un combattimento con un'avversaria (a mia insaputa, forse per fortuna) medagliata in Grand Slam. Quel giorno avevo molta energia e nessun pensiero di risultato nella testa, volevo “solo far judo”, “solo combattere, divertirmi ed esprimermi” essendo una delle mie prime competizioni in quella categoria di peso a quel livello internazionale. Se non avessi visto il video in seguito, ricorderei solamente il tatami e la scena illuminata dai riflettori tipici delle gare IJF (Federazione Internazionale di Judo), la mia avversaria e la sua strategia che avevo capito sin dalla prima azione e un unico pensiero in testa: attendere con pazienza che si esponesse di nuovo in quella strategia per lanciare la tecnica adatta, che era un mio cavallo vincente.

Tuttavia questo è il frutto dell'analisi fatta in seguito con il mio preparatore mentale dell'epoca, poiché come tutti gli atleti degli sport di combattimento sanno, il tempo vola velocissimo sulla materassina: non né abbiamo per riflettere ed essere coscienti dei nostri pensieri, come ci dice appunto Yogi Berra. Quest'unico pensiero tecnico piombò nella mia mente solo un millesimo di secondo, come fosse un suggerimento intuitivo dal fondo del mio cervello. Poi, di colpo qualche secondo dopo mi ritrovai sopra l'avversaria udendo l'arbitro che mi assegnava la vittoria. Sapevo di aver fatto quella tecnica, ma non ero capace di ricordarmene consciamente e dettagliatamente. Ero pienamente vigile e concentrata, ma non del tutto cosciente. Come direbbero i giovani che seguo oggi: “è partita da sola, come se non fossi stato io a farla, ma solo a volerla ed ero certo che fosse la risposta giusta”.
Certamente non sono e non sarò l'unica atleta a testimoniare tali eventi che rendono lo sport un'educazione e un'attività di crescita personale d'eccellenza: tutti voi avrete in mente un episodio simile.
Torniamo però alla teoria. Tale fenomeno non è esclusivo agli atleti, ma anche agli artisti durante un concerto, uno spettacolo, un'esibizione, ed anche ai manager e dirigenti durante le conferenze, le negoziazioni aziendali di fronte a possibili clienti influenti. Il “flow”, il nome scientifico che descrive questo stato mentale emerso nel 1970, è caratteristico dell'Uomo in generale. Esso si può manifestare anche nei momenti di pienezza e di felicità di fronte ad un paesaggio che ci commuove ad esempio.
Nella psicologia dello sport un grande numero di studi si sono consacrati agli stati motivazionali. Inizialmente essi si interessavano solamente alle emozioni negative, in seguito scienziati come Csikszentmihalyi, Jackson, Lubinski, Benbow, Buss, ed altri, negli anni '90 e 2000 hanno dato vita ad una corrente di ricerca diversa: la psicologia detta positiva, focalizzandosi soprattutto sui meccanismi messi in atto da chi raggiunge l'eccellenza e la gioia in diversi ambiti. Essa si definisce come “la scienza dell'uomo” che tenta di comprendere come insegnare alle giovani generazioni le variabili (ottimismo e perseveranza), secondo Csikszentmihalyi e Seligman (2000).
Nel 1975 Csikszentmihalyi ha definito il FLOW come “uno stato di attivazione ottimale nel quale il soggetto è completamente immerso nell'attività”. Questa esperienza è qualificata come “autotelica”, ovvero “che ritrova la sua fine in sé stessa”. In effetti, qui vorrei sottolineare quanto sia primordiale che la motivazione provenga da qualcosa di più profondo che il raggiungimento di un semplice risultato, di un premio o di una riconoscenza. Non è quindi una semplice supposizione l'affermare che per raggiungere i livelli più alti in un certo campo, sia necessario avere motivazioni radicate e in armonia con noi stessi e nostri valori. Pertanto il ruolo dell'allenatore, il suo modo di lavorare con i giovani e la presa di consapevolezza dell'atleta sono primordiali (ma questo sarà oggetto di un altro articolo).
Questo scienziato dal nome complicatissimo, che noi tutti specialisti del settore non abbiamo ancora imparato a pronunciare per quanto sia riconosciuto, ha identificato diversi elementi indicatori dell'apparizione e dell'intensità del flow: l'assenza di stress, ansia e noia una percezione di emozioni positive in quel dato momento dei feedback chiari (dalla situazione o dall'allenatore) la focalizzazione della propria attenzione sull'azione e non su altro una percezione di un equilibrio tra le proprie competenze e la sfida da affrontare, per essere motivati Come potete notare da questi punti, la sicurezza in sé stessi dello sportivo, della squadra e anche dell'allenatore sono un ingrediente che racchiude in sé tutti questi punti, pertanto è interessante allenarli ogni giorno in modo complementare alle sedute di preparazione fisica, tattica e tecnica e nel situazionale. Per poter condurre gli atleti ad essere disposti ad un tale stato psicologico, un lavoro precedente di costruzione sulle abilità mentali forti è consigliato.
