Shibumi incontra Cadot

Salutiamo il nostro ospite, Yves Cadot, 6° dan alla soglia dei 50 anni, ricercatore presso il Centro per gli studi Giapponesi, docente presso l’Università di Tolosa e membro della Società Giapponese per lo studio del Budo. Il suo livello di competenza è tale da essere stato chiamato in Giappone ad insegnare la storia ed il pensiero del Prof. Kano. Dopo averlo seguito nelle conferenze che ha fatto in giro per l’Italia, lo accogliamo a Shibumi e lo ascoltiamo con grande emozione.


La prima domanda riguarda le elezioni del nuovo Presidente della Federazione Francese, che, a sorpresa, ha sbaragliato il presidente uscente Jean Luc Rougé.


“Non so se cambierà molto la situazione nei dojo (palestre), ma sicuramente cambierà in generale nell’ambiente judoistico. Molti maestri erano stanchi della situazione attuale e volevano modificarla; se non ci fosse stato un cambiamento molti di loro avrebbero lasciato la Federazione. Quindi ora non si sa cosa succederà ma almeno c’è un po’ di speranza in un miglioramento. Rougé è stato presidente per 16 anni e precedentemente direttore per 14, di fatto erano 30 anni che rappresentava la Federazione, con le stesse persone, gli stessi amici che erano nei posti chiave. Si spera ora che ci sia una vera e propria riorganizzazione della dirigenza e un cambiamento."


La seconda domanda verte su una bellissima lettera che Patrick Roux (ex-campione d’Europa, tecnico sopraffino ed attualmente uno dei tecnici della nazionale più forte d’Europa, la Russia, nonché maestro di Yves) ha inviato al presidente uscente Rougé. Una lettera particolare, scritta col cuore:


“E’ una bella lettera, sorprendente. Perché Patrick ha l’abitudine di mettersi all’opposizione in modo diretto, mentre in questo caso ha parlato dell’amore per il Judo ed ha cambiato angolazione, ricordando a tutti che l’importante è stare sul tatami e fare judo. Di fatto dice che l’entourage di Rougé non amava il judo di per sé, in quanto disciplina educativa ma era interessato solo al risultato agonistico del Judo; per loro, il Judo, era un prodotto da vendere, come fosse una lavatrice. Inoltre da due settimane si denunciano casi di abusi sessuali su minori: visto quindi che la giustizia entrerà nel merito, ci sarà per forza un cambiamento del modo di agire della Federazione. Non si può parlare di educazione e poi abusare di ragazzine. Ora il Judo francese è in una situazione di crisi totale, ha delle cose terribili e cose positive, vedremo se cambierà."


A questo punto non possiamo non osservare che queste cose sono accadute, purtroppo, anche in Italia e con amarezza non sembra che nel nostro paese i dirigenti abbiano agito meglio. Quello che si contesta in Francia, come in Italia, è di avere tenuto occultate certe notizie, come se questo comportamento non fosse dissimile da quello del violentatore che conta soprattutto sull’omertà e sulla paura che la vittima ha anche solo di chiedere aiuto. Ma questo rientra in un discorso più ampio che riguarda un misto tra sessismo, maschilismo e misoginia, e confidiamo che la magistratura francese farà il suo corso.


L’ospite viene incalzato, da dove viene questa crisi del judo?


“Ci siamo dimenticati due cose: il progetto iniziale del Judo che invece sta venendo fuori in altri sport, lo sviluppo cioè di valori morali. Allo stesso modo i maestri di Judo dicono la stessa cosa, ma lo fanno paragonandosi ad insegnanti di altri sport, quando invece è il contrario. Ci si dimentica che il Judo è stato creato per rendere l’uomo autonomo e utile alla società: il Judo è fatto per far acquisire valori. Il Judo è un progetto di vita, non un progetto per muovere il corpo e fare allenamento. Secondo me in Francia molti maestri lo hanno dimenticato. Di fatto quando un judoista smette di fare gare, i maestri non sanno più cosa proporre alla persona per fare judo, un po’ di ginnastica o difesa personale, ma non più judo. Non c’è più passione perché non è più compreso il vero scopo della pratica, i maestri non capiscono più qual è il messaggio principale e iniziano ad avere paura di tutto ciò che vi è “al di fuori”.

A volte si dice di fare attenzione al MMA o Krav Maga perché sono pericolosi, ma di fatto lo dicono perché temono che essi siano in concorrenza con il judo, non capiscono che il problema è come ci si pone di fronte alle cose. Non è un problema se la gente ha voglia di fare Krav Maga o MMA, se noi facciamo judo bene, poco importa cosa fanno gli altri, a noi importa fare un buon judo che ci insegni a stare dritti, con una bella postura ecc… Attraverso il judo impariamo ad entrare in contatto ed in relazione con l’altro, il judo ha uno scopo totalmente diverso dalle altre arti marziali di combattimento. C’è un altro problema in Francia, cioè non si fa più tanto randori, non c’è più abbastanza pratica. La finalizzazione di tutto all’agonismo ha corrotto il metodo di allenamento, solo botte per rinforzarsi e vincere le gare."


