Competizione o Collaborazione?

Ascoltiamo, colpiti dalla semplicità con cui è in grado di affrontare argomenti di grande profondità, il Prof. Giovanni Cristofolini, docente di botanica dell’Università di Bologna, mentre ci racconta il suo punto di vista sul tema dell’evoluzione, il significato e l’origine di questo concetto e le implicazioni che ha in termini sociali e di prospettive future. Lo abbiamo trovato illuminante, per noi che spesso ci interroghiamo sull’evoluzione, sul ruolo e sul destino del judo.


Evoluzione per la scienza occidentale è un concetto che fa parte del sentire comune, viene accettato come il fatto che la terra sia tonda e non piatta. Ma non è sempre stato così, non fino a duecento anni fa. Oggi diamo per acquisito il concetto di evoluzione nel nostro ambiente, ma non necessariamente si può dire che l’evoluzionismo sia vero, così come non si può dire che il creazionismo sia falso, poiché non ci sono elementi per dimostrarlo. Nelle asserzioni scientifiche non si tratta di vero o falso; le teorie scientifiche, quelle non dimostrate matematicamente, sono infatti semplicemente il modo più razionale di spiegare i fenomeni che vediamo, come dice Popper, il modo più parsimonioso, che richiede meno ipotesi. L’ideale è spiegare tantissimi fatti con una singola affermazione. Più fatti spiego con quella affermazione più essa è solida, ma si potrebbe sempre dimostrare che in alcuni casi è falsa, come ha fatto Einstein per la gravitazione universale.

Se parliamo di evoluzione è perché l’evoluzionismo è in questo momento la spiegazione più razionale o parsimoniosa per spiegare la diversità dei viventi, ma questa teoria non si può dire vera in assoluto. Cerchiamo di giustificare nel modo più ampio possibile la diversità dei viventi. Le altre spiegazioni, fino ad oggi, non possono competere.

L’evoluzione comunemente viene riassunta in tre passi:

Esiste una variabilità genetica per cui nessun individuo è uguale ad un altro, e questa sarebbe casuale e scritta nel DNA. Non ci sono due individui e due specie uguali.

Esiste una competizione perché sulla terra le risorse sono limitate, non tutti possono sopravvivere, c’è una lotta per l’esistenza.

Esiste una selezione determinata dall’ambiente. Non sopravvivono tutti, sopravvive il più adatto, colui che compie il suo ciclo vitale fino a riprodursi.

Sono validi questi punti? E’ vero che questo basta a spiegare l’evoluzione oppure no?


Partiamo dal primo: la variabilità casuale.

Darwin diceva che “le variazioni sono tanto comuni e diverse negli organismi allo stato di natura, come se fossero prodotte dal caso. Questa espressione evidentemente non corretta, serve a manifestare la nostra completa ignoranza sulla causa delle singole variazioni". Darwin è stato aspramente criticato (vuole sostituire il caso a Dio), ma semplicemente intendeva che le variazioni sono così diverse e imprevedibili che è difficile spiegarle. Son passati 150 anni e aveva ragione. Il DNA ha una sua struttura, delle sue compatibilità, non può variare in qualunque modo. Ma c’è una strada molto complessa, di cui oggi si occupa l’epigenetica, fra ciò che è scritto nella sequenza del DNA e l’organismo. Il concetto che la variabilità sia casuale è un mito nato nella seconda metà del 900 ("Il caso e la necessità", Jacques Monod) su cui si è alimentata tanta letteratura e tanti miti. La variabilità casuale è un mito del secondo 900, non era vera ai tempi di Darwin e non è vera oggi. Dire che è casuale è dire che non sappiamo controllarla.

Il secondo punto riguarda la competizione.

L’evoluzione va avanti per competizione e lotta per l’esistenza. Ma c’è solo competizione? Che ci sia è indubbio; c’è competizione per lo spazio, per il cibo, per l’acqua, per ogni cosa. Che ci sia, è sotto gli occhi di tutti. Ma non esiste solo questo meccanismo.