Pertanto il concetto di flow ha una rilevanza centrale nella pratica sportiva, in quanto è possibile poter portare gli atleti a riuscire ad allenare questa predisposizione ad uno stato ottimale di prestazione. Tale stato equivale, infatti, ad un elevato livello di focalizzazione dell'attenzione e di sicurezza nelle proprie capacità, da parte degli atleti più esperti, che riescono a selezionare inconsciamente le informazioni più rilevanti per raggiungere la prestazione. Avendo ricevuto feedback costruttivi, concreti e chiari durante gli allenamenti, una sicurezza sulle azioni da effettuare in situazioni di sfida (come quella della gara) è possibile.
Un antipatico paradosso
Siccome esso è uno “stato di coscienza modificato”, più l'atleta lo ricerca, riflettendoci, pensandoci, ostinandosi nella produzione di tale flow, meno è raggiungibile. Come gli studi dimostrano esso si produce nel momento in cui siamo completamente immersi nell'azione, nell'attività, pertanto non nella riflessione che è tipica della parte cognitiva del nostro cervello che racchiude il ragionamento. Esso è composto da ingredienti più complessi che si nascondono nell'azione, nelle emozioni e nell'allenamento sul lungo termine. Portando l'esempio del mio sport – il judo - quante volte abbiamo voluto riprodurre quella tecnica in combattimento, quella stessa azione che ci aveva portato alla vittoria in maniera automatica, ma invano. E, al contrario, proprio quando la nostra mente è rilassata e concentrata nel insieme del combattimento le migliori mosse vengono compiute!
Non è questo forse l'obiettivo dell'allenamento? Un susseguirsi di feedback, di errori e di correzioni che ci portano all'automaticità intelligente?

Un giorno il mio allenatore mi disse (e tutt'ora a volte me lo ricorda!): “Me ne frego se cadi. Non serve a niente essere sicuri in allenamento. Ti alleni per la gara. Ti alleni per essere sicura in gara.” Aveva e ha capito tutto.

Educare il conflitto

Contributo estrapolato dal libro "Filosofia delle Arti Marziali, percorsi tra forme e discipline del combattimento", ed. Mimesis, su gentile concessione dell'autore Marcello Ghilardi, ricercatore in Estetica all'Università di Padova. All’ingresso di molti templi buddhisti, in Giappone, si stagliano due figure imponenti, dal chiaro aspetto marziale, che incutono timore e rispetto. Sono i cosiddetti Kongo Rikishi 金剛力士, “potenti ufficiali adamantini”, chiamati anche Nio 仁王, “Re benevoli”. Nonostante il loro aspetto truce, infatti, le due figure sono positive; hanno il compito di difendere i cancelli d’entrata dei templi e di sconfiggere gli spiriti maligni. Ciascuno si erge a un lato della porta d’ingresso, ma l’atteggiamento dei due è complementare: uno (nominato Agyō 阿形) ha la bocca aperta, e sta espirando, come se fosse in fase di attacco o di avanzamento, di emissione di energia; l’altro (Ungyō 吽形) tiene la bocca chiusa, inspira, è in atteggia- mento di difesa o di ricezione. Il cancello meridionale (Nandaimon) del tempio (Todai-ji 東大寺) di Nara offre uno degli esempi più impressionanti e suggestivi di queste sculture lignee, risalenti ai primi anni del XIII secolo, alte quasi otto metri e mezzo. Anche in questo caso, l’uno è in atteggiamento yang, l’altro è in atteggiamento yin. L’emissione del respiro della gura Agyō coincide con il suono “ah” e con la nascita, l’inizio, l’origine; l’inspirazione coincide con il suono “uhn”, oppure “om”, e indica la morte, la ne, il ricomporsi della molteplicità nell’unità.
1 Probabilmente un innesto delle divinità hindū nella cultura artistica e religiosa del buddhismo, le figure dei Niō vennero introdotte in Giappone intorno al VII-VIII secolo. La coppia più antica di queste divinità guardiane in Giappone risale al 711 circa e si trova presso il tempio Hōryūji 法隆寺, a Nara.
Sarebbe interessante provare a svolgere uno studio comparato di storia dell’arte, operando un confronto tra queste figure – così caratteristiche, nel loro costellare molti templi buddhisti – e alcune figure teriomorfe, ancor più impressionanti, tipiche della cultura e dell’architettura gotica europea, per esempio. Non è questo però l’intento qui. La peculiarità delle sculture dei Niō è notevole perché esibisce in maniera artisticamente maestosa la presenza di corpi umani, chiaramente allenati al combattimento, che si ergono a protezione di luoghi sacri; la dimensione del religioso – di un religioso eminente- mente non violento come è lo spirito del buddhismo – si coniuga con figure che devono incutere timore e rispetto, figure che sono in un palese atteggiamento bellicoso, ancorché prive di armi. Un aspetto ancor più cruciale che va sottolineato è la connessione tra l’esercizio ascetico, l’itinerario spirituale buddhista e la “via” marziale: due sentieri apparentemente molto distanti, se non addirittura antitetici, che finiscono paradossalmente per fondersi o per lo meno per riconoscersi come due possibili varianti di un’unica grande Via, la quale conduce alla piena realizzazione dell’essere umano. Senza dubbio anche in altre culture – a partire dalla stessa cultura europea – si possono individuare figure che incutono timore, o addirittura di aspetto mostruoso, che campeggiano presso l’ingresso di templi, di luoghi sacri o di chiese; la presenza di sculture come quelle dei Niō non costituisce in questo senso un unicum nel panorama mondiale. Anche le immagini degli arcangeli guerrieri, fatte le debite proporzioni e inquadrate nel tessuto specifico della teologia e della religiosità occidentale, potrebbero rappresentare degli interessanti motivi di confronto e comparazione. Una peculiarità evidente e caratteristica delle figure guerriere nel mondo giapponese, tuttavia, è data dal fatto che ancora oggi si dà, come concreta possibilità di pratica, l’intreccio e per certi versi anche la sovrapposizione tra itinerari di carattere spirituale e discipline che formano al combattimento.
