Riflessioni notturne...

Quando ascolto i judoisti, a volte sento pronunciare una frase “….sai, judo è una filosofia!”. Bene, questa volta non mi gioco una frasetta (che non dice nulla) ma mi impegno a porre in modo filosofico le domande che riguardano la pratica prima, l’insegnamento poi, del metodo judo.

Il judo è una forma di educazione? Sì, noi lo crediamo e attraverso lo studio di un combattimento amplifichiamo l’allenamento judo collegandolo all’allenamento vita. Per esempio si incomincia a dire a dei ragazzini arruffati e casinisti, timidi e scontrosi, paffuti e imbranati che le ciabatte che li accompagnano dallo spogliatoio alla materassina (tatami, spazio di pratica) vanno messe in ordine prima di salire. Secondo trauma, prima di iniziare bisogna fare un saluto tutti insieme, composti e con l’abbigliamento ordinato (dai pantaloni, che di pantalone non hanno che l’approssimazione vista l’assenza di tasche, patta e bottoni, a una giacca insolita e una cintura, lembo di stoffa indomabile e disperazione di tutti i bambini perché ingovernabile).

Ma perché tutte queste “cerimonie”? potrebbe chiedere un bambino, se non fosse già passato dal quel trita-cervelli che è la scuola primaria, primo passo verso l’omologazione e la perdita di una propria originalità.

Beh, l’educazione è ciò che rende accettabili i traumi e fa in modo che li affronti volentieri, perché dall’altra parte non vedi un’autorità col fischietto, ma prima di tutto una persona, che sorride e ti aiuta, ricordandosi delle sue prime esperienze.

Lo scopo naturalmente non è tenere l’ordine fine a se stesso, ma spingere a mettere in ordine le cose piano piano per aiutare a mettere ordine in testa e tra i pensieri.

In quel combattimento, che farà molti anni dopo, dovrà aver spinto la conoscenza su di sé a tal punto da masticare la tensione, sputarla, salire a combattere concentrato e nel tempo presente….perché il judo non fa sconti….se non sei presente con il corpo e con il cuore torni subito alla casella di partenza senza ripassare dal via.

Cerchiamo quindi un’attitudine al cambiamento, nella vita quotidiana siamo sempre distratti da ricordi e desideri, navigando tra il vissuto e la progettualità, tra il passato e il futuro. Nel judo questo non è possibile, si è nel qui, ora.

Il judo è un gioco che faccio insieme ad un altro, sentendo i suoi punti di forza, proteggendo i miei, ascoltando il suo corpo e il suo respiro, valutando e soppesando dove e quando portare l’attacco. Per fare questo devo confondermi con l’altro, entrare profondamente in un sistema dove anch’io sono un po’ l’altro, anche solo per un istante, perché la proiezione la guadagno se per un attimo gli rubo l’equilibrio e lo guido giù a terra dove voglio che lui trovi lo spazio per una caduta senza ferita, controllato fino alla fine. Quando si prende un ippon (chiamiamo così l’azione perfetta in cui proietto l’altro di schiena a terra) dall’altro, se non si è in gara, siamo contenti, perché siamo carta su cui è scritta una bella frase, chiodo su cui si è appeso un bel quadro, siamo parte di una cosa perfetta.

Perché questo cerchiamo nel judo, l’esercizio costante alla perfezione. Si studiano le tecniche migliaia di volte, da fermi, in movimento, con il compagno che ti facilita, con il compagno che si oppone, da tutte le posizioni e in tutte le varianti.

La perfezione quindi esiste (!) nella ricerca sincera di essa, in un miglioramento continuo. Nella ricerca della perfezione bisogna però conoscere il senso del limite, non esagerare nelle proporzioni, non essere troppo veloci o troppo forti, troppo rigidi o troppo flessibili...dobbiamo essere nella giusta misura e quando siamo nell’armonia delle cose, le cose vengono a noi. E’ uno stato di grazia che dura poco, anzi ti accorgi che è arrivato solo perché non c’è più, è ripartito.

Quindi è il viaggio la cosa più importante da fare, il tempo della ricerca più importante del tesoro da trovare. Questa ricerca costante dell’equilibrio, questo rispetto assoluto del limite ci riporta all’impianto fondamentale del pensiero greco che sul limite e sull’accettazione del più grande dei limiti, la morte, costruisce la sua drammaturgia.

Parallelamente nel judo si dice che la costante accettazione di ricevere la tecnica dell’altro, le migliaia di cadute (simbolo della sconfitta) che si fanno nel tempo portano il judoista ad accettare per brevissimi istanti lesioni temporanee dell’io. Fino a dire che, simbolicamente, la caduta, la sconfitta sono “la morte” dell’io.

La nostra tesi è che con il tempo, la pratica profonda del judo porti ad accettare con minor dramma la morte, ad accettare l’ultimo combattimento senza desiderio di vittoria o paura della sconfitta, perché l’unico modo per segnare punto alla morte è accettarla come si accetta l’inevitabile. Da qui il senso di essere parte di un ciclo e la meravigliosa sensazione di appartenere alla natura delle cose, sentire la forza della terra e con il respiro percepire l’energia del cielo.

A.

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