"Quell'incontro"

Riporto l'apertura di un articolo scritto da Massimo Recalcati (psicoanalista):

"Un maestro si distingue, dice Moustapha Safouan, scrittore e psicoanalista egiziano, quando inciampa e fa dell’inciampo il tema della lezione. I bravi maestri sanno inciampare. Non temono il limite del sapere. La lezione è un rischio ogni volta, ma i bravi maestri non temono la caduta."

Per spiegare come una lezione di judo può cambiarti la tua visione d'insieme, vi racconto ciò che mi è accaduto in occasione di uno stage di judo svoltosi nel 2006 in un romantico contesto ubicato nello splendido comune di Urbisaglia (Mc) dove sorge l'abbazia di Chiaravalle di Fiastra.

A quei tempi ero alla ricerca di un modello, di uno stile. Lo stile passa innanzitutto attraverso il corpo del maestro e trova la sua manifestazione nel modo in cui prende tra le mani il judogi, nel modo in cui organizza la sua lezione, nelle citazioni, nei riferimenti, nel modo in cui affronta la platea dei partecipanti, nella sua voce. Le voci!! Quelle voci dei nostri maestri che ancora portiamo con noi, quella stridula, quella roca, quella metallica, quella che sembrava che si stesse spegnendo da un momento all'altro e poi ricominciava come un'onda. Lo stile ha a che fare con il corpo del maestro, ma innanzitutto ha a che fare con la sua capacità di trasmettere il suo sapere.

Il primo effetto prodotto da quel maestro fu quello di vivere un’esperienza non solo cognitiva, mentale e fisica, ma quasi trascendentale con uno stato di spossatezza finale. Il suo corpo e la sua mente avevano dato una prima risposta alle mie domande: l’allievo non è una testa vuota da riempire.

L’allievo non è più un recipiente che il sapere del maestro deve colmare. Socrate risponde al suo allievo Agatone: "Io sono vuoto come te e come te desidero sapere".

Dunque, quel maestro ha incarnato il desiderio di sapere e questo mi ha messo in movimento, illuminandomi. Volevo tornare allievo, desideroso di divenire allievo di quel maestro.

Rimasi colpito da quell'uomo capace di utilizzare il suo sapere non come cemento. Il suo fare, accompagnato dal suo dire, portava finalmente luce, chiarezza e armonia. Vi dicevo che, dopo quella lezione, volli divenire un suo allievo ... non prima di avergli sottoposto una richiesta scritta alla quale ebbi risposta dopo qualche mese. Fu quell'attesa a mantenere vivo il desiderio di sapere. Quel lasso di tempo fu la mia prima lezione con lui. Gia' !!! ... perché il maestro sa custodire la mancanza, il vuoto, che abita il centro del sapere. Dal suo "si ... va bene" ho iniziato quel percorso di formazione che non si è più interrotto sino a trasformarsi in una vera e propria relazione tra due vite.

Io sono la caricatura di quel maestro. In un primo momento ho cercato di imitarlo. Poi mi sono reso conto di essere la somma dei maestri che ho avuto, ma sono anche una loro deviazione. Grazie a quel maestro conosciuto in età adulta mi sono identificato in uno stile. Grazie a lui ho appreso che il sapere diventa tale proprio quando viene riconquistato.

Continuando a frequentarlo ho capito che c'è insegnamento, educazione, quando c’è amore per la stortura della vita. Questo amore si traduce per il maestro nel gesto più alto del suo insegnamento, l’ultimo, quello finale e cioè che il maestro sappia lasciare andare i suoi allievi.

Jaques Lacan lo dice in un modo poetico molto intenso; che il maestro sappia tacere l’amore. Non c’è trasmissione possibile senza l’amore del maestro verso il sapere, ma l’esito ultimo della trasmissione è che egli taccia sull'amore, perché se corrispondesse all'amore vincolerebbe l’allievo. Quel maestro ha incrociato e si è sovrapposto al ruolo del genitore. Il dono maggiore della genitorialità è il dono della libertà, è saper perdere i propri figli. Da lui ho imparato a capire qual'è il ruolo e la funzione di un maestro: formare persone autonome dai modi e dal fare gentile. .... ma da quel maestro desidero continuare a imparare !!

R. L.

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