In Occidente la tradizione cristiana da un lato e la modernità laica dall’altro hanno nito per esautorare o svuotare di un significato autenticamente spirituale la dimensione etico-formativa di altre prati- che o discipline, come potevano essere un tempo la filosofia, alcune pratiche del corpo, o forme di meditazione ed esercizi ascetici non cristiani; inoltre, la tendenza ad accentuare modelli dualistici nella rappresentazione del rapporto tra la mente e il corpo non ha lasciato molto spazio alla possibilità di far fruttare – salvo rare eccezioni – forme di pratica psico- fisiche, nelle quali un lavoro intenso sul corpo sia inteso anche come esercizio spirituale e viceversa. Come scrive Michel Foucault, [...] la spiritualità postula che il soggetto si modifichi, si trasformi, cambi posizione, divenga cioè, in una certa misura e fino a un certo punto, altro da sé, per avere diritto di accedere alla verità. La verità è concessa al soggetto solo a condizione che venga messo in gioco l’essere stesso del soggetto, poiché così com’egli è, non è capace di verità. [...] Credo che eros e askesis siano le due grandi forme attraverso cui, nella spiritualità occidentale, sono state concepite le modalità in base alle quali il soggetto doveva essere trasformato per diventare, alla fine, un soggetto capace di verità.
L’impressione è che in alcuni luoghi culturali e in alcune tradizioni, che pure hanno incrociato – e inizialmente subìto – il passaggio attraverso la modernità dell’Occidente, alcune forme di askesis che passano attraverso l’educazione del corpo abbiano mantenuto se non addirittura aumentato il loro valore. Probabilmente ciò che oggi affascina e attrae di quel particolare tipo di askesis, di “esercizio” o “disciplina”, rappresentato dalle “arti marziali” – sfrondate da ogni forma di “machismo” o di stravolto culto della forza – è proprio questo: l’esercizio sul corpo e sulla psiche che una disciplina di combattimento richiede resta, anche e forse a maggior ragione nella società contemporanea, uno dei pochi luoghi in cui non si tratta solo di “conoscere” qualcosa a livello intellettuale, per raggiungere una qualche forma di verità su di sé. Tali pratiche, cioè, esigono dal soggetto una metamorfosi, una trasformazione integrale, al fine di permettergli un accesso a una verità o a una forma di comprensione più profonda di sé, quindi anche dei suoi limiti; ed è per questo che effettivamente può avere un significato non avventizio definirle con il nome di “arti”. La stessa lingua sino-giapponese sembra particolarmente adatta a esprimere l’unione intima di quelle che solo per comodità analitica distinguiamo come parte materiale, sensibile, esterna (il corpo) e la dimensione invisibile, interiore, immateriale (mente, anima o spirito). Il binomio giapponese shinjin (in cinese pronunciato shenxin) indica proprio l’indissociabilità delle due dimensioni, che formano in realtà un tutt’uno: “corpo-mente”, o “corpo-spirito”. Una disciplina di combattimento con finalità educative, che non si limiti alla mera esecuzione di tecniche, tocca l’interezza di questo “implesso”. La psiche è qualcosa di “esteso”, come intuì Freud, non è una “cosa” accanto ad altre, con la specificità di essere una “cosa” immateriale, intangibile, che non occupa alcun luogo. Ciò non significa affatto attribuire alla psiche o alla mente un luogo ben preciso, localizzato nel cervello. Si tratta al contrario di immaginarla nella sua dimensione anche estetica, percettiva, intramata di mondo; la percezione di sé, l’autoconsapevolezza, i processi mentali sono intrecciati con i gesti corporei, c’è un continuo andirivieni tra ciò che definiamo “mondo esterno” e “mondo interiore”. In questo senso la nostra mente si protende – grazie anche ai sensi – nell’ambiente circostante, senza limitarsi appunto alla scatola cranica. Potremmo allora definire in prima battuta una disciplina di combattimento, che non si voglia limitare all’apprendimento di tecniche lesive o di autodifesa, come un’arte o una “via” (dō) di auto-educazione attraverso un uso consapevole del corpo, nell’interazione con un’alterità non (sempre) collaborativa. Quest’ultima parte è decisiva, se si vuole dare all’esperienza del combattimento un significato più che solo simbolico: solo a patto di non sapere che cosa il compagno di pratica (o “l’avversario”, se si accetta di impiegare questo termine in modo non negativo né tanto meno spregiativo: adversarius è chi si rivolge non solo o non necessariamente “contro” di me, ma che più semplicemente mi fronteggia, mi è di fronte e volge lo sguardo verso di me, quindi non nel verso in cui io stesso guardo) sta per fare io posso davvero fare esperienza dell’imprevisto, cercando di adattare le mie risposte a situazioni in parte note (ogni combattimento codificato ha le sue regole) ma in buona parte ignote. È in questo modo che si può costituire insieme all’altro uno spazio-tempo qualitativamente differente da quello in cui non ci si allena, in cui non si pratica e non si sperimenta quella situazione di stress e di estrema concitazione in cui tutti i sensi sono allerta. L’alterità non viene quindi respinta né temuta, ma integrata in un processo creativo che innalza i due