Siamo costituiti da cellule che contengono un nucleo e gli organuli, tra cui i mitocondri per mezzo dei quali la cellula respira. Prima della cellula eucariote è apparsa quella procariote che assomiglia ad un mitocondrio. Una cellula eucariote che fermentava e non poteva respirare ha inglobato cellule procarioti in grado di respirare ed è diventata anch’essa in grado di respirare. Così come nelle piante ci sono i cloroplasti, deputati alla fotosintesi ed alla produzione dell’ossigeno che respiriamo, per cui esistono molte prove sperimentali che siano il risultato di un processo di endosimbiosi con una cellula procariote. Si potrebbe quindi azzardare l’ipotesi che i più grandi passi dell’evoluzione siano avvenuti per cooperazione, se usiamo termini moderni, o simbiosi, se usiamo termini biologici.

Un secondo esempio di cooperazione biologica è quello dei funghi. I funghi hanno un corpo fruttifero, che vediamo, e filamenti sottili, le ife, che si sviluppano diffusamente nel terreno e si insinuano nelle radici delle piante di cui utilizzano i prodotti della fotosintesi. Non sono parassiti poiché ampliano l’apparato radicale della pianta e ne aumentano la superficie di assorbimento dell’acqua, e pare persino che colleghino anche piante diverse tra loro passando il nutrimento da una pianta più forte a una più debole.

Un terzo esempio è quello delle leguminose, che arricchiscono il terreno di azoto perché nel terreno ci sono batteri Rhizobium che si insinuano nella radice delle leguminose e la radice forma dei tubercoli di reazione all’infezione; il batterio insieme alla leguminosa produce un enzima che cattura l’azoto molecolare e lo trasforma in azoto organico. Ancora una volta una simbiosi. Noi viviamo grazie a questo perché all’origine della nostra catena alimentare ci sono le piante e l’azoto organico è un elemento costituente delle proteine.

Allora si può dire che i passi fondamentali nei processi evolutivi, non sono nati per competizione, ma per collaborazione.

Terzo punto: la selezione naturale. L’evoluzione avviene perché sopravvive il più adatto.

Cosa significa il più adatto? Si fa spesso l’esempio dell’occhio che è una struttura complessa che funziona se è completa di tutte le sue parti (cristallino, retina…). Ma se le mutazioni vanno passo per passo, non esiste una mutazione che fa comparire l’occhio improvvisamente! Da queste osservazioni nasce il concetto del disegno intelligente. C’è un progetto e un progettista; la cosa è stata fatta perché c’era un fine e funziona con un fine. Dunque esiste un ente supremo che ha progettato tutto. Questa teoria pretende di essere significativa e razionale, ma non lo è, perché vuole spiegare un fenomeno fisico invocando un principio metafisico. Tuttavia il problema esiste ed esige una risposta. Una risposta la dava Lucrezio l’epicureo che sostiene, seguendo Epicuro, che tutto ciò che esiste avviene per caso: in questo universo grandioso, infinito nel tempo e nello spazio, gli atomi si uniscono per caso e quando si uniscono danno origine a qualcosa che può funzionare o meno ( non si sono formate le gambe per correre, è perché ci sono le gambe che corriamo). Prima è venuto l’organo e poi è venuto il suo uso. Tra il finalismo aristotelico, tutto esiste per un fine, e la casualità oggettiva di Lucrezio esiste una terza via. Per illustrarla prendiamo l’esempio del formaggio di fossa. Come si è originato l’ha spiegato un pizzicagnolo di Grassina, vicino a Firenze, che si rifornisce in Romagna. I contadini romagnoli producevano formaggio e alla fine dell’anno passavano gli esattori delle tasse dello stato pontificio a riscuotere le decime. Per nasconderlo lo mettevano sotto terra (prima mutazione). Gli esattori si presentano col cane e lo trovano (seconda mutazione). Il contadino avvolge il pecorino in foglie di alloro e artemisia e i cani non lo sentono più (terza mutazione). Arriva il 1860 e con l’unita d’Italia le tasse si pagano in altro modo, ma quel formaggio piace al contadino e continua a farlo così. Secondo dopo guerra, ripresa economica, si continua a fare perché risulta vantaggioso a livello commerciale.

La storia è istruttiva perché indica una cosa che Darwin cercava di chiarire fin dall’inizio: la specie evolve in una ambiente che evolve; ciò che è più adatto oggi non è detto che sia più adatto domani e viceversa.

