On Ko Ti Chin

Aggiornato il: giu 17

Un giorno durante le appassionanti lezioni che il M° Awazu ha fatto l’onore di darmi, avevo creduto di scoprire una nuova presa, abbastanza fiero della mia trovata gli domandai cosa ne pensasse, quando con mia grande sorpresa, egli rifece il movimento molto meglio di me aggiungendovi “un piccolo nulla” che lo rendeva infinitamente più efficace. Davanti al mio sbalordimento, egli mi disse col suo buon sorriso: “Movimento molto vecchio. Tutto già fatto in judo, non possibile trovare nulla di nuovo”. E approfittò, come sovente e con la sua abituale sobrietà, per far scivolare un insegnamento di portata universale. In Giappone vecchio proverbio dice: On ko ti chin, che vuol dire: “cercate di scoprire le cose vecchie e comprenderete le nuove”. Col suo piacevole sorriso egli scrutava sul mio viso l’effetto di queste parole. On ko ti chin m’aveva così fortemente impressionato che il M° Awazu ebbe la delicatezza di offrirmi qualche giorno più tardi, la sentenza dipinta al pennello, su carta fina, di cui si può vedere qui di fronte la riproduzione.Questi quattro segni hanno poi risuonato senza ressa entro di me e mi piacerebbe dividere con chi abbia voglia di leggere questi articoli qualcuna delle riflessioni che mi hanno ispirato.Essi mi sono subito apparsi come l’espressione della verità per quella specie di adesione diretta irrazionale, che ha il carattere della certezza. E’ così nella maggior parte delle nostre convinzioni. Noi sentiamo uno slancio interno che ci annunzia: “Questo è vero”anche prima che noi abbiamo potuto formulare la benché minima giustificazione. In seguito noi cerchiamo argomenti per giustificare ai nostri occhi ed a quelli degli altri la nostra presa di posizione. Insomma noi liberiamo in seguito e sovente con abbondanza il contenuto talvolta rimarchevole delle idee contenute nell’idea-madre, l’idea principio che abbiamo spontaneamente e globalmente adottato in un sol colpo. Questo proverbio giapponese ha in parte il suo corrispondente nel “niente di nuovo sotto il sole”. Solamente in parte perché in quello giapponese vi è in più l’idea che occorra comprendere ciò che è vecchio per comprendere ciò che è nuovo.La nostra civiltà è largamente basata sull’idea di “Progresso” ed anche su quest’altra idea: l’evoluzione. Il Progresso è “il meglio” il seguito del “bene”, che elimina gli “errori” e le “oscurità” del passato. L’uomo del progresso, l’uomo moderno è pieno del sentimento della sua superiorità verso gli uomini “ignoranti” che l’hanno preceduto. Questo non è disprezzo, ma una condiscendenza divertita, come quella d’un grande davanti a dei bambini. L’idea di “Evoluzione”, corollario della prima, suppone che la vita abbia cominciato con qualche cosa di molto rudimentale, che si è complicato, nel corso delle età si è progressivamente precisato, ordinato, perfezionato, in maniera da dar luogo all’uomo moderno, alla sua intelligenza, alle sue creazioni. Questo uomo continua ad evolversi attraverso mille tribolazioni, s’incammina verso uno stato superiore, indicato dall’idea di “Progresso Indefinito”. Insomma se si vuol riassumere questa idea di progresso e dell’evoluzione in un proverbio, si sarebbe portati a dire:”Cercate di comprendere l’avvenire se voi volete avere una vista esatta del passato”.Cosa che si vede subito essere agli antipodi del “On ko ti chin”.Secondo la tradizione orientale, le cose si sono svolte in maniera molto diversa da quanto immaginano le moderne ipotesi. (Le quali diciamolo, datano al massimo di 100 anni e sono ogni giorno contestate da ricercatori sempre più numerosi).Secondo questa venerabile tradizione ciò che è all’origine del mondo e della vita è la Coscienza, l’Intelligenza allo stato puro. Tutto quanto si è manifestato nel corso delle età non è che la Condensazione progressiva di questa coscienza primordiale la cui natura propria è una energia infinita.E’ in essa e per essa che tutto si produce. Tutto ciò che È non che forma di questa prima realtà. Da sempre essa è presente in tutte le sue manifestazioni- I differenti stati dell’Universo e dell’uomo non sono che suoi aspetti. Ogni essere, animato o inanimato impregnato di questa sostanza Intelligenza. Come dice il Vangelo secondo San Giovanni: “Tutto quello che è stato fatto è stato fatto da Lui, nulla di quanto è stato fatto è stato fatto senza di Lui”.La scienza moderna ha scoperto già che questa materia, apparentemente inerte che ci circonda non è che condensazione di una energia incommensurabile. La liberazione di una debole parte dell’energia contenuta negli atomi di una piccola quantità di idrogeno, produce effetti terrificanti. Cosa pensare dell’energia contenuta nella sostanza intera della terra, e dell’Universo? E’ davvero impensabile. Ma se noi cominciamo a sapere qualcosa della potenza racchiusa nella materia, noi non sappiamo praticamente nulla di quella che è in noi, di quello che è noi. L’insegnamento della tradizione è molto netto su questo punto. Come noi abbiamo fin qui chiamato “materia” l’energia-coscienza primordiale, essa è in noi, anzi è noi. Il nostro organismo psichico e fisico, non è che un mezzo per esprimere e manifestare questa intelligenza-coscienza originale, come tutti gli altri organismi dell’universo. Il nostro corpo ed il suo