partner a un livello di capacità e di coscienza superiore a quello nel quale si trovavano in precedenza. Senza dubbio tutto o quasi nell’esperienza del combattimento può essere piegato agli istinti più bassi – volontà di sopraffazione, affermazione dell’ego, superomismo; vi è anche il rischio di indulgere in forme di nevrosi o di paranoia, incoraggiando l’aggressività invece di ridurla. Analogamente, come ha sottolineato il maestro André Cognard, lo studio di un’arte marziale offre strumenti di comunicazione extra-verbale e di consapevolezza del corpo – strumenti assai utili non solo per chi ha poca dimestichezza con le parole e fa fatica a narrarsi o a oggettivare certe sensazioni – ma può anche incentivare la tendenza a sfuggire all’elaborazione verbale e concettuale. Questo è un aspetto che abbastanza di frequente si nota in molti praticanti e anche in numerosi maestri, che “si rifugiano” nella sola pratica non verbale – che senza dubbio resta l’elemento caratterizzante e ineludibile per ogni insegnamento e apprendimento di questo genere, rifuggendo, e talvolta schernendo, chi cerca di rendere ancora più profonda e perspicua quella stessa pratica attraverso l’uso di parole, con lo studio di testi, con il confronto dialogico e con l’istruzione di domande, più che nel tentativo di fornire risposte definitive. Se l’elaborazione verbale non può essere assunta come parametro assoluto, o come il punto di vista ultimo in base a cui giudicare la pratica, nemmeno può essere sottovalutata o esclusa, in special modo nel contesto occidentale moderno, dove la parola è uno strumento indispensabile per la crescita della persona. Il fatto che forme di pratica del corpo possano almeno in parte sanare o lenire l’eccesso di verbalizzazione e di immagini che ci circonda oggi, per recuperare un rapporto più equilibrato con parti del sé spesso trascurate (le sensazioni cinestetiche, l’uso educato degli arti, le risposte in situazione di stress) non significa che esse debbano surclassare o abolire l’uso della ragione e della parola, nel tentativo costante di rendere conto a se stessi e agli altri rispetto a ciò che si sta facendo. Senz’altro una pratica corporea come quella che educa al confronto fisico, senza che tale confronto si limiti a uno scontro di ego, mostra che esiste un linguaggio non concettuale, che non si risolve nel pensiero – anche se eventualmente può pure fungere da stimolo per il pensiero. Parola e silenzio, esercizio silente e riflessione verbale possono rappresentare una sorta di respirazione, un movimento fisiologico dell’intelligenza umana, nell’alternanza di pieno e vuoto, yang e yin, espirazione e inspirazione – proprio come mostrano le figure dei Niō all’ingresso dei templi buddhisti: invito non solo a desistere dall’accesso per gli spiriti malvagi, ma anche ad apprendere la necessaria arte dell’alternanza e della complementarità, per chiunque desideri davvero entrare in quel luogo sacro. Come intendere l’accesso a questo tempio, al luogo recintato, ritagliato, separato dal mondo profano della pratica? Il luogo “esoterico” delle discipline di combattimento si trova là dove il soggetto apprende a integrare identità e alterità, facendo buon uso delle pulsioni aggressive che abitano ogni psiche, trasformando aggressività e violenza in capacità di relazione. Maestro è chi ha imparato, per così dire, a dare forma a una forza altrimenti ineducata e incontrollata, che potrebbe non trovare sfogo né argine. Se non ha alcuna forma in cui incanalarsi, attraverso cui esprimersi in modo coordinato e controllato, l’energia (libidica, pulsionale, sica, mentale) può finire per generare lacerazioni o nevrosi. Uno dei compiti difficili per ogni soggetto nel cammino verso la propria individuazione, e in particolar modo nella nostra epoca attraversata da così tanti rivolgimenti e tensioni, è esattamente quello di trovare le forme adeguate (anche a livello sociopolitico) per governare forze incontrollate, energie in movimento. Educare e educarsi alla violenza e al conflitto, inteso in questi termini, significa ridefinire costantemente se stessi attraverso la pratica di una disciplina che richiede una verifica costante, una messa alla prova dell’alterità. Con il passare degli anni si scopre che un addestramento di questo tipo non è solo lineare e progressivo – si migliora un giorno dopo l’altro, un anno dopo l’altro –, è anche circolare, perché ci si ridefinisce sempre, si torna su di sé investendosi nel processo formativo, ci si riprende di continuo; la “via”, dō, consiste anche di fasi in cui si segna il passo, si ha l’impressione di retrocedere addirittura e di involversi dal punto di vista tecnico, per poi scoprire magari di migliorare all’improvviso, ma ogni passo avanti – tecnico o morale – deriva sempre da una forma di fiducia e di costanza. Detto per inciso, tale costanza non è da confondersi con una stolida e acefala ripetizione delle tecniche, o con un adeguamento deistico e acritico alle parole del maestro. Essere tenaci nella pratica può talvolta significare anche saper assumere una distanza da essa, temporaneamente, o integrarla con altri percorsi formativi, in modo tale da arricchirne il senso e le possibilità espressive.
Se da un lato l’esercizio del combattimento, come già si è detto, corre il rischio di rinvigorire e incentivare fantasmi reazionari di onnipotenza (con cui si identificano purtroppo molti praticanti o sedicenti tali), dall’altro una pratica esclusivamente dedita alla ripetizione di forme in solitario corre il rischio, speculare, di solleticare modelli di proiezione narcisistica del tutto avulsi dal confronto con un reale che si fugge per timore di dover correggere e riformulare il proprio punto di vista e gli stessi principi che regolano il modo in cui si pratica. Secondo André Cognard l’attacco violento è causato dall’assenza di un “luogo” coscienziale in cui rappresentarsi: “Se non c’è spazio interno, qualsiasi discorso è inutile perché non può essere accolto, infatti per accoglierlo la coscienza dovrebbe potersi rappresentare come mutabile e ciò non è possibile se non concepisce lo spazio del movimento di questa evoluzione”. La rappresentazione dell’attacco non coincide con la sua integrazione, se non c’è uno spazio vuoto di accoglienza di quel conflitto interno. L’iniziazione a una pratica di combattimento consente di contenere e sciogliere il nucleo violento dell’esistenza – che è presente in ciascuno, in modi diversi – per istruire la relazione con l’altro. Non bisogna ignorare la presenza di tensioni; si tratta di organizzare la possibilità di renderle produttive, creative. Ancora una volta, l’uso della nozione di “arte” sottolinea tale possibilità: una “messa in forma” del conflitto genera un rinnovato ordine – sempre in divenire e creativo – all’interno del soggetto. La tecnica è l’espediente per far lavorare insieme mente, corpo e coscienza (in quanto centro unificatore), dal momento che i processi inconsci transitano e si elaborano a maggior ragione nelle pratiche e nella consapevolezza corporee, nella ritualità dei gesti. L’intuizione dei maestri è che la violenza venga mediata e trasformata attraverso un lavoro con il corpo, e non esclusivamente tramite la parola.
Il combattimento costituisce un modo, più o meno codificato e perciò mediato, di rappresentazione della violenza, di sua messa in scena. Come uno dei meccanismi di fondo della “rappresentazione” (mimesis) tragica in epoca classica, il cui funzionamento è stato descritto da Aristotele nella Poetica, così l’esercizio della lotta può produrre una forma di catarsi, di purificazione: si figura la violenza e la si agisce, all’interno del ring o sul tatami, cioè in un luogo e in un tempo deputati e normati, perché essa non debordi e non si diffonda oltre ogni limite. Si mette in scena la violenza per scongiurarne il dilagare nella società, o nella vita quotidiana dei singoli.
Una “via” marziale dice dunque che esistono tecniche corporee le quali, mentre permettono di scaricare alcune pulsioni violente, possono educare il “corpo-mente” (shinjin) e lo integrano attraverso una ritualizzazione e una simbolizzazione anche della morte. Ogni colpo ricevuto, ogni atterramento, ogni knockout, ogni ippon subìto è un’esperienza di morte dell’io; imparare a reggere tale frustrazione, senza poi reagire in maniera incontrollata, è un tipo di insegnamento a maggior ragione fondamentale, in un’epoca in cui molti disagi psichici dipendono proprio dall’incapacità dei soggetti – spesso adolescenti, ma non solo – di gestire il fallimento, la frustrazione, le ferite narcisistiche. Il linguaggio del corpo, che non si oggettiva immediatamente nel pensiero logico-razionale, ma in una coscienza infra-verbale e infra-psichica, dà adito a un tipo di percezione che precede il pensiero logico e educa sfruttando risorse non solo cognitive in senso tradizionale. Si tratta quindi di un’educazione fisica ed emotiva prima ancora che logico-razionale. È un dettaglio che va sottolineato, perché quando si parla di “comprensione” o di “apprendimento” nella nostra modernità si tende a pensare, fatalmente, a processi di natura mentale, alla possibilità di mettere in parole o in formule algebriche una serie di contenuti. Qui è in gioco invece un tipo di comprensione, che potremmo definire anche intuitiva, tramite cui si possa essere in grado di non farsi preda delle proprie e delle altrui proiezioni mentali, di accogliere le tensioni psichiche ed emotive riuscendo a integrarle, di non sentirsi in pericolo di fronte all’alterità, rendendola invece occasione di un’esperienza creativa.