Yves, in che senso non si fa più randori?


"Innanzitutto per prima cosa nei club si fa poco randori, magari solo 3/4 cambi a fine corso, poi di solito non è randori ma shiai, quindi di fatto quando si inizia a diventare anziani non si può più confrontarsi con i più giovani, cosa che si dovrebbe poter fare invece, ma che non è più possibile a livello fisico. Inoltre, quando succede questo, il Judo diventa poco efficace, si perde il concetto di lancio ed il modo di proiettare è solo un tirare giù. Si può comunque fare Judo parlandone (“da intellettuali”) però se si perde la pratica si perde tutto, il messaggio cade senza l’esempio e non colpisce più."


Rispetto a questa situazione che mi sembra comune in Francia come in Italia, che proposte faresti per cambiare?


"Secondo me il miglior modo è avere dei bravi judoisti che danno un buon esempio. Non so se conoscete Frederic Dambach o Yves Glotin; quando hai queste persone che alla loro età fanno un judo molto bello ed efficace, molto tecnico e senza forza, fai randori con loro, stai bene ed hai piacere, allora tramite questa esperienza puoi convincere la gente. Non puoi dire ad un ragazzo che si allena per fare i campionati nazionali francesi o mondiali che non fa bene quello che sta facendo senza dare un esempio. Di fatto bisogna convincere la gente sul tatami dandogli un modo di fare differente."


In Francia c’è un gruppo di persone che tratta questi temi? Che prendono in considerazione modelli differenti?


"Sì certo, ci sono per esempio gli stage come quello di Montpellier, dove le persone che partecipano sono più o meno su questa lunghezza d’onda e c’è anche un’associazione che si chiama www.stagejudo.org oppure Stage Judo-Home (Fb), dove sono stati linkati dei dojo che appoggiano questa idea, in modo che se uno si muove in Francia per lavoro o studio e vuole fare Judo, sa che queste palestre portano avanti il judo in questo modo. Ovviamente è una cosa che avviene fuori dall’egida della federazione francese ma noi cerchiamo sempre di sensibilizzare tutti a questo tipo di visione. La federazione è molto centralizzata con ramificazioni in 15 regioni diverse che si chiamano leghe; per esempio io sono nella lega della mia regione e dall’interno provo a cambiare qualche cosa. Molti anni fa c’erano dei gruppi di Judo tradizionale (Michigami ed Ichiro Abe) però di fatto tutti gli allievi hanno smesso di fare Judo dicendo che il Judo è morto e perso. Secondo me invece, c’è bisogno di gente che abbia voglia di perseguire la causa e che combatta sia dall’interno che dall’esterno della Federazione."


Qualcuno chiede perché hanno smesso di fare judo


“Finché erano in vita Michigami ed Abe, essi erano al di fuori della Federazione ed erano molto forti e carismatici, quindi nessuno diceva niente; contemporaneamente la Federazione ha messo dei dojo in tutte le cittadine francesi. Michigami ed Abe hanno formato circa 10/15 allievi reali, quindi quando uno è morto e l’altro è tornato in Giappone, si sono trovati pochi allievi contro 15.000 società ed era impossibile continuare a perpetuare il messaggio. Soprattutto perché molti dei loro allievi non erano professionisti o grandi atleti, ma notai o avvocati o gente che comunque aveva un altro lavoro. Di fatto era una battaglia contro i mulini a vento."


Chi segue da anni Maestri come Katanishi per una scelta metodologica, cercando di organizzare stage di respiro internazionale, ha dovuto ridimensionarli a stage nazionali, fino a farli diventare amicali (gli amici del Maestro K.) perché sostanzialmente queste iniziative non hanno suscitato interesse. Un disinteresse che coinvolge anche tutti quei discorsi retorici sulla qualità della formazione e sull’educazione del judo che poi sul piano pratico non interessano che ad una minoranza. Cosa pensi di ciò?


"Il problema è che di fatto se tu hai dei ragazzi giovani che vogliono fare gare e diventare forti, devi mandarli in uno stage da gente specializzata che fa quel tipo di lavoro. Magari i miei una volta li porto ad uno stage di Katanishi, ma poi nel bilancio dell’anno comunque dovrò portarli a stage della Federazione, oppure i miei allievi li mando là ed io vado agli stage che interessano a me e mi fanno crescere come insegnante. Per questo a mio parere è importante combattere all’interno della Federazione. Così facendo si può creare una linea di pensiero che dica sì, anche questi stage sono interessanti, bisogna andarci, con partecipazione attiva della Federazione stessa. Se ci si divide si perde e si prendono due strade totalmente diverse, non si crea dialogo e non si fa niente insieme. D’altra parte bisogna ritrovare la speranza nel Judo e nel progetto che il Judo propone. Bisogna avere soprattutto fiducia nei ragazzi poiché molti vogliono diventare campioni ma non tutti: c’è anche chi è interessato a diventare una persona sicura di sé e che punta ad una crescita personale.