Nel sangue abbiamo l’emoglobina, molecola complessa con un atomo di ferro al centro che trasporta ossigeno nel sangue. Nelle piante c’è la clorofilla, che è una molecola simile all’emoglobina ma con un atomo di magnesio che svolge un’altra funzione, il trasferimento di elettroni nella fotosintesi. Le leguminose, infettate da Rhizobium, cominciano a sintetizzare la leg-emoglobina che contiene anch’essa ferro, ed è un enzima che cattura l’azoto molecolare e lo trasforma in azoto organico. Allora, visto che compito della scienza è di trovare la strada più parsimoniosa, dobbiamo pensare che questa strada estremamente complessa, di costruire una molecola così fatta, sia successa tre volte in modo uguale per rispondere a tre cose diverse o è più semplice pensare che quella molecola si sia evoluta una volta per qualche scopo e poi in diverse situazioni è stata utilizzata? Noi utilizziamo nell’evoluzione i pezzi che abbiamo. La natura funziona così. Darwin suggeriva questo, non affidiamo tutto al caso, l’occhio può essere l’utilizzo di un organo che all’inizio aveva un’altra funzione, come il formaggio.

L’evoluzione quindi, alla luce di questo, non ha una direzione, un fine, non ha uno scopo , non esiste dire che uno è più evoluto o uno è meno voluto. Darwin non ha mai usato la parola evoluzione, lui parlava di “discendenza con modifiche” e a seconda dell'ambiente e dei casi questa discendenza risulta più adatta a una situazione o all’altra. Ciò che oggi è adatto, domani non è adatto e dopodomani è adatto per qualcos’altro.

Darwin ci ha insegnato che la natura non si adatta ai nostri schemi; i lavori di Darwin sono pieni di osservazioni in cui lui annota scrupolosamente tutte le osservazioni che corroborano, ma anche che non corroborano le sue attese.

Quindi, come Shakespeare fa dire ad Amleto, si può ben affermare che “ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante non ne spieghi la tua filosofia”. Dobbiamo cercare di capire le cose ma, non dobbiamo mettere una gabbia che racchiuda il tutto perché non ci si riesce.

Clero e nobiltà (diritto divino) erano contro l’evoluzione, erano fissisti. La borghesia è evoluzionista perché cerca competizione. Il concetto per cui il forte combatte il debole che soccombe è stato alla nascita del darwinismo sociale e nazista. Ancora oggi, questa società che divinizza la competizione fa una lettura forzata di queste teoria dell’evoluzione per cui tutto è competizione. Ma non dobbiamo leggere la natura forzandola per rispondere a quello di cui abbiamo bisogno, e farle dire quello che vogliamo per sostenere le nostre attese e i nostri pregiudizi. La scienza non cerca la verità, ma spiegazioni razionali e non è destinata a capire tutto il mondo; ti fa fare un passo e ti fa capire che c’è un percorso senza fine.


E ora le domande:

  • Ne judo si parla molto di collaborazione, è uno dei sui valori fondanti, e spesso, nella società attuale pecchiamo in questo senso. Se l’evoluzione va avanti per collaborazione e l’intera società umana è basata sulla competizione, allora siamo di fronte ad un buco nero. Ci sono speranze per noi?

L’evoluzionismo racconta il passato ma non racconta il futuro, è una disciplina storica. Sono pessimista per la specie umana perché la cooperazione è fondamentale. Dimenticare questa dimensione è un guaio. Il judo, se è portatore di certi valori, non deve dismettersi o adattarsi. Il judo è come il pecorino di fossa, vale per quello che è, non deve adattarsi a quello che c’è.

C’è una teoria evolutiva affascinante, la teoria dell’evoluzione discontinua, per salti. Ci sono catastrofi nel corso della storia del pianeta. Improvvisamente scompaiono un gran numero di specie. La lettura possibile è che lo spazio viene occupato sempre più fino ad un punto di collasso, scompaiono tante specie contemporaneamente, ma poi, improvvisamente, lo spazio viene occupato da nuove specie. E queste specie che in precedenza erano limitate a spazi marginali, vivevano in piccoli spazi, quando si libera l’ecosistema, senza competizione, con massima possibilità perché c’è massimo spazio, si riappropriano degli spazi. Se questa lettura è vera, significa che la potenzialità dell’evoluzione non sta nella competizione ma nella sopravvivenza di piccole specie che stanno a margine, ma mantengono viva la fiaccola. Mai avere paura se si è in minoranza.

  • Emilio del Giudice, il padre della fisica quantistica italiana, diceva che in natura la collaborazione è fondamentale, mentre a noi è passata solo l’immagine della sopravvivenza del più forte. Sperare che il judo sia una risoluzione, siccome la speranza è una categoria cristiana, ci lascia in attesa, ma a noi piace l’idea dell’azione, stiamo al margine, organizziamo e appena c’è uno spazio occupiamo.