Come esiste un linguaggio non concettuale, così esiste un “pensiero del corpo”, analogo a quello che si incarna nella mano del pittore o dello scultore, nel gesto dell’attrice o della danzatrice; la dimensione estetica – percettiva, sensoriale – si configura come quella preliminare a ogni ulteriore costruzione di senso. Come ha scritto Jacques Derrida in relazione alle “arti dello spazio”, anche in questo ambito “è necessario dire che vi è pensiero, una cosa che produce del senso senza appartenere all’ordine del senso, che eccede il discorso filosofico e rimette la filosofia in questione, che contiene una potenziale rimessa in questione della filosofia, che va al di là della filosofia”.
Il corpo può elaborare non concettualmente l’esperienza di spazialità e temporalità. Ciò accade anche per altre discipline, senza dubbio, come la danza o il teatro; le arti del combattimento uniscono a uno sviluppo della propriocezione e della consapevolezza corpo- rea, come già accennato, in precedenza, la tensione conflittuale con un corpo antagonista, che coopera all’autoeducazione in modo paradossale, cioè proprio non collaborando ma opponendosi. A questi aspetti si può aggiungere – per quanto non sia essenziale – anche l’aspetto formativo della competizione, che quando non viene assunta come unico obiettivo della pratica si rivela un ottimo contesto per mettere alla prova la propria capacità di reagire a stimoli nuovi, al di fuori della protezione e della comodità del consueto luogo di addestramento. Immergersi in un combattimento attiva una sorta di pulsazione tra i soggetti coinvolti. Da un lato, nella lotta si apre un “tra”, dove propriamente ha luogo il contrasto; dall’altro, il modo in cui il conflitto viene gestito riflette sempre il modo in cui sono gestite le interazioni e i conflitti interni da ogni soggetto nella sua singolarità. Tra io e altro, tra interno ed esterno, il ritmo dell’incontro estrae il soggetto dalla chiusura autocentrata, lo costringe a uscire da sé. Spazio e tempo si qualificano in modo del tutto differente rispetto alla normale misurabilità: dall’esterno, certo, si può sempre calcolare con agio le distanze in metri, gli intervalli temporali in secondi; tuttavia, i soggetti coinvolti abitano quello che il maestro Tokitsu Kenji ha chiamato un “tempo esploso”, non riducibile alla cronometria convenzionale. Si può dire che la riuscita di una pratica di questo tipo dipende in misura determinante dalla qualità dello spazio-tempo che si riesce ad abitare. Non è solo questione di prontezza di riflessi, perché la relazione con l’alterità, con i suoi movimenti e con le sue azioni, è tanto migliore quanto più sa accordarsi intuitivamente a una “cadenza” (hyoshi) non regolabile. Le tecniche si svolgono nel tempo, eppure ciascuna apre a una dimensione estetica ed estatica, per cui un centimetro e un decimo di secondo sono intervalli enormi, o in cui attacco, difesa e contrattacco accadono insieme, in un unico fluido movimento – anche se per descriverli la parola ha necessità di suddividerli e distinguerli. Da questo punto di vista il corpo, che ha bisogno di molto più tempo della mente logica e dell’intuizione spirituale per l’apprendimento, riesce poi in modo più spontaneo a gestire più informazioni contemporaneamente e a integrare le differenze (come nel caso di attacchi multipli, che sarebbe impossibile gestire se li si dovesse analizzare tramite il pensiero cosciente, men- tre a livello corporeo possono essere integrati in un’unica sequenza fluida). L’esecuzione ripetuta di “forme” – kata o taolu, nella tradizionale dicitura giapponese o cinese – prepara il corpo all’esecuzione sciolta e irriflessa dei movimenti, integra il corpo-mente e conduce, al limite, a una condizione di liberazione dal dominio sui gesti da parte dell’io cosciente; la pratica del combattimento libero allena a confrontarsi con situazioni impreviste, a gestire una tensione che nell’esercizio solitario non si dà. In entrambi i casi, quando la riflessione ritorna sul gesto in un secondo tempo, après-coup, mette in luce ciò che il filosofo giapponese Nishida Kitarō aveva scritto nella prefazione alla sua prima opera importante, Uno studio sul bene (1911): “Non è che essendoci l’individuo c’è l’esperienza, ma essendoci l’esperienza c’è l’individuo”. Nell’esperienza della lotta e in particolare nell’esecuzione di una tecnica magistrale avviene proprio questo: il soggetto si scopre “agito” più che attore; protagonista è il gesto, di cui il praticante è uno strumento. Nella concezione estetica tradizionale dell’Asia orientale è esattamente questa purezza de-soggettivata del gesto la cifra della sua eleganza e, insieme, della sua efficacia. Sia la perfezione tecnica, sia l’integrazione con l’alterità del compagno di pratica accadono. L’intenzione soggettiva può precedere il “momento culminante dell’esecuzione”, di quello che nel gergo delle arti giapponesi sarebbe de nito l’ippon magistrale – in cui tecnica, corpo e spirito del praticante sono consonanti, vibrano all’unisono senza fratture; ma l’evento di quel gesto – che nelle “vie” marziali è tecnico ed etico insieme, perché mette in campo anche una responsabilità nei confronti dell’altro, che è riconosciuto in quanto soggetto e non mero oggetto – travalica la volontà, non ha a che vedere con uno sforzo volontaristico. Ecco perché l’esperienza del gesto che accade, gratuitamente, e di cui si reca testimonianza quasi stupiti, precede e avvolge l’individuo: perché è come una ma- rea di cui la singola tecnica e il suo esecutore sono un’unica onda; l’onda e il suo incresparsi esistono e sono decisivi, ma emergono e in ne si reimmergono nell’immensità di un movimento oceanico.
All’origine del conflitto provocato e fatto esplodere contro altri vi è l’incapacità di gestire le proprie rappresentazioni, di elaborare la propria identità senza dover aggredire, e dunque oggettivare, l’altro soggetto. Avvertire la differenza sempre e soltanto come una minaccia, come un attacco portato al cuore della propria identità, vuol dire precludersi la possibilità di integrare anche ciò che non si comprende, le ferite e il dolore. Se non ci si rende conto che l’identità non coincide mai in modo esaustivo con le nostre identificazioni e rappresentazioni – i nostri ruoli sociali, le attività, le scelte – cadiamo in una sorta di allucinazione estraniante, che irrigidisce le nostre risposte emotive e blocca ogni capacità evolutiva e trasformativa. In questa situazione il sé si percepisce come una monade, un blocco autonomo e sostanziale che va strenuamente difeso e protetto da ogni tipo di esposizione all’alterità, all’inedito, al nuovo. La nozione e l’esperienza del “non io” o “non sé” (muga in giapponese) non coincide con la mortificazione e l’avvilimento della propria individualità soggettiva. Allude piuttosto alla liquidazione di ogni superficiale identificazione; a partire dalla capacità di distacco dall’io emerge con chiarezza il carattere drammatico e faticoso, determinato dal ridurre l’identità a qualcosa di oggettivo, di sostanziale e immutabile, mentre essa sta dalla parte del soggetto, per così dire, dunque si tratta di una funzione mobile, impermanente, relazionale.
Nel combattimento erompe l’inaudito, l’irrappresentabile. L’io e l’altro, che si fronteggiano, sono investiti da un’energia che li trascende, le loro identità si danno compimento reciprocamente. Nishitani Keiji così commenta il caso numero 68 della raccolta di kōan zen dal titolo Hekiganroku 碧巌録 (in cinese Biyanlu, XII secolo), in cui i maestri Sanshō e Kyōzan, incontrandosi, si salutano presentandosi l’uno con il nome dell’altro: “Qui, io sono con te non essendo in alcun modo discriminato rispetto a te, e tu sei con me ugualmente non discriminato rispetto a me. [...] Sé e altro non sono uno e non sono due. Essere non-uno e non-due vuol dire che ciascun sé conserva la sua assolutezza, pur essendo relativo all’altro; e che in questa relatività essi non sono separati neanche per un istante”. E aggiunge: “È lo stesso della lotta che, al suo fondo, diventa gioco”. Al suo fondo la lotta non è più luogo di esercizio della violenza, tecnica che offende o procura danno, ma libera espressione di alcune facoltà, gioco insensato – non perché privo di senso, ma perché spontaneo e gratuito, ai di fuori del senso. La lotta diviene, come l’arte, ne a se stessa, gratuita. Anche tutti i significati che in essa si possono scoprire, che pure restano utili e interessanti, vengono la- sciati indietro; la lotta nella sua purezza ritorna a essere gioco, come quello tra i bambini e i cuccioli di animali che si lasciano assorbire dall’estetica e dal divertimento dei gesti senza pensare che essi siano utili o propedeutici ad affrontare altre situazioni e altre prove. Attraverso la via del combattimento quindi non si attua una celebrazione della potenza; non si educa al conflitto, ma si educa il conflitto: non lo si rimuove, non lo si ignora; lo si riconosce e, incanalandone le energie, si tenta di renderlo produttivo. Se il conflitto ineducato è distruttivo, il conflitto educato, cioè articolato e consaputo, risulta creativo e fecondo.