Può esistere un judo che non è fatto solo di muscolazione e shiai."


Ma da cosa dipende questa deriva del judo, qual é la causa scatenante?


"Secondo me è iniziato tutto dall’introduzione del koka (piccolo vantaggio) e dello shido (ammonizione). Cioè dall’idea che si poteva vincere senza proiettare l’avversario, ma facendolo richiamare per scarsa combattività o segnando un piccolo vantaggio. Se per vincere puoi fare solo ippon devi rimboccarti le maniche e fare molto judo."


Quindi per un problema di arbitraggio?


"Sì, dal momento che si inizia a poter vincere senza far cadere l’avversario. Di fatto si introduce un pensiero deviato, si induce a potenziare la difesa, a far prendere shido all’altro, a fare un piccolo punto e vincere con strategia."


In Giappone si parla ancora di Judo Renaissance? (un programma per una salvaguardia dell’aspetto morale del judo).


"No, non se ne parla più. Al suo posto è venuto fuori il Judo Mind Project (M.I.N.D. acronimo: Manner-modo di fare, Independence-indipendenza, Nobility-nobiltà, Dignity-dignità). Anch’esso per ricordare gli insegnamenti del suo fondatore Kano Shihan. Attualmente il judo è migliorato, dal 2012 è tornato ad essere più dinamico, gli atleti vincono molto di più in gara e riescono ad avere un grande successo. Far judo è diventato più piacevole per gli stessi giapponesi (un tempo era più legato al senso del dovere). Comunque sono scettico su questi progetti: perché mutuare significati da altre culture? Nel judo di Kano c’è già tutto, forse hanno dimenticato le loro radici?"

La Federazione Francese utilizza la tua approfondita conoscenza del pensiero di Kano? Fai i corsi agli alti gradi?


"Spesso faccio delle conferenze, soprattutto agli alti gradi, ma non nel dojo, in una sala conferenza, di fatto è quello che chiamano aspetto di cultura generale, non approfondiamo il pensiero di Kano. Nel dipartimento invece (Lega) sono responsabile della formazione dei maestri ma di fatto anche qui si tratta di un’azione di marketing perché all’esame finale, che è nazionale, non viene richiesta la mia materia. Posso influire molto poco nella loro formazione."


Che cosa fai durante questo lockdown? Anche in Francia i dojo sono chiusi?


"Faccio corsi su Zoom per gli studenti. Nel primo lockdown facevo una traduzione al giorno di Jigoro Kano.

Ci sono molti dojo che sono in strutture municipali e pubbliche, quindi per forza sono bloccati. Nei dojo privati invece ci puoi andare, ma di fatto non potresti spostarti (come da noi in Italia) ti puoi muovere solo per motivi di salute o per necessità e oltre 1 km non puoi spostarti per più di un’ora. In Francia solo gli atleti di livello e interesse nazionale possono allenarsi. Se sei un maestro di judo invece puoi dire che devi “mantenere” il tuo livello tecnico per lavoro, quindi puoi usarlo come espediente per praticare."


Non pensi Yves che la crisi che sta attraversando il judo sia la crisi di tutta la nostra società?


"Certamente, ma proprio per questo ci vuole qualcosa di stabile. Per questo bisogna andare verso il recupero del pensiero educativo del fondatore Kano Shihan. Una cosa che mi ha molto segnato negli ultimi anni, è che la Francia è il paese dei diritti dell’uomo, me lo hanno insegnato sin da quando ero piccolo. Quando c’è stata la crisi con l’immigrazione, la Francia ha detto “chiudo tutto”. Come si può essere credibili quando si hanno valori solo in assenza di problemi? I valori hanno peso ed importanza nel momento in cui esiste il problema, è in quel momento che si vede la coerenza. E’ la stessa cosa per il judo, la società non funziona, quindi il Judo ancora di più deve rimanere saldo al suo interno e trovare i valori di crescita e di sviluppo della comunità judoistica. Il judo fisico, atletico e competitivo non è per tutti, ma la sua pratica sì; il randori può essere fatto a qualsiasi età, Jaques Seguin (è uno dei maestri più famosi di Francia, ha compiuto da poco 79 anni) fa randori tutte le sere, con persone attente naturalmente, buoni judoisti, è lì che il judo ritrova il maggior senso. Se togliamo la pratica costante dal judo, esso diventa una teoria non più interessante di altre."


Il nostro blog si chiama Shibumi, abbiamo conosciuto questo termine giapponese dalla lettura del bellissimo romanzo omonimo di Trevanian. Come tradurresti la parola shibumi?


"La traduzione letterale è “il gusto amaro”. Il secondo significato è “un fascino calmo e profondo che non si vede” un “gusto poco appariscente ma calmo e profondo”."


Con questo ultima domanda lasciamo il nostro ospite pieni di riconoscenza per le cose che ci ha regalato.


Domo arigato gozaimasu Cadot Sensei, one gaeshi masu, à bientot sur le tatami!


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