cervello, immersi nell’oceano d’esistenza coscienza, assorbono in Lui, come una spugna dall’oceano. Noi siamo come il disegno d’una tappezzeria, il disegno non è altra cosa che la tappezzeria stessa.Nessuno può definire o dire cosa è questa Esistenza-Coscienza -o Energia Primordiale-. Molti orientali la chiamano Taì-ki o Tai-Kyoku. I buddisti, Nirvana, gli Indù Brahaman. Innumerevoli religioni personalizzano questa realtà, per meglio afferrarla, senza dubbio, e noi abbiamo Jehova, Allah, Dio ecc.Ma se noi abbiamo sete, cosa importano gli innumerevoli nomi con cui si designa l’acqua in ogni lingua- L’acqua è acqua, prendiamola, beviamola. Lasciamoci dissetare.Riprendiamo ora il significato di On ko ti chin, che applichiamo, ben inteso nel senso della tradizione orientale.Tutto essendo incluso nell’origine, le differenti forme non sono che aspetti momentanei e particolari di questa origine. Dunque non è studiando solo le cose che si manifestano, che sono passeggere, cioè le cose nuove, che noi possiamo comprendere. Occorre studiare la natura profonda, cioè il loro stato precedente. Per comprendere l’effetto, occorre risalire alla causa. Solo l’origine può chiarificarci ciò che viene al mondo.Secondo questa visione della vita, del mondo e di se stessi, noi non siamo questo prodotto del caso, immaginato da qualche pensatore dell’ultimo secolo, la nostra intelligenza, la nostra coscienza, il nostro valore umano, il tesoro di conoscenza, di sensibilità,d’amore, che abita il cuore dell’uomo, non sono dei sottoprodotti di ciechi meccanismi destinati al nulla. Al contrario , come l’albero è nel seme, tutto è già in noi, non c’è che da farlo sbocciare.E’ un pensiero grandioso, inebriante ed esaltante.Fin d’ora si vede tutta la portata di On ko ti chin. Nulla può staccarsi dall’origine. Anche quando un uomo non lo vede, gli è impossibile in effetti soffermarsi sulla propria realtà originale, sempre presente. Quello che si chiama il progresso e l’evoluzione, non sono che lo svolgersi delle infinite possibilità che sono in noi, che sono noi.E’ studiando profondamente l’origine che noi possiamo meglio comprendere quello che nasce.Questo non è tutto, quando una cosa appare su questo mondo, un’altra sparisce. Un progresso su di un punto, porta necessariamente un regresso su di un altro. Gli uomini antichi conoscevano cose molto importanti di cui noi non sospettiamo nemmeno l’esistenza. Ciò che ci viene trasmesso, per mezzo di una autentica via della tradizione-ed il judo è una di queste vie- contiene infinitamente più cose che noi non possiamo comprendere, per cui noi trarremo grande profitto a meditare a lungo gli insegnamenti che i nostri Maestri ci trasmettono.Per questo noi riceviamo infinitamente di più riflettendo umilmente su quanto il passato ci ha lasciato che adottando una attitudine di critica e di superiorità che la maggior parte delle volte non è basata che sulla nostra ignoranza, la nostra sufficienza... e la nostra insufficienza.Quando io vedo taluni allievi, dalla cintura più o meno nera, giudicare perentoriamente del valore o del non-valore dei loro maestri, io sorrido internamente della loro pretesa.I Maestri che noi abbiamo, hanno insegnato tante cose che molte generazioni di judoka sarebbero necessarie per comprenderle e applicarle veramente. Attirati dalla novità e dalle ...facilità, noi ci precipitiamo verso gli insegnamenti che ci sembrano nuovi, con la segreta e fallace speranza che noi troveremo “Il trucco” che farà di noi dei superuomini. E dopo esserci ben bene agitati, noi siamo moralmente delusi. La favola del povero contadino che dice ai suoi figlioli che un tesoro è nascosto nel loro campo e li forza a buttar tutto per aria, cosa che produrrà uno splendido raccolto ( il vero tesoro), ha lo stesso senso di On ko ti chin. Approfondiamo, lavoriamo le cose antiche ed il senso delle cose nuove ci apparirà chiaramente. Secondo Boilean, l’arte poetica consiste a rifare cento volte la propria opera a limarla senzaressa a lavorarla e non a gettare tutto per cominciarne un’altra. Insomma occorre lavorare e in judo, come in molte altre cose, opere di genio, c’è l’uno per cento di ispirazione e il 99% di sudore! Questo senso di On ko ti chin implica la fedeltà ai nostri maestri, agli insegnamenti ricevuti. Io penso che la maggior parte degli judoka farebbero meglio a riprendere un certo buon metodo, di riprendere le loro rotture di caduta e ristudiare tutto a partire dal primo di gamba. Essi saranno sbalorditi dalle loro scoperte. Questo è buono in judo come in ogni altra cosa.Tutto quanto ho detto su On ko ti chin non è senza dubbio che una osservazione superficiale di quanto questa massima significhi e io penso che noi possiamo essere grati al M° Awazu per avercela insegnata. D’altra parte io penso che essa non sarà posta nel Dojo a fianco di “Utilizzare efficacemente la vostra energia”. Sarebbe bene che essa sia proposta alla riflessione di tutti quelli che sperano di trovare nel judo la Via che conduce l’uomo alla conoscenza di sé.



Questo brano è estratto da un quaderno di appunti di Cesare Barioli degli anni '50, non è dato sapere se si tratti di una trascrizione o di un'esperienza personale.

Per gentile concessione di Ivana Gaio.

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