La gratuità di questo passaggio, cioè dall’attaccamento ancora del tutto egoico alla potenza, allo sfoggio dell’abilità tecnica, alla volontà di supremazia, è intimamente connessa alla capacità di lasciar emergere un’azione pura, senza l’intenzione di una soggettività ingombrante e imperiosa. La nota dizione di wu wei (“non agire” in cinese) allude anche a questo lasciar accadere, lasciar produrre gli effetti di un processo che il soggetto può innescare, ma che a un certo punto deve far sviluppare in modo libero. Wu wei è una delle nozioni classiche del pensiero taoista; esprime “l’agire che aderisce alla natura, che non impone alcuna costrizione. Tutto ciò che nell’uomo è volizione, analisi, costruzione, istituzione di distinzioni (insomma, tutto ciò che rientra nella definizione dell’ego) non rappresenta che la parte periferica del suo essere. Soltanto quando la lascia cadere l’uomo ritrova il suo proprio centro”. Siamo di fronte a un nuovo paradosso, caratteristico in verità di tutte le pratiche tradizionali e le arti nella cultura dell’Asia orientale. Inizialmente c’è presenza di una volontà, c’è decisione soggettiva e anche tentativo di perseguire uno scopo determinato (irrobustire il fisico, per esempio, o difendersi dai soprusi, o ancora più semplicemente e ingenuamente “diventare più forti”); nel processo dell’addestramento, tuttavia, la ripetizione dell’esercizio distacca progressivamente dallo scopo che il soggetto si era prefisso, quello stesso scopo che aveva dato avvio alla pratica, e gli effetti che si producono – da sé, spontaneamente: è la nozione sino-giapponese di shizen: natura, spontaneità, ciò che accade di per sé – non dipendono più dal soggetto che ne viene investito, appunto, gratuitamente. Da questo si nota un’altro punto di vicinanza e di convergenza con l’itinerario spirituale buddhista, modello ideale di ogni “via” inclusa quella marziale, una volta che questa ha potuto affrancarsi dalle esigenze concrete dei campi di battaglia. Anche nel percorso verso il risveglio, o illuminazione, il discepolo – lo insegna l’esperienza dello stesso Buddha, Siddharta Gautama – al principio desidera ottenere la liberazione dal dolore, decide di intraprendere la pratica, si sforza di perseverare nella meditazione; ma più l’esercizio, l’askesis, la pratica si produce, accade, meno il discepolo avverte l’esigenza di operare uno sforzo costante che parte dalla volontà del proprio ego. Volontà e sforzo non sono annullati (il soggetto non diviene un decerebrato), ma sono ricompresi in un “agire” che non ha soggetto né oggetto, in un andare che non ha una meta esterna a quello stesso movimento. “Pratica e illuminazione [sono] come una stessa cosa” dice Dōgen: shūshō ichinyo 修証一如. Allenamento e superamento del conflitto distruttivo coincidono, perché la pratica, la Via, la meta non si distinguono più. Nella lingua giapponese il termine che indica questa capacità di svincolarsi da giudizi valutativi dettati dall’ego, giudizi che introducono una frattura nell’essere delle cose e nel processo di cui si è parte è mushin: “assenza di mente”, “non-pensiero”, abbandono di intenzione egocentrica. Dal punto di vista tecnico mushin esprime la capacità di fluire insieme alla tecnica, la non distinzione tra la soggettività dell’attore e la sua azione, tra la personalità che compie un gesto tecnico e il fluire di quello stesso gesto. Dal punto di vista etico è l’azione disinteressata, cioè pura. Il gesto che esprime la qualità di mushin è processo e ne insieme; inizialmente, per i principianti, può essere un mezzo in vista di uno scopo altro (la tecnica perfetta, l’esecuzione senza incrinature); ma quel mezzo si rivela poi “scopo” a se stesso, proprio come l’azione etica è disinteressata e non mira ad altro da sé, fosse anche solo il plauso o la gratitudine.
La dimensione di mushin non è una prerogativa delle arti marziali. Nella cultura giapponese si applica anche alle particolari condizioni in cui possono “sprofondare” campioni di baseball, per esempio, o di qualsiasi altra disciplina che possa portare a una sorta di autotrascendimento. Da questo punto di vista potrebbe essere paragonata a ciò che nel mondo occidentale è stato chiamato flow (“ flusso”), ovvero “uno stato di consapevolezza che è gratificante in se stesso, nel quale siamo completamente assorbiti in ciò che stiamo facendo e lo eseguiamo senza alcuno sforzo apparente”. Può trattarsi di un’esperienza che accompagna il raggiungimento di una meta, ma il flow non è in genere perseguito per se stesso: è un effetto collaterale nello sforzo di ottenere il risultato prefissato, e se il traguardo auspicato è raggiunto anche senza entrare nella condizione di flow non è affatto un problema. Viceversa, nelle arti di combattimento tradizionali giapponesi – una volta trasvalutate dal principio etico che le vede come “vie” – senza l’esperienza di mushin non si può dire di aver davvero trasceso se stessi e la mera tecnica; vincere un combattimento restando graniticamente aggrappati al proprio ego e alla volontà di vittoria costituisce al contrario la negazione assoluta del senso più autentico del combattere. L’esperienza culminante non è, cioè, quella di un “io” che trionfa, ma quella di un “io” che si scioglie, che si trasfonde nella relazione con l’altro e, per estensione, nella relazione con l’universo. “Educare il conflitto” vuole dire nulla di più, ma anche nulla di meno che questo.