Sì, cerchiamo di fare quello che si può, speriamo di essere capaci, non cerchiamo di adattarci e di andare dietro al mercato. Esistiamo, manteniamo vivo un pensiero e una tradizione. I valori sono quelli per cui vale la pena di vivere. Meglio essere in minoranza e avere la coscienza di fare il meglio che si può che accodarsi ad una maggioranza in cui non si crede.

  • Venendo da una infanzia impregnata di cultura contadina, in cui il contatto stretto con la terra trasmetteva dei valori e dei ritmi alla vita, e osservando che oggi l’uomo spesso si pone al di fuori della natura le chiedo se l’osservazione dei cicli della natura può essere uno sfondo di riferimento per l’uomo, Ha ancora un senso oggi?

E’ il senso, più che un senso. Abbiamo un rapporto difficile con la natura, è un rapporto antico, da quando siamo diventati una civiltà cittadina. I primi versi di Dante ne sono testimoni, di quanto sia diffidente l’uomo di città che rifugge alla selva selvaggia. Nell’evoluzione sociale ha prevalso la visione cittadina, quella contadina è rimasta schiacciata. Ma l’unico ritorno è quello, lì c’è linfa, non nel chiuso della città. Lì c’è ancora vita, la sorgente di vita è lì.

  • Questo ci riporta al dualismo tra mente e corpo, la città ha tanta mente e poco corpo. Manca il contatto con la terra. L’uomo è completamente distaccato dalla natura, dalla madre terra.

La separazione tra mente e corpo risale al cristianesimo, molto anticamente, un dualismo che è diventato fondamentale, fa parte della società occidentale, mediterranea, (Atene e Gerusalemme) che poi è diventata la cultura occidentale. In culture diverse questa separazione non c’è. L’occidente ha radice tutta ad Atene e Gerusalemme.

  • Ci si può riuscire a ritornare all’unificazione di mente e corpo? A insegnare ai nostri bambini a tornare a questo?

Siamo arrivati a riempire lo spazio, la nostra società sta lavorando per l’estinzione. Questo tipo di sviluppo sta facendo il pieno. Al mondo ci sono sacche di marginalità diverse che non corrispondono a questo modello occidentale, c’è molta umanità in alcuni luoghi marginali, che ha ancora valori diversi. Non tutto il mondo è appiattito. C’è molta più complessità. Le novità non verranno dalle metropoli del nord del mondo, ma dal sud del Mondo, le novità verranno da lì.

Non possiamo presumere che la nostra azione abbia grandi effetti sul pianeta, ma ognuno cerchi di insistere sul proprio ecosistema, bisogna aver la coscienza di aver fatto quel che si può. Ogni singola persona che si porta a ragionare in questo modo di compassione, comprensione reciproca, è un qualcosa di importante; si lascia il proprio ambiente migliore di quello che è. Noi dobbiamo spargere luce vicino, abbiamo una candela e dobbiamo illuminare dove possiamo. Dobbiamo diffondere conoscenza che significa consapevolezza, la capacità di controbattere certe idee, come quella della competizione e della sopravvivenza del più adatto che è solo ideologia. Combattere le ideologie. Diffondere il senso di fratellanza, facciamo parte di un sistema e andiamo avanti se tutto il sistema va avanti.

  • Prof, che cos’è per lei un maestro?

Un maestro, dovrebbe avere sempre voglia di imparare e non pensare di essere un maestro e deve voler bene alle persone, le deve amare. Curiosità e amore per gli altri. Non occorre saper tutte le risposte, occorre saper tutte le domande.

  • Esistono ancora le avanguardie? Nell’arte nella pittura una generazione rompe il passo rispetto a quella precedente e stabiliscono nuovi gusti nuove tendenze. C’è ancora differenziazione tra le generazioni? Come mai c’è mancanza di rottura tra le generazioni? Sembra che non ci siano avanguardie.

Le rotture avvengono a distanza, con certi intervalli di tempo. L’ultima è stata nel 68, anche all’interno dei giovani, della stessa generazione. Non so se ho visto altre rotture paragonabili a quella. Ci sono altre rotture striscianti che non vanno per generazione, ma per sesso. Potrebbe stare maturando una rottura donna uomo nella nostra società. L’unica che vedo è questa, non generazionale, ma